Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 22 Mercoledì calendario

L’urlo di Tarzan nella giungla del ’900 (2 articoli) - Cento anni fa, nell’ottobre del 1912, l’urlo di Tarzan riecheggiava per la prima volta nel mondo della narrativa d’avventura, ma ancora oggi riesce ancora difficile capire quale sia il suo tratto distintivo, il motivo profondo della sua ininterrotta fortuna

L’urlo di Tarzan nella giungla del ’900 (2 articoli) - Cento anni fa, nell’ottobre del 1912, l’urlo di Tarzan riecheggiava per la prima volta nel mondo della narrativa d’avventura, ma ancora oggi riesce ancora difficile capire quale sia il suo tratto distintivo, il motivo profondo della sua ininterrotta fortuna. Lo stesso Edgar Rice Burroughs - quando, frustrato da una lunga serie di insuccessi, scrisse il primo romanzo a lui dedicato, Tarzan delle scimmie , poco dopo aver dato alle stampe La principessa di Marte , volume iniziale di un ciclo tra il fantascientifico e l’onirico e quindi del tutto diverso pur se assai meno fortunato - non sembrava aver le idee molto chiare. Tant’è che nei decenni successivi, non pago di lavorare su due fronti, volle ideare altre saghe: il cosiddetto Ciclo venusiano , sorta di clone della serie marziana; quello di Pellucidar , ambientato, sulle orme di Jules Verne, nelle viscere della terra, popolate da primitivi di stampo neandertaliano; e quello di La terra dimenticata dal tempo , il cui intreccio si dipana su un’isola del Pacifico dimenticata dalle carte nautiche. Il re delle scimmie non allude (o non allude soltanto) a Mowgli, il «figlio dei lupi» proposto da Rudyard Kipling nei celebri Libri della giungla ; né meno ancora è una semplice variante del canonico «buon selvaggio». Vive al crocevia di innumerevoli mondi: la Giungla e l’Occidente, la cultura e la natura, la civiltà contemporanea e il primitivo assoluto, la tecnologia e la barbarie, le bestie e gli uomini, i gentlemen e i selvaggi, l’arcadia e l’apocalisse. Segue, quando vuole o quando occorre, le regole del consorzio civile, ma sa adeguarsi in egual misura e con pari convinzione a quelle del vivere animale. Non per nulla è «Pelle Bianca» (White Skin è appunto il significato di Tarzan nel linguaggio delle scimmie), rispetto al quale tutti gli altri sono a vario titolo diversi: si tratti delle creature della foresta equatoriale, a cominciare da Kala, la scimmia che l’ha adottato, e da Kerchack, il gorilla geloso che gli contende il primato della giungla; o dei drappelli di avventurieri bianchi, buoni o cattivi, con cui entra in contatto; o delle tribù di indigeni con i quali di volta in volta s’incontra o si scontra. Tarzan, insomma, è da un lato il prototipo del classico supereroe stile Marvel Comics, un tipo alla Superman che non ha peraltro bisogno di assumere un’identità di copertura né di sfoggiare tute speciali quando passa all’azione; e, dall’altro (almeno nelle più celebri sequenze narrative che lo vedono protagonista), l’ideale antieroe che combatte ogni forma di degenerazione o di deviazione; difendendo, a volte per istinto a volte per coscienza, ma a volte anche con selvatica ferocia (giacché pure in natura vige la violenza, la crudeltà, la legge del più forte), i principi fondamentali del codice e dell’etica naturale. Ma nelle pagine a lui dedicate da Burroughs, primi tra tutti i dodici Racconti della giungla pubblicati in volume nel lontano 1919 e proposti ora da Donzelli per celebrare il centenario di Tarzan delle scimmie , non tutto può ridursi ai conflitti e ai contrasti che l’enorme letteratura sul Re delle Scimmie ha da tempo messo in luce e che le infinite varianti fumettistiche e cinematografiche hanno disinvoltamente gonfiato ed esasperato. C’è anche qualcosa di meno palpabile che pare sottrarre l’intero ciclo ai consueti stereotipi cui pure fa ricorso e ai disparati modelli di genere (horror, fantascienza, fantasy, romanzo di viaggio o di avventure esotiche e via discorrendo) ai quali è stato via via associato. E le ventidue tavole di Burne Hogarth che corredano il volume ne offrono una splendida, puntigliosa e inquietante illustrazione; a cominciare dal michelangiolesco e culturistico eroe ritratto nel disegno d’apertura, che, sdraiato su un albero di sapore quasi preraffaellita, richiama alla mente Adamo. Non tanto però al momento della sua creazione quanto nell’istante successivo alla cacciata dall’Eden: un contesto che sembra alludere a un miltoniano Paradiso perduto e che trova conferma in molte immagini successive, dominate, con un tratto tra il barocco e il liberty, da rettili e serpenti sinuosi e da animali di fuoco e di luce che paiono rimandare a Lucifero e agli angeli ribelli più che alla selvatica popolazione della giungla. Qui forse sta la ragione ultima dell’ingualcibile successo nel tempo delle avventure di Tarzan. È un mondo, il suo, che ormai ha perso la sua inviolabilità, che ha visto subentrare alla magia la tecnologia, al calore del mito il pragmatismo di un’esplorazione che non è più scoperta ma conquista, non ricerca del meraviglioso ma caccia al profitto. E, ciascuno a suo modo, Tarzan e Burroughs ne sono entrambi vagamente consapevoli. Le fatiche del selvatico supereroe non hanno ormai più nulla in comune con quelle di Ercole o di Maciste. Il male (sia pure troppo frettolosamente fatto coincidere con la tecnologia e la modernità, con le armi e con la guerra, con il denaro e con una ragione ridotta a puro calcolo) potrà perdere ancora molte battaglie ma sembra destinato a vincere la guerra. Non a caso, in molti dei romanzi meno noti del ciclo, Tarzan, al di là della sua ascendenza aristocratica e della sua riconquista di un mondo gentilizio persin troppo di maniera, finirà con l’assumere i panni dell’uomo in grigio, dell’anonimo eroe piccolo borghese. Sicché, dati i tempi che corrono, non sarebbe affatto una sorpresa vedere i Racconti della giungla scalare per l’ennesima volta la classifica dei bestseller. RUGGERO BIANCHI *** Ma all’esordio sullo schermo soffriva di vertigini - Il primo vero Tarzan dello schermo finì subito fantasma. Non fu fortunato il povero Stellan Windrow, l’attore di origini svedesi che fu scelto nel 1917 per il ruolo. Alto 191 centimetri (e gran cervello, ereditato dai genitori fisici), atletico, nuotatore, si rivelò scelta perfetta. Saltava su e giù per gli alberi nella falsa giungla costruita in Louisiana, come un vero primate. Ma, poco dopo l’inizio delle riprese, scoppiò la guerra, e dovette lasciare il set per la Marina, senza potersi godere i frutti del successo di una delle prime pellicole a superare il milione di dollari. Tutta la gloria andò al sostituto, Elmo Lincoln, anch’egli energumeno, un metro e ottanta, con qualche decigrammo di troppo sui fianchi, celebre per lo scenografico pugno, e per una carriera di comparsate in ruoli aitanti, dal soldato all’idraulico. Unica pecca, soffriva di vertigini, e non ne voleva sapere di lanciarsi tra liane e rami, convincendo il regista a utilizzare le vecchie sequenze acrobatiche girate dal predecessore. Si riscattò a terra, lottando coraggioso con i leoni istupiditi e drogati dai domatori della produzione, guadagnandosi la parte in nuovi sequel. Il mito Tarzan si formò, però, solo col sonoro, perché Tarzan, per tutti i bambini e non solo, è soprattutto un urlo, prolungato, complesso, disumano, che bucava la vegetazione e impietriva di rispetto le belve feroci. E il primo urlo, poi persino brevettato, uscì dalla gola di Johnny Weissmuller nel ‘32, il più Tarzan di tutti i Tarzan. L’attore giurava che fosse prodotto della sua ugola, ispirata e allenata dagli yodel. Forse era davvero la sua voce, miscelata con latrati di cane e altri rumori, o forse, come dissero altri, fu semplicemente doppiato con l’ululato di un cantante d’opera. Voce a parte, Weissmuller si impose per la straordinaria fisicità. Il corpo nudo, moderno, scolpito, era perfetto per incarnare il personaggio dell’aristocratico inglese cresciuto in stato di ferinità (piacque, per inciso, allo stesso Edgar Rice Burroughs). E, quando la Mgm lo scelse, era già un campione di nuoto. Cinque ori olimpici, 67 record del mondo. Con in più un tocco di esotismo biografico, perché era nato vicino a Temesvár, nell’Ungheria della duplice monarchia (si chiamava János), ai piedi dei Carpazi, uno dei luoghi più selvaggi dell’antica Europa. L’uomo in perizoma di leopardo era perfetto per gli inquieti Anni 30, muscolari, bellicosi, mascolini. Ma anche lui aveva bisogno di una dolce metà. E la saga di Tarzan sarebbe zoppa, se non avesse avuto accanto la fedele scimmia Cita, e soprattutto Jane, la fanciulla da amare tra un’avventura e l’altra, che il pubblico, con la scusa della selvaggeria, poteva ammirare più discinta delle solite donne sullo schermo. Le prime Jane erano starlet del muto, con volti pallidi, occhi profondi e neri, più adatte ai mélo con didascalie che all’avventura. Quella che conquistò davvero gli americani fu la compagna di Weissmuller, Maureen O’Sullivan, un’irlandese, minuta, bruna, con occhi luminosi che bucavano lo schermo. «Io, Tarzan. Tu Jane», diceva l’eroe balbettando le poche parole umane che sapeva, conquistando la femmina più con la rudezza dell’azione che con la galanteria del corteggiamento. Talvolta si abbracciavano sullo sfondo di una cascata, con baci molto casti a labbra chiuse. Quel che combinavano nell’intimità della capanna sugli alberi, invece, era lasciato all’immaginazione, anche se nel corso dei film arrivò poi un figlio. Tarzan si è clonato in una cinquantina di pellicole. Pur essendo un prodotto dell’Europa coloniale, un simbolo della vigoria anglosassone nel domare le zone selvagge del pianeta, è sopravvissuto al mondo che cambiava. Ventuno sono stati gli attori che si sono passati lo scettro di re delle scimmie, Lex Barker (marito di Lana Turner, e altre quattro donne), il culturista Gordon Scott, l’ex professionista di football Mike Henry (il primo a colori, e il più villoso), fino a Christopher Lambert o Casper Robert Van Dien troppo mascelluto per essere credibile. Persino il mingherlino Totò, nel ‘50, si infilò un completino leopardato simile a un costume da bagno ottocentesco e improvvisò lazzi con la bella Jane-Marilyn Buferd. Come tutti i miti, Tarzan è stato graffiato dall’ironia, dagli apocrifi, dalle parodie, dal porno. E tra i tanti re della giungla s’annovera anche Rocco Siffredi diretto da Joe D’Amato, conquistatore di Jane ungheresi. Naturalmente gli urli, qui, erano spettrograficamente e sospirosamente diversi dagli yodel di Weissmuller. BRUNO VENTAVOLI