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 2012  febbraio 21 Martedì calendario

I RUSSI DI TASHIR PRONTI ALL’OFFERTA PER CAVALLI

Il gruppo russo Tashir prova a conquistare Roberto Cavalli. A due giorni dall’inizio delle sfilate di Milano moda donna, i riflettori sono puntati su Roberto Cavalli, la griffe fondata dallo stilista fiorentino. Verrebbero così confermate le indiscrezioni delle ultime settimane, raccolte in ambienti finanziari, secondo le quali la proprietà della maison starebbe esaminando eventuali offerte in arrivo dall’estero.
A puntare su Cavalli sarebbe il gruppo russo Tashir, una conglomerata che fa capo al magnate Samvel Karapetyan attiva soprattutto nell’immobiliare e nelle costruzioni (è il primo developer di centri commerciali a Mosca), già nota per il progetto lanciato qualche anno fa con il nome di "Casa Italia". Obiettivo: portare i marchi del made in Italy a due passi dalla Piazza Rossa e dal Cremlino (e Cavalli più di altri, visto che lo stile sexy che lo contraddistingue è amatissimo dalle donne russe delle classi più abbienti). Ma anche in metropoli dai nomi meno conosciuti come Orel, Saransk, Rostov-na-Donu, Nizniy Novgorod, Tambov, dove il gruppo Tashir possiede o sta per realizzare lussuosi shopping mall.
Ma Tashir non sarebbe l’unico grande gruppo estero a puntare su Cavalli. L’azienda fiorentina sarebbe in questo momento corteggiata anche da altre holding d’investimento. L’area di riferimento dei possibili compratori è nei Paesi emergenti: non soltanto la Russia, dove il brand della maison fiorentina è tra i marchi italiani più noti, ma anche la Cina.
Del resto, il dossier Cavalli è ormai da qualche mese sotto osservazione da parte di alcune banche d’affari straniere. I riflettori sono nuovamente puntati sulla griffe, dopo la mancata vendita del 2009 quando era stato quasi concluso l’accordo finale con il fondo di private equity Clessidra di Claudio Sposito, sfumato addirittura dopo la due diligence.
Ma la Cavalli di oggi è ben diversa da quella di tre anni fa. Grazie a una complessa riorganizzazione societaria sono infatti state fuse nella holding Erreci, fino a quel momento proprietaria delle licenze, le due scatole olandesi del gruppo. Nell’operazione è stata coinvolta anche la holding newyorkese, Art Fashion Corporation, attiva nella commercializzazione sul mercato statunitense, nella quale a propria volta sono state incorporate altre società. Infine, atto finale del riassetto, è stata creata la nuova Roberto Cavalli Spa, come risultato della fusione in Erreci della vecchia capogruppo operativa.
Ne è uscito un gruppo che, a fine 2010, ha raggiunto un giro d’affari superiore ai 170 milioni di euro (dei quali 120 milioni di vendite dirette e 54 milioni tramite licenze) con un margine operativo lordo di oltre 25 milioni (che nel 2011 dovrebbe superare i 30 milioni) e una posizione finanziaria netta aggregata negativa per circa 40 milioni.
Numeri in miglioramento e una struttura societaria sicuramente più comprensibile per un possibile compratore. Il vero nodo da sciogliere resta però quello del prezzo. Lo stilista Roberto Cavalli non ha mai fatto mistero, in passato, di voler essere valutato quanto i superbig del lusso internazionale, come Hermès: quindi intorno alle 16 volte il margine operativo lordo. In base a queste indicazioni la maison Cavalli potrebbe essere valutata circa 500 milioni di euro.
«Soltanto con una "proposta indecente" come quella del film con Demi Moore potrei farmi convincere a cedere l’azienda», dice Cavalli al Sole 24 Ore. «Almeno un miliardo di euro sarebbe la cifra che avrei in mente – aggiunge – ma in questo momento non c’è nulla di concreto sul piatto, anche se siamo corteggiati come sempre. Certo, nell’eventualità di cedere, penserei a una quota e non alla totalità dell’azienda. E dovrei concordare tutto, come al solito, con Eva e con i miei figli, che sarebbero contrari».
Sui russi di Tashir lo stilista fiorentino, impegnato in serata a stendere gli appunti del blog che aggiorna quotidianamente come se fosse un reality show, risponde che «è una barzelletta».
Tuttavia, le cessioni dell’ultimo anno – Bulgari, in primis, e Brioni – hanno insegnato che i multipli del lusso possono raggiungere livelli record. Ecco perché il vero ostacolo fra le mire dei gruppi stranieri e una possibile cessione della Roberto Cavalli resta il prezzo. Una cifra tra il mezzo e il miliardo di euro per la maison resta stratosferica. Chi potrebbe dunque metterla sul piatto? Le holding di investimento russe e cinesi hanno già dimostrato, in passato, di avere la forza finanziaria per fare offerte del genere. Paola Bottelli Carlo Festa • DA BULGARI A VALENTINO, SETTORE NEL MIRINO - «Gli italiani preferiscono giocare un gioco più piccolo, pur di non perdere il controllo totale della propria azienda». Francesco Trapani, allora numero uno di Bulgari, spiegò così nel marzo del 2011 la mancata nascita del maxi-polo del lusso italiano in concorrenza con i gruppi francesi Lvmh e Ppr. Bulgari aveva cercato partner per crescere senza perdere il passaporto tricolore, poi però ha dovuto capitolare ed andare in sposa proprio Oltralpe a Lvmh. Una sorte toccata a molti. Sempre lo scorso anno in febbraio era stata la volta di Gianfranco Ferré, che dall’amministrazione straordinaria era stata ceduta con asta a Paris Group di Dubai, la holding che fa capo al magnate Abdulkader Sankari.
Gli esempi dell’ultimo decennio certo non mancano. Tre anni fa il cavaliere bianco che ha salvato Safilo, fondata nel 1934 da Guglielmo Tabacchi, è stato il gruppo olandese Hal Holding, oggi al 37,2% del capitale con la famiglia Tabacchi ridotta al 10%. E a comprare, quando non sono gruppi industriali internazionali, sono fondi di private equity. Come nel caso di Valentino Fashion Group, acquisito nel 2007 dal fondo paneuropeo Permira per l’80%, mentre il restante 20% è rimasto alla famiglia Marzotto. Andando indietro con gli anni, poi, nel 2001 era stata la maison Gucci, che nel 1999 aveva rilevato l’etichetta francese Yves Saint Lauren, a essere a sua volta comprata dalla francese Ppr (Pinault-Printemps-Redoute), che controlla anche l’italiana Bottega Veneta. E proprio Ppr ha rilevato nell’agosto scorso la Brioni per 350 milioni, ceduta dagli eredi delle famiglie dei fondatori delle famiglie Fonticoli e Savini.
Sempre lo scorso anno, Salvatore Ferragamo, in marzo prima della quotazione, decise di aprire il capitale al magnate di Hong Kong Peter Woo, fra gli uomini più ricchi al mondo (197esimo nella classifica Forbes) e storico partner della distribuzione in Cina dei prodotti della casa fiorentina. Woo, post quotazione in Borsa della griffe italiana, detiene ora il 6% del capitale.
Ma non sono solo i grandi marchi del lusso a far gola agli investitori stranieri e lo dimostra l’investimento della cinese Trendy international, gruppo dell’abbigliamento di medio calibro con 3.500 dipendenti e 1.500 negozi, nel capitale di Sixty Far East, controllata asiatica di Sixty, gruppo fashion con quartier generale a Chieti allora in fase di ristrutturazione. A sua volta Trendy è partecipato al 10% dal fondo di private equity L-Capital Asia, che fa capo al colosso del lusso francese Lvmh. Monica D’Ascenzo