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 2012  febbraio 22 Mercoledì calendario

L’uomo che per 400 volte ha visto la morte in faccia - Michael Graczyk ha visto morire 400 persone

L’uomo che per 400 volte ha visto la morte in faccia - Michael Graczyk ha visto morire 400 persone. Per 400 volte, seduto dietro una parete di vetro, ha visto un uo­mo entrare in una piccola stanza di color verde ospedale; le guar­die aiutarlo a sdraiarsi su un letti­no e applicare al suo corpo le cin­ghie di cuoio previste dalla legge. Poi le iniezioni letali, alla gola e al­le braccia: un potente sonnifero, un veleno per paralizzare i musco­­li, un altro per fermare il cuore. Per 400 volte ha sentito il respiro del condannato farsi più leggero e, dopo un piccolo sussulto, cessa­re del tutto. Per 400 volte si è alzato e in un piccolo ufficio a fianco ha scritto la cronaca di quello che era successo. Michael Graczyk fa il giornali­sta, lavora alla sede di Hou­ston dell’agen­zia Associated Press. E dal 1984 è incarica­to di seguire le esecuzioni dei condannati a morte nello Sta­to del Texas. È un lavoro impe­gnativo, un po’ discontinuo. L’ulti­ma esecuzione è stata nel mese di gennaio. In altri periodi ce ne so­no anche tre la settimana. Lui ne ha mancate poche, pochissime. In pratica solo per le ferie e per qualche impegno davvero indiffe­ribile. Nessuno al mondo è in gra­do di vantare la sua esperienza su come muore un uomo. Nessuno, né guardie carcerarie, né boia, né sacerdoti, è riuscito a guardare in faccia l’abisso per così tanto tem­po. Uno dei suoi predecessori alla redazione di Houston toccò quo­ta 189 esecuzioni. Poi ebbe una cri­si di coscienza, scrisse un libro e di­venne uno dei più impegnati mili­tanti contro la pena capitale. Graczyk, a 61 anni, di problemi non ne ha: «È peggio assistere a un incidente stradale. Con l’iniezio­ne letale sembra di vedere un uo­mo addormentarsi». Difende il suo ruolo di testimone dell’opinio­ne pubblica e si rifiuta di dire co­me la pensa sulla pena di morte: «Il mio lavoro è raccontare una sto­ria e riferire quello che è successo. Se mi faccio coinvolgere emotiva­mente mi espongo alle critiche». Quando assiste a un’esecuzione deve scegliere se stare nella stan­za riservata ai parenti delle vitti­me o in quella riservata ai parenti del condannato. Di solito sceglie le vittime. Ma solo perchè, ha spie­gato, dopo che il condannato è morto è più facile uscire e scrivere alla svelta il «pezzo». Anche il racconto di come è na­t­a la sua specializzazione è concre­to e poco sentimentale. «Un tem­po le esecuzioni avvenivano a mezzanotte e nessuno dei colle­ghi voleva andarci. Io abito a metà strada tra il carcere di Huntsville, dove le condanne vengono esegui­te, e Houston. Per me era abba­stanza comodo tornare a casa. Era la soluzione migliore». Con il tem­po, però, Graczyk si è appassiona­to. Ha iniziato a seguire la vita dei condannati, che tra appelli e ricor­si alla Corte suprema trascorrono anche 10 anni nel braccio della morte. Di alcuni è diventato ami­co. Li visita in carcere per lunghe chiacchierate nel parlatorio. Uno, mentre era già legato al letti­no per l’iniezione lo ha salutato ad alta voce. «Hey Mike, come ti va?». Un altro, a cui era stata concessa l’ultima telefonata, lo chiamò sul telefonino un’ora prima dell’ese­cuzione: «Tutto bene dalle tue par­ti? ». Graczyk l’ha raccontato a un giornalista senza nascondere la sua incredulità: «Stava per morire e pensava al sottoscritto. Strano, vero?». Il suo ruolo è diventato più im­portante nel tempo. Fino a qual­che anno fa un paio di quotidiani del Texas mandavano alle esecu­zioni un loro giornalista. A loro si aggiungevano, nei casi più impor­­tanti, gli inviati dei giornali nazio­nali. Poi anche nelle redazioni Usa è arrivato l’ordine di rispar­miare su spese e trasferte. Ora Graczyk è quasi sempre da solo e tutti i giornali del Paese riprendo­no i suoi servizi. Spetta a lui riferi­re al mondo il testamento dei con­dannati texani. L’ultimo, Rodrigo Hernandez, giustiziato il 26 gen­naio, pochi minuti prima delle iniezioni letali ha chiesto di parla­re con un Ranger e gli ha confessato i due omicidi di cui era stato accusato e che durante il processo aveva sempre negato. Sul lettino ha det­to: «Vi amo tutti». E mentre il sonni­fero faceva effetto ha aggiunto: «Que­sta roba punge». A raccontarlo è naturalmente la cronaca dell’Asso­ciated Press, co­me sempre nel giornalismo americano, precisa e impersonale. A volte, però, perfi­no il distaccato Graczyk tradisce un disagio nascosto. A un collega ha raccontato che anni fa un con­dannato sul punto di morte si mi­se a cantare una melodia natali­zia, «Astro del Ciel». Da allora, è più forte di lui, quella canzone non riesce più ad ascoltarla.