Maurizio Stefanini, Libero 21/2/2012, 21 febbraio 2012
L’ISLANDA PUNISCE LE BANCHE ED ESCE PER PRIMA DELLA CRISI
L’Islanda esce dal tunnel. Nel 2001 la deregulation delle banche era stata occasione per un passaggio dell’isola da un’economia “reale” basata in gran parte sulla pesca e sulla geotermia a un’economia “virtuale” imperniata sui servizi finanziari; nel 2007 Le Figaro fotografava un Paese che con un Pil pro-capite di 40.000 euro per abitante aveva il tenore di vita più alto del mondo; ma nel settembre del 2008 la bolla finanziaria scoppiò. Il 90% della capitalizzazione della Borsa andò in fumo; 85 miliardi di dollari di debiti si accumularono contro gli appena 13 miliardi del valore di tutta l’economia, che si contrasse del 6,7% nel 2009, del 5,5% nei primi sei mesi del 2010 e del 2,9 nel 2011; mezzo milione di risparmiatori stranieri che si erano fidati degli altissimi tassi di interesse islandesi persero i loro risparmi; e il costo complessivo del disastro è stato stimato nel 785% del Pil isolano del 2007. Ma adesso l’Islanda è tornata a crescere. Secondo Fitch i bond del Paese da cui la crisi finanziaria era iniziata non vanno più equiparati a spazzatura, e la loro qualificazione è risalita da BB+ a BBB-, con prospettiva stabile. E anche Standard & Poor’s e Moody’s sembrano pensarla allo stesso modo. Secondo il rapporto di Fitch, l’Islanda sta ormai crescendo più rapidamente della zona euro: il 2,4% atteso sia per il 2012 che per il 2013, contro lo 0,2% dell’Eurozona. Pure il debito pubblico si sta riducendo, dopo il massimo del 100% del Pil raggiunto nel 2011. E in questo momento il governo riesce anche a vendere bond al tasso del 4,7%: un po’ più cari di quelli italiani, ma non troppo. Ovviamente, per riceverne in cambio un soccorso da 2 miliardi l’Islanda ha dovuto accettare un po’ di ricette di quelle consigliate e, diciamolo pure, imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Ma nel contempo ha pensato anche a stimolare la domanda e a ristrutturare quel settore finanziario che non aveva funzionato. La banca Landsbanki, in particolare, dopo il fallimento non è stata abbuffata di soldi per rianimarsi, ma direttamente nazionalizzata. Ma soprattutto i cittadini hanno saputo dire di no, un po’ a tutti. Non solo la Rivoluzione delle Casseruole costrinse il primo ministro Geir Hilmar Haarde alle dimissioni, ma questi lo scorso settembre è stato anche messo sotto processo, accusato di negligenza nell’affrontare la crisi per aver violato la legge sulla responsabilità dei ministri e per non aver dato retta agli allarmi che gli stavano arrivando dagli istituti bancari. Dopo le elezioni anticipate del 25 aprile 2009, al referendum del 6 marzo 2010 il 98,1% dei votanti disse di no all’accordo con cui il governo si era impegnato a rifondere tra 2013 e 2017 2,35 miliardi di sterline al Regno Unito e 1,2 miliardi di euro ai Paesi Bassi come indennizzo per i soldi che cittadini e istituzioni di questi due Paesi avevano perso nelle banche islandesi. Una consultazione resa necessaria dal fatto che il presidente Ólafur Grímsson si era rifiutato di firmare la legge votata dall’Althing. Il governo fece allora un nuovo accordo, il parlamento lo votò, ma di nuovo il presidente rifiutò di firmare, e benché stavolta la minaccia di Londra e dell’Aja di ricorrere alle Corti Europee abbia reso il risultato meno plebiscitario del precedente, di nuovo il referendum del 9 aprile 2011 ha espresso una rotonda maggioranza di no: il 59,77%. Ma d’altra parte, gli islandesi hanno detto di no anche i cinesi: che come in Grecia, volevano approfittare delle difficoltà economiche dei locali per fare man bassa. Il ministro dell’Interno Ogmundur Jonasson ha respinto come “incompatibile con le leggi islandesi” la richiesta del gruppo cinese Zhongkun di comprare un vasto terreno nel nord dell’isola per realizzare un progetto immobiliare da 200 milioni di dollari.
Maurizio Stefanini