Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 21/2/2012, 21 febbraio 2012
NUOVE MINACCE IRANIANE, VOLA IL PETROLIO
L’arma nucleare, quella del petrolio, le quotazioni in ascesa del greggio, le minacce di un attacco israeliano e le "frenate" della Casa Bianca: una tensione sempre più acuta percorre il Medio Oriente, dallo Stretto di Hormuz fino alle porte di Damasco, che quasi fa scomparire la missione dell’Aiea iniziata a Teheran e l’ipotesi di una ripresa dei negoziati internazionali. È questo l’assedio all’Iran, la nuova guerra fredda che, improvvisamente, potrebbe diventare calda.
Il petrolio - oltre i 105 dollari al barile il Wti, a 121 il Brent - è ai massimi da otto mesi, mentre l’Iran, dopo avere tagliato le forniture a Gran Bretagna e Francia, una ritorsione simbolica perché Parigi e Londra non acquistano quasi nulla da mesi, minaccia di farlo anche con gli altri Paesi europei come l’Italia che importava da Teheran più o meno il 13% dei suoi consumi, con contratti la cui scadenza era prevista a luglio. «Se proseguiranno gli atti ostili contro di noi sarà bloccato l’export nei confronti di Spagna, Grecia, Italia, Portogallo, Germania e Olanda», ha avvertito il vice ministro del petrolio, Ahmad Qalebani.
Nel 2011 l’Iran ha venduto nell’Unione europea 500mila barili al giorno, il 20% delle sue esportazioni, 2,5 milioni di barili su una produzione di 3,5. Gli iraniani pensano di sostituire il mercato europeo aumentando le forniture alla Cina e il quotidiano "Teheran Times" ha annunciato un contratto con Pechino, per oltre mezzo milione di barili, dai dettagli non ancora del tutto chiari. Già ora il 70% del greggio di Teheran viaggia comunque verso mercati asiatici.
Con le nuove forniture e un interscambio salito a 45 miliardi dollari, la repubblica islamica è diventata una sorta di dependance cinese: un legame sempre più stretto, quasi vitale, forse un abbraccio soffocante i cui vantaggi economici e politici potrebbero rivelarsi anche effimeri. Una certa sindrome dell’assedio si sta insinuando ai vertici iraniani: le misure più dure sono quelle finanziarie che, per esempio, bloccano l’export (circa 10 miliardi di dollari l’anno) dagli Emirati arabi, dove sono insediate quasi 8mila aziende iraniane. Nei porti del Golfo sono bloccati carichi di grano ucraino o di acciaio russo diretti a Teheran: non è il denaro che manca - l’Iran ha riserve per 80 miliardi di dollari - ma i fornitori temono le ritorsioni americane se accettano transazioni con le istituzioni iraniane.
Non è un caso che Teheran e Nuova Delhi abbiano concordato di commercializzare in rupie parte del loro interscambio petrolifero - 12 miliardi di dollari - in modo da aggirare le restrizioni Usa. Ma le difficoltà a piazzare il petrolio iraniano permangono e potrebbero spingere le quotazioni al rialzo.
Un conflitto dunque è già in corso nel botta e risposta del regime degli ayatollah all’isolamento economico, nelle manovre provocatorie della Marina iraniana nel Mediterraneo, ancorata con due navi nel porto siriano di Tartous per mostrare il sostegno a Bashar Assad, nella guerra neppure tanto segreta degli attentati - falliti - ai diplomatici israeliani, e degli agguati agli scienziati nucleari di Teheran, in due anni ne sono stati uccisi quattro, i cui ritratti sono diventati nella capitale quelli dei nuovi martiri. Icone da spendere nella propaganda di una campagna elettorale per le politiche del 2 marzo che non entusiasma gli iraniani, preoccupati dalle sanzioni, dalle quotazioni del rial al ribasso sul dollaro e dall’impennata dei prezzi.
Ma l’assedio economico a Israele non basta, come ha potuto constatare il consigliere americano per la sicurezza, Tom Donilon, nei suoi incontri con il ministro della Difesa Ehud Barak e il primo ministro Benjamin Netanyahu, le cui posizioni da falco preoccupano la Casa Bianca. E se gli esperti Usa sottolineano le difficoltà tecniche di un raid israeliano contro le installazioni nucleari di Teheran, Barack Obama, che vedrà Netanyahu a Washington il 5 marzo, resta sotto la pressione degli sfidanti repubblicani alla presidenza che promettono di «farla finita» con l’Iran nucleare.
Sono lontani i tempi in cui, agli esordi della presidenza, Obama mandò un video messaggio ai dirigenti di Teheran per invitarli «a superare trent’anni di conflitti»: allora non ci si poteva aspettare che questo anno cruciale della rielezione sarebbe stato dominato, oltre che dall’economia, dalla questione iraniana.