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 2012  febbraio 22 Mercoledì calendario

Lenin e la rivoluzione in «piazzetta» - Vladimir Il’ic Ul’janov,al secolo Le­nin (è noto che il secolo in que­stione fu lo sfortunato e sciagura­to Novecento), rimane un personaggio abbastanza misterioso

Lenin e la rivoluzione in «piazzetta» - Vladimir Il’ic Ul’janov,al secolo Le­nin (è noto che il secolo in que­stione fu lo sfortunato e sciagura­to Novecento), rimane un personaggio abbastanza misterioso. O quantomeno i giudizi storici, morali, politici sulle sue imprese non sono concordi. Ancora og­gi non mancano gli estimatori, quelli che lo salvano in toto e scaricano sulle spalle del successore Stalin le peggiori efferatezze del bolscevismo. Anche se, ad esser sinceri, è ormai abbondante­mente provato che polizia politica, gu­lag e cinismo sanguinario cominciaro­no in Russia fin dal 1917. In fondo non c’era da aspettarsi altro, date le premes­se: Lenin era un aristocratico, aveva in­terpretato il marxismo in chiave aristo­cratica, elitaria, tirannica. Il marxismo­leninismo, l’idea che una piccola spre­giudicata avanguardia di rivoluzionari di professione dovesse pilotare e fomen­tare le masse in rivolta, divenne dogma per la sinistra mondiale e manuale di istruzioni per totalitarismi a venire e bri­gatisti rossi. E dunque, che giudizio da­re di Lenin? Una quarantina d’anni fa l’odierno Presidente della Repubblica Napolitano vedeva in lui la «guida genia­le del movimento rivoluzionario». Se­condo Guido Ceronetti fu «l’inviato del­la Tenebra, fondatore imitabile dell’uni­verso concentrazionario». Bertrand Russell, intellettuale non preventiva­mente ostile nei suoi confronti, quando se lo trovò davanti non poté fare a meno di notare tratti di «crudeltà mongola». In lui sembrava essersi incarnato uno degli eroi negativi di Dostoevskij, ma Solzenitsyn lo considerò prodotto più del giacobinismo francese che del nichi­lismo slavo. Come dire, non è tutta roba nostra, è un mosro paneuropeo. Vasta è la bibliografia su Lenin, ma nuova luce ha fatto Gennaro Sangiuliano nel suo ul­timo lavoro Scacco alla zar (Mondado­ri). Non si tratta di un saggio accademi­co né di un romanzo storico, però contie­ne le qualità di entrambi: fonti accurate e precise (documenti dei National Archi­ves britannici compresi) e suggestive ri­costruzioni di ambienti e situazioni. Le­nin ci viene presentato in un momento cruciale della sua vita e della sua carrie­ra; è il 1908, arriva a Capri e ad attender­lo c’è Maksim Gor’kij, esule dopo il falli­t­o tentativo rivoluzionario di tre anni pri­ma. Gor’kij è già uno scrittore famosissi­mo, agli occhi dell’opinione pubblica planetaria rappresenta il volto, l’anima stessa del socialismo russo. Lenin è una faccia nota solo ai compagni e ai servizi segreti europei. Sbarca sull’isola non tanto per farsi un po’ di vacanza, anche se gli svaghi non mancheranno, squisi­tamente aristocratici e lussuosi, come preteso dalle sue origini, dal luogo, dal­le compagnie. Più urgente delle vacan­ze è tenersi buono lo scrittore, utilissi­mo come ambasciatore della rivoluzio­ne rus­sa nel mondo e di conseguenza al­la raccolta di fondi versati alla causa, so­prattutto in dollari. A Capri c’è anche l’influente filosofo ed economista Alek­sandr Bogdanov, principale concorren­te­per la carica di leader assoluto dei bol­scevichi. Costui e Gor’kij hanno messo su una vera e propria scuola per rivolu­zionari, però vi si teorizza un comuni­smo imbevuto di religiosità laica e di mi­to nietzschiano. Per loro l’ateismo è un punto di partenza, non di arrivo: Dio va «costruito» con le energie della nuova classe formata da superuomini rossi. Co­se inascoltabili per Lenin, ancora e sem­pre fedele al materialismo ottocente­sco. Quel frazionismo spiritualista va stroncato, Bogdanov va sfidato e sconfit­to perfino a scacchi, gioco in cui i due mi­li­tanti, da buoni russi, eccellono. Inol­tre, Lenin a Capri stringe i rapporti con l’aristocrazia militare prussiana che gli permetteranno di tornare in Russia in tempo per fare la rivoluzione. La Germa­nia aveva fatto male i suoi calcoli, nono­stante il disimpegno sul fronte orienta­le, perderà ugualmente la prima guerra mondiale; Lenin invece fonderà l’Urss. Noi che ne abbiamo visto la tragica tra­iettoria e la fine ingloriosa, possiamo im­maginare che tutto nacque fra la «piaz­zetta » e le rovine della villa di Tiberio.