Enrico Fierro, il Fatto Quotidiano 21/2/2012, 21 febbraio 2012
CORTEI E MOLOTOV LA DOPPIA FACCIA DEL MOVIMENTO
Luca Cientanni, 38 anni, e Giorgio Rossetto, 50 anni, i due attivisti del movimento No Tav, arrestati insieme ad altre 22 persone il 26 gennaio scorso, non saranno scarcerati: lo ha stabilito il Tribunale del Riesame di Torino. Resteranno in carcere a causa delle loro “condotte delittuose” e ai loro “profili di pericolosità”. È l’ultimo atto dell’inchiesta sugli scontri in Val di Susa delluglioscorsochehaprovocato violentissimepolemiche,attacchi e intimidazioni al capo della Procura torinese, Gian Carlo Caselli. Dalle carte dell’inchiesta emerge un movimento No Tav a due facce. Quella “istituzionale”, come la chiamano i funzionari della Digos di Torino riferendosi ai sindaci, ai sindacalisti, agli ecologisti e alla brava gente che in Val di Susa lotta da anni contro il Tav, e quella violenta.Uninsiemedigruppi,centri sociali dell’ala più antagonista, vecchi rottami dell’Autonomia, “irriducibili” ormai ingrigiti del brigatismo, anarco-insurrezionalisti, che hanno scelto la Valle come luogo per sperimentare tecniche di guerriglia urbana. Basta guardare gli scontri del 3 luglio, in difesa della “Libera repubblica della Maddalena”.
PER LA DIGOS e la procura di Torino erano “preordinati”, organizzati militarmente. Tra il materiale sequestrato c’è un appunto scritto a mano che indica con geometrica precisione mezzi e tecniche per resistere alle cariche e ai tentativi di sgombero. Viene descritta la tecnica per costruire le barricate (le Invalicabili, fatte di filo spinato, massi tubi, fuoco) e le mobili. Indicati i mezzi di difesa passiva (caschi, maschere antigas, scudi), ma anche quelli di offesa. Nell’appunto si parla della formazione di squadre specializzate (frombolieri, scudieri, addetti al recupero dei lacrimogeni, fuochisti), e c’è anche l’artiglieria, fatta di catapulte, lancia-massi, molotov e di un mortaio artigianale. Per investigatori e magistrati è cambiata la “ragione sociale” del movimento, che non si limita più a mettere in campo manifestazioni per dire no alla realizzazione dell’Alta velocità, ma “mira apertamente all’impedimento materiale della prosecuzione delle attività”. Scontri, tecniche di guerriglia, arresti. A risentire di un clima che si fa sempre più pesante è innanzitutto il movimento. La gente partecipa sempre di meno. “Persone che avevano alimentato la protesta per lo più pacifica degli anni precedenti – si legge in un rapporto della Digos torinese – si sono rimodulate anche allontanandosi dalle iniziative più marcate”. Insomma, la gente pacifica che giudica inutile e dannoso il Tav, quando vede black-bloc, guerriglieri e antagonisti, si ritrae. Ha paura a manifestare. Cosa c’entrano il valligiano preoccupato per la sua terra, il sindacalista contrario ad un’opera che spreca centinaia di milioni di euro, il tecnico che propone soluzioni alternative, con i sequestratori di un carabiniere? È accaduto durante gli scontri del 3 luglio. Il militare rimane isolato, viene circondato, gli tolgono la pistola d’ordinanza (verrà ritrovata dopo qualche ora senza munizioni). Quando viene rilasciato una voce dal gruppo di antagonisti urla una frase inquietante: “Il prossimo non torna indietro” . La tecnica di infiltrazione dentro i cortei duri ma pacifici è sempre la stessa.
IL 3 LUGLIO il corteo, ad esempio, è aperto dai 23 sindaci della Val di Susa contrari alla realizzazione del Tav, c’è il presidente della Comunità montana, il sindacalista Giorgio Cremaschi, esponenti dei Verdi, di Sel, di Rifondazione comunista e del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. “La Valle nelle nostre mani” e “La forza della non violenza da Exilles Chiomonte”, gli striscioni che aprono la strada a 5mila manifestanti pacifici. Dietro 400 antagonisti, una parte di loro alla fine del comizio (parla Grillo insieme ad esponenti delle istituzioni locali) si stacca per unirsi alle altre frange violente. Dai boschi iniziano lanci di sassi e molotov contro poliziotti e carabinieri, che a loro volta sparano lacrimogeni e caricano. Si va avanti per ore. Le foto di quei giorni ci mostrano il corteo pacifico, arrabbiato e colorato ,leimmaginidellaDigosquelle degliincappucciati,digentecolcasco e la maschera antigas intenta a lanciare sassi e biglie di acciaio con le fionde, le esplosioni delle molotov, le barricate fisse e mobili. Brutta piega ha preso il movimento, bruttissima quella che rischia di prendere se la gente che in pace vuole battersi contro il Tav si ritira spaventata dalle violenze. E inorridita dalle intimidazioni rivolte al procuratore Gian Carlo Caselli. “Caselli Boia”, c’è scritto sui muri di Torino. Come negli anni Settanta, quelli di piombo. “Caselli Boia”, c’è scritto finanche a Palermo. Dove il procuratore chiese di andare dopo le stragi Falcone e Borsellino.