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 2012  febbraio 22 Mercoledì calendario

IL PIANO GRECO PER GUADAGNARE ALTRO TEMPO

Chi cerchi un po’ di coerenza nei piani presentati ieri per la Grecia rischia di perdersi nel labirinto di Cnosso. L’associazione internazionale delle banche private sottolinea che si tratta della più grande rinuncia « volontaria » alla riscossione di crediti nella storia. Né di certo si è mai visto un piano di prestiti pubblici di simili dimensioni.
Non per un solo Paese, forse neanche un periodo di terapia intensiva lungo come quello che ormai si prospetta. Ma i numeri del programma per Atene, o le parole dei comunicati o ciò che si percepisce subito sotto la superficie, rivelano una realtà diversa. Nessuno sta più cercando davvero il filo d’Arianna per guidare i greci fuori dal labirinto nel quale si sono cacciati. Ogni istituzione in gioco sembra piuttosto tenere in primo piano due obiettivi diversi.
Il primo è semplicemente guadagnare altro tempo per proteggere l’Italia e la Spagna. A giugno dovrebbe finalmente poter entrare in funzione l’Esm, il fondo salvataggi europeo nella sua versione più efficace, con 500 miliardi di euro di dotazione che potrebbero presto raddoppiare: a questa somma quasi certamente si aggiungeranno circa 250 miliardi dell’Efsf (il fondo transitorio), più un’altra cifra simile dal Fondo monetario internazionale. A metà di quest’anno il «muro taglia-fuoco» dell’area euro, così spesso invocato, potrebbe disporre credibilmente di mille miliardi di euro. Nel frattempo l’Italia e la Spagna dovrebbero avere mosso altri passi verso la sicurezza sui mercati e per loro la recessione dovrebbe essere ormai agli ultimi metri. Senz’altro sarà cinico, forse anche semplicistico, ma è il pensiero che attraversa la mente di molti uomini di governo in queste settimane: qualunque sventura capiti alla Grecia, meglio che accada più in là. L’esposizione netta nei derivati d’assicurazione sulla Grecia è scesa in un anno da 5,6 a 3,2 miliardi di dollari, quella lorda da 81 a 69 miliardi e i rischi per le varie banche a questo punto dovrebbero essere conosciuti e gestibili. Oltretutto nel 2014, secondo Goldman Sachs, solo il 25% del debito sarà ancora in mano ai privati. Dunque si pensa — chissà se a ragione — che più passa il tempo, più ci si possa isolare dalla pioggia radioattiva di un default greco.
Fin qui quel che resta di una strategia europea. Poi però contano i calcoli di bottega dei governi o del Fmi, visibili in controluce nei comunicati di questi giorni. Ogni istituzione si preoccupa soprattutto della coerenza dei propri comportamenti, non dei suoi effetti. Il Fondo monetario per esempio ha deciso da tempo di non esporsi ulteriormente sulla Grecia o di farlo meno che può: dunque la sua analisi sugli scenari del debito di Atene mira a dimostrare che l’onere è insostenibile anche dopo aver condonato 107 miliardi di debiti. Non si tratta di calcoli irrealistici. Dopo un tracollo di almeno il 17,2% dal 2009 al 2012, l’economia ellenica difficilmente riuscirà a crescere di oltre il 2,5% l’anno fino al 2020; anche un risultato del genere sarebbe quasi un miracolo, ma esso implica un debito al 168% del Pil nel 2013 e in presunto calo al 130 circa solo nel 2020 (ma potrebbe andare molto peggio). Dunque gli spazi per il successo del programma varato ieri sono già in partenza minimi.
Lo capisce bene l’Eurogruppo e al suo interno ognuno dei ministri dei Paesi in «tripla A», Germania, Finlandia e Olanda. Non è un caso se il comunicato di ieri sottolinea che i nuovi prestiti sono condizionati all’applicazione del programma: la via d’uscita per fermare i trasferimenti resta ben aperta in ogni momento. L’Eurogruppo offre solo un generico omaggio verbale anche all’obiettivo di «restaurare la competitività» greca, fingendo d’ignorare che essa semplicemente non è mai esistita: con una popolazione del 44% superiore a Israele, un Paese certo non ricco, la Grecia esporta un quarto di meno e questo è in gran parte solo l’effetto del turismo. Ma anziché un piano industriale, incentivando grandi imprese europee a investire o usando meglio i fondi strutturali, l’Eurogruppo propone solo la solita ricetta: austerità e tagli ai costi, per rendere competitiva una struttura di imprese che peraltro in Grecia non esiste: «Ulteriori sforzi della società sono necessari».
Lo stesso Fmi avverte che questa ricetta non funzionerà, perché la sola austerità sul costo del lavoro rende il debito ancora più insostenibile. I salari minimi saranno tagliati del 23% ma intanto — nota Jean Pisani — Ferry di Bruegel - a settembre scorso il governo aveva compiuto solo 31 delle 75 azioni per far pagare le tasse ai più ricchi. In Grecia, una popolazione di 11 milioni, solo quattromila persone continuano a denunciare redditi annui oltre i centomila euro l’anno; le piscine private denunciate al Fisco ad Atene del Nord sono 370, eppure da satellite se ne vedono 17 mila e nel frattempo nei ceti medio-bassi si diffonde una miseria che pareva archiviata per sempre in Europa.
I greci hanno sbagliato molto e l’austerità resta una parte inevitabile di ogni ricetta. Ma a un’ora di volo da noi, un Paese di cui siamo creditori si sta avvitando come in Europa ha fatto solo la Germania di Weimar. Non ce ne libereremo rimandandone l’implosione finale al giorno in cui crediamo possa farci meno male.
Federico Fubini