Andrea Scaglia, Libero 21/2/2012, 21 febbraio 2012
ECCO COSA SI NASCONDE DIETRO IL BUCO DA 38 MILIARDI
Che poi certo, in ordine alla vicenda del policlinico romano andranno accertate eventuali responsabilità personali e approfondite endemiche disorganizzazioni e valutate annose carenze e insomma, questo è lavoro da magistrati. Resta però il fatto che proprio la sanità laziale rappresenta il disastroso stato in cui versa il settore nell’intero Paese. Alla sanità è dedicato il 73% dei bilanci regionali, a fronte di un complessivo stanziamento statale di circa 115 miliardi (dato 2010), e però il disavanzo su base nazionale arriva a 2 miliardi e mezzo. Peraltro impressiona la considerazione che, per il 48% degli italiani, l’assistenza sanitaria è di fatto sotto tutela – nel senso che in cinque regioni è commissariata (Lazio, Campania, Calabria, Abruzzo, Molise) con antipatiche addizionali Irpef e Irap messe lì a mo’ di tappabuchi, e altre tre (Piemonte, Puglia, Sicilia) sono alle prese con dolorosi piani di rientro. Ed ecco un altro elemento che ben fotografa la mala situazione: il Sole 24 Ore ha calcolato che, nel decennio 2001-2010, sono stati accumulati deficit per 38 miliardi, equivalenti a un debito di 646 euro per ogni cittadino italiano - che sale a 2.460 euro per i cittadini laziali e a 1.483 per i residenti in Campania. Così stiamo messi.
Tornando al Lazio, considerando che il disavanzo sanitario si aggira intorno al miliardo all’anno, significa che pesa sul buco nazionale per circa il 40% (!). D’altronde è proprio qui il triste primato, con la seconda classificata Campania distaccata di mezzo miliardo. L’assessore al Bilancio laziale Stefano Cetica puntava a stabilizzarlo per il 2011 a 850 milioni, ma il tendenziale emerso nella riunione del mese scorso con i dirigenti dei ministeri di Economia e Salute salirebbe fino a 950. E ci sono da aggiungere i 350 milioni che sempre il Lazio deve versare ogni anno alla Cassa Depositi e Prestiti, per ripianare il prestito di 5,5 miliardi concesso nel 2007. C’è da dire che, nonostante il quasi eroico lavoro quotidiano di tanti medici e infermieri costretti troppo spesso a lavorare in condizioni inaccettabili, la voragine economico-finanziaria su cui s’affaccia la sanità italica è stata scavata negli anni con ottusa pervicacia. Per dire: sembra incredibile, ma la Corte dei Conti ha segnalato decine di episodi in cui i debiti venivano pagati due o anche tre volte – per disorganizzazione o malafede.
Proseguiamo con gli esempi a macchia di leopardo: la Commissione bicamerale d’inchiesta sui disavanzi sanitari ha calcolato che in Calabria il rapporto fra produzione e costi è del 47,3% – significa in sostanza che metà del budget se ne va in sprechi – e negli anni, fra disavanzo annuale e pregressi, il buco ha raggiunto gli 1,8 miliardi.
E vai con altre assurdità. Scorrendo i dati Agenas e anche inchieste di organi d’informazione come Altroconsumo, si riesce a illuminare (in parte) il torbido mondo delle forniture di servizi, e soprattutto delle incomprensibili differenze di prezzo fra regione e regione. Cioè: ma com’è possibile che la stessa attrezzatura per la Tac – la stessa! – venga pagata 1.027 euro dalle strutture emiliane e 1.554 da quelle campane? E per quale motivo la stessa protesi coronarica per biforcazioni – la stessa! – costa 205 euro agli ambulatori pubblici piemontesi e invece 450 – dunque più del doppio a quelli sardi? Ed è tutto collegato, in un’interminabile catena d’inefficienze: per dirne un’altra, sono proprio le Asl le peggiori “pagatrici” pubbliche riguardo a rapporti di fornitura con i privati, con una media nazionale di 180 giorni (cioè, sei mesi, ti pagano il lavoro dopo sei mesi...) e ospedali che onorano le fatture addirittura dopo più di tre anni.
Un caos complessivo che, quando non nasconde clientele più o meno confessabili, quantomeno evidenzia parossistiche incapacità di gestione. Che paghiamo tutti. Con il portafogli. O finendo abbandonati in una corsia d’ospedale. Che è anche peggio.
Andrea Scaglia