F. Be., Il Sole 24 Ore 21/2/2012, 21 febbraio 2012
DRAGONBALL, QUELLO CHE ASSUME ITALIANI
Francesco Dragonball è un cinesino di non più di 28-30 anni. Il look ricorda un cartone animato made in China, da qui il soprannome Dragonball. Scherza con gli agenti di polizia che quasi quotidianamente lo vanno a visitare. «Qui è un continuo», dice rivolto a cronista e poliziotto. «Hai visto, anche oggi tutto il capannone è pulito» aggiunge. «L’altro giorno mi hanno fatto una multa quelli dell’Asl perché era un po’ sporco il pavimento. Ho pagato, non c’è problema».
In realtà il capannone di Francesco, ai secoli Zhang Jinhua, non è molto differente da quelli dei contoterzisti italiani che, per esempio in Campania, lavorano per griffe del lusso come Gucci e Luis Vuitton. Ne è molto differente dagli altri quattro-cinque che visitiamo insieme alla Polizia. Saranno una trentina di addetti cinesi in totale nel capannone di via dei Mestieri, zona industriale Paip di Matera. Quasi tutti con grembiule o mascherina per non respirare polveri, colle e solventi. Si lasciano fotografare quasi scherzando, si mettono in posa. C’è anche la macchinetta per la distribuzione di bibite, di caffè, the (ovviamente) e snack vari. Si lavora con il sottofondo di musica orientale. «Ci pagano a minuto, tra 0.25 e 0.30 centesimi secondo le tariffe concordate con il Distretto. Sotto non è possibile, sarebbe schiavitù e noi non siamo schiavi». Il vantaggio competitivo rispetto anche ai contoterzisti italiani è evidente: i cinesi sono veloci nell’esecuzione del proprio lavoro. Molto veloci e precisi. Lavorano mediamente una decina di ore al giorno. Si fermano intorno alle 11 del mattino e alle 16 per pranzo e cena che hanno orari differenti dai nostri. E non hanno computer su cui navigare. «Alla fine, una busta paga per questi dipendenti arriva a 1.200 euro al mese» dice Francesco. Quello che non dice è che poi però parte di questa busta paga devono rigirarla ai capiazienda che garantiscono l’alloggio e spesso anche il vitto. Nello stabilimento manca solo il riscaldamento, ma pare che nessuno se ne preoccupi. I servizi igienici sono in condizioni discrete.
Tra i vari addetti, anche qualche volto italiano: «In parte sono unità inviate dai nostri committenti per valutare e controllare la qualità delle nostre produzioni. In parte sono figure apicali, come il responsabile del reparto taglio pelli, che hanno perso il posto di lavoro nelle tante crisi delle aziende locali e che noi assumiamo per il controllo qualità dei prodotti che realizziamo». Quando gli chiediamo delle fatture, ce le tirafuori riordinate in un libro contabilità vero e proprio. «La verità - conclude facendosi serio - è che a portarci qui sono stati proprio i produttori di salotti più grandi. Quelli che adesso ci attaccano. All’epoca si facevano la guerra tra di loro sul costo del lavoro. Invece sarà utile, per noi come e loro, che si trovino altre strade per garantire competitività a questo prodotto».