Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 22 Mercoledì calendario

Medici di famiglia introvabili e gli ospedali si intasano - Massimo quattro ore d’attesa Ogni anno oltre 20 milioni di britannici ricorrono al pronto soccorso, dove l’attesa massima non supera le quattro ore Disparità tra le varie città e nuovi tagli Rajoy dice che il servizio sanitario spagnolo è «fra i migliori», ma in alcune zone la situazione è critica

Medici di famiglia introvabili e gli ospedali si intasano - Massimo quattro ore d’attesa Ogni anno oltre 20 milioni di britannici ricorrono al pronto soccorso, dove l’attesa massima non supera le quattro ore Disparità tra le varie città e nuovi tagli Rajoy dice che il servizio sanitario spagnolo è «fra i migliori», ma in alcune zone la situazione è critica. E Madrid ha appena tagliato 5 miliardi alla sanità Poco personale e spazi ridotti I limiti dei pronto soccorso francesi sono le disfunzioni legate alla carenza di personale e di spazi. L’attesa media è di 3 ore e 40 minuti Medici di famiglia troppo spesso introvabili quando serve. Camici bianchi ospedalieri sempre più impegnati nell’attività libero professionale ma non a ridurre le liste d’attesa. Guardie mediche scarse e poco attrezzate che non garantiscono alcun filtro con l’ospedale quando il nostro dottore di fiducia ha già serrato il suo studio. Strutture territoriali per l’assistenza ad anziani e disabili quasi inesistenti. Ma anche cattive abitudini degli assistiti, come quella sempre più diffusa di ricorrere al pronto soccorso per aggirare i super ticket su visite specialistiche e analisi. C’è questo ed altro dietro i malati parcheggiati in barella e la sanità choc di questi giorni. Il Ministro della Salute, Renato Balduzzi, ieri ha tenuto a precisare «che i Nas verranno inviati laddove c’è criticità». Ma l’impressione è che non basteranno i carabinieri, se lo stesso governo, insieme a Regioni, medici e professionisti della sanità non inizieranno a rimboccarsi le maniche per rimuovere disorganizzazione e inefficienze che spiegano il caos pronto soccorso quanto se non più dei tagli a personale e posti letto. Prima di tutto c’è il problema irrisolto da 40 anni dell’assistenza nel territorio, senza la quale è inevitabile l’assalto alla diligenza dei servizi d’emergenza degli ospedali. A dirlo è un grande esperto di sanità come l’ex Ministro Elio Guzzanti, che indica anche la strada: «Continuità assistenziale di medici di famiglia e pediatri nel tempo e negli orari». Facile a dirsi, difficile a realizzarsi con medici di famiglia che beneficiano di una convenzione che li «obbliga», si fa per dire, a 5 ore di attività settimanale per chi ha 500 pazienti, che «salgono» a 15 ore per i dottori che assistono 1500 pazienti. Orari forniti da un vecchio dirigente del potente sindacato dei medici di famiglia (la Fimmg) e da far invidia a un lavoratore part-time, soprattutto quando si scopre che le retribuzioni sono da Primario, perché con 80 euro lordi l’anno per paziente più indennità varie con mille assistiti si arriva a racimolare 80 mila euro l’anno, che diventano ben 120 mila con 1.500 pazienti. Una cuccagna per chi in media tiene aperto lo studio per cinque mezze giornate a settimana, anche se poi ci sono da detrarre le spese e all’orario vanno aggiunte le visite a domicilio. E quando il dottore di fiducia non c’è? Scatta il medico di guardia. Anche qui si fa per dire perché questi invece sono pochi, mal pagati e fanno quel che possono non avendo uno studio dove ricevere e le minime attrezzature indispensabili a fare un accertamento. Nel Lazio la Fimmg ha chiesto tre anni fa alla Regione di promuovere l’istituzione di ambulatori di quartiere, gestiti in tandem da medici di famiglia e «di guardia», aperti 24 ore su 24. Ma da allora ha aperto i battenti un solo studio «no-stop» a Roma, che tra l’altro risulta funzionare benissimo da filtro rispetto all’ospedale. Ma ad ingolfare gli ospedali ci sono anche malati cronici, anziani e disabili che avrebbero bisogno di strutture di assistenza territoriali spesso inesistenti, come ammette l’ultima Relazione sulla stato sanitario del Paese del Ministero. «Si sono chiusi posti letto ospedalieri ma non si sono create alternative sul territorio o a domicilio anche perché a colpi di blocchi delle assunzioni oramai in Italia mancano 60 mila infermieri rispetto ai parametri Ocse», rivela Annalisa Silvestro, Presidente della federazione di categoria, l’Ipasvi. Al pronto soccorso si va dunque in mancanza di alternative, ma anche con la quasi certezza di non pagare i super ticket su visite, analisi e accertamenti diagnostici. I dati parlano chiaro: su 18 milioni e 335 mila accessi al pronto soccorso, 14 milioni e 668 mila, l’80%, sono codici verdi e bianchi, ossia non urgenti. Colpa della cattiva assistenza territoriale che fa ricorrere all’ospedale anche quando non sarebbe necessario. Ma ad analizzare meglio i numeri si scopre che il semaforo dei pronto soccorsi non va. Infatti i codici verdi con i quali non si paga il ticket sono oltre il 70%, quelli bianchi, dove invece si deve mettere mano al portafoglio sono meno del 10%. E se al Pronto soccorso si è arrivati per una effettiva necessità tanto da dover essere ricoverati? Qui inizia un’altra odissea perché negli ospedali d’Italia quasi mai i servizi accettazione lavorano di notte e nei festivi. E comunque ci sono le liste d’attesa. Che per legge dovevano diminuire negli ospedali dove i medici praticano anche la libera professione. In realtà i tempi per ricoveri, visite e analisi restano soprattutto dal Lazio in giù biblici ma, come testimonia la «Relazione sulla situazione economica», i medici che praticano «l’intramoenia», ossia che lavorano anche privatamente in ospedale, portano a casa quasi un altro stipendio: in media 75 mila euro l’anno a testa. In barba a chi aspetta in barella.