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 2012  febbraio 22 Mercoledì calendario

MITT IL ROTTAMATORE SI GIOCA TUTTO NELLA PATRIA DELL’AUTO —

L’incubo per Mitt Romney ha la voce di Rupert Murdoch che su Twitter inneggia a Santorum («Sta facendo grandi cose, se vince in Michigan è "game over"») e il volto di Mike DeWine, l’Attorney General dell’Ohio — di fatto la seconda autorità dello Stato — che l’ha appena abbandonato per entrare nella scuderia dell’ex senatore della Pennsylvania.
Le primarie repubblicane del Michigan (dove si vota martedì prossimo, insieme all’Arizona) dovevano essere per l’ex governatore del Massachusetts un passaggio tranquillo: vittoria sicura nello Stato in cui è nato e cresciuto e del quale il padre, George Romney, è stato un amatissimo governatore. Una tregua in attesa della prova del fuoco del Supermartedì. Un momento buono per riprendere fiato dopo aver perso il ruolo di grande favorito per la «nomination» repubblicana e prima dell’appuntamento del 6 marzo quando voteranno ben 10 Stati: il «suo» Massachusetts, la Georgia di Gingrich, ma anche Virginia, Tennessee e, soprattutto, l’Ohio, considerato strategico per la conquista della Casa Bianca.
E invece, dopo le sconfitte a raffica di due settimane fa (battuto da Santorum in Minnesota, Colorado e nel voto del Missouri, quest’ultimo senza delegati in palio), Romney si è improvvisamente trovato nello scomodo ruolo dell’inseguitore anche in casa sua. Il leader mormone si è rimboccato le maniche mentre le organizzazioni che lo fiancheggiano hanno ricominciato a martellate gli elettori dello Stato con spot televisivi che attaccano Santorum presentandolo come uno spendaccione che per anni ha votato, da senatore, provvedimenti che oggi, da candidato presidenziale, condanna.
«Mitt sa solo usare la macchina del fango», ha replicato Santorum. E la sua campagna ha mandato in onda un «controspot» nel quale un Romney armato di un mitra caricato a liquami cerca invano di colpire con i suoi schizzi una sagoma di Santorum. Comunque la controffensiva qualche risultato l’ha dato: gli ultimi sondaggi danno Romney sempre dietro Santorum ma di 4 punti, rispetto ai dieci della settimana scorsa. Intanto, però, nei sondaggi nazionali il candidato della destra religiosa allunga (36 per cento dei consensi contro il 26 di Romney e il 13 di Gingrich). Ma, soprattutto, Santorum è ora in testa anche nei «polls» dell’Ohio, Stato sul quale aveva investito moltissimo la campagna di Gingrich.
La partita, insomma, resta incertissima. E in Michigan Romney ha tutto da perdere: per lui quella di Detroit è quasi l’ultima spiaggia. Se fosse sconfitto a casa sua, la credibilità di un candidato che di certo non entusiasma ma è considerato comunque il più «eleggibile» tra quelli scesi in campo, crollerebbe di schianto. Con effetti imprevedibili: da una possibile emorragia di «fedelissimi» già tentati di seguire l’esempio di DeWine ad una crisi finanziaria.
Sembrava impensabile che il ricchissimo candidato sostenuto da tutto l’«establishment» economico repubblicano potesse avere un problema di dollari. Ma a gennaio, per fronteggiare il ritorno di Gingrich e l’ascesa di Santorum, la campagna di Romney ha speso quasi 20 milioni, incassandone solo 6. Continuando a questo ritmo, tra 20 giorni Mitt rischia di trovarsi con le casse vuote. Per questo diventa essenziale il test del Michigan. Sembra una vendetta della storia. Detroit, la capitale dell’auto, si vendica del figlio «traditore»: Mitt che, a differenza del padre George che fu anche industriale manifatturiero come capo di «American Motors», ha scelto la strada di una finanza «senza cuore» e bocciato il salvataggio di General Motors e Chrysler da parte del governo Obama.
Il «bailout» ha funzionato, le «big three» sono tornate a produrre utili e a creare nuovi posti di lavoro; questo fa inevitabilmente apparire poco lungimirante la posizione di Romney. In realtà, non è così semplice: la rinascita dell’auto, che certamente giocherà a favore di Obama nelle presidenziali di novembre, nelle primarie repubblicane non penalizza necessariamente l’ex governatore del Massachusetts. L’elettorato conservatore continua, infatti, a giudicare negativamente quel salvataggio (56% di contrari mentre solo il 24% lo «promuove»). È il fattore Santorum che sta rimescolando le carte, dando più spazio a religione e valori in una competizione fin qui giocata sull’economia. Tutto ciò, se da un lato accentua il disagio della base evangelica nei confronti del leader mormone, fa crescere anche l’allarme dell’«establishment» repubblicano che comincia a guardarsi intorno alla ricerca di un «outsider» da far scendere in campo in caso di un naufragio di Romney: nessuno pensa infatti che Santorum, col suo integralismo religioso, avrebbe grosse «chance» una volta opposto ad Obama.
Massimo Gaggi