Tiziana Boari, il Fatto Quotidiano 18/2/2012, 18 febbraio 2012
“BILD”, IL TABLOID CHE NON PERDONA
Wulff è rimasto intrappolato nell’incapacità di gestire i rapporti con la stampa e comunicare le sue verità al punto da essere costretto alle dimissioni. Lo scandalo ha messo fine alla carriera politica di questo giovane presidente di 52 anni, cristiano-democratico, già ministro-presidente in Bassa Sassonia dal 2003, dal 1998 uno dei vicepresidenti della Cdu, entrato giovanissimo nel 1979 ad appena 20 anni nel direttivo dell’organizzazione giovanile del partito, la Junge Union. Ed eletto al terzo turno, con 625 voti contro 494, a presidente della Repubblica tedesca nel giugno 2010 grazie al forte sostegno di Angela Merkel.
ORA IL COLPO di grazia a Wulff arriva dopo una campagna stampa avviata contro il presidente dal quotidiano Bild e conseguenza, secondo fonti ben informate, di un tentativo da parte della testata considerata conservatrice e scandalistica – ieri l’edizione on line titolava: “Cacciate i greci fuori dall’euro” – di accreditarsi come serio quotidiano di centro, erigersi a baluardo della libertà di informazione dimostrando di non guardare in faccia alcuno, neanche la più alta carica dello Stato. L’inizio della vicenda risale al 2008 con il prestito alla moglie di Wulff da parte dell’amico imprenditore Geerkens. E risalta fuori il 13 dicembre 2011: la Bild mette in dubbio che Wulff abbia detto la verità al Parlamento regionale della Bassa Sassonia. Il portavoce del presidente Glaeseker conferma la veridicità delle affermazioni di Wulff. Fonti informate sostengono che la documentazione sull’accordo sia stata fornita off the record e che dunque Bild avrebbe violato l’accordo, menzionandolo e dando il via a un “massacro mediatico”. Il settimanale Der Spiegel riporta le dichiarazioni di Egon Geerkens che ammette di aver concesso il prestito a Wulff attraverso sua moglie. Wulff passa la palla ai suoi avvocati che dichiarano: la banca conferma che l’assegno dato proviene dal conto della moglie di Geerkens e che anche l’accordo di prestito è stato stipulato a suo nome. Il 2 gennaio accade l’irreparabile. Il direttore della Bild, Kai Dieckmann , conferma che Wulff gli ha telefonato lasciando registrato sulla segreteria un messaggio dai toni intimidatori in cui chiede di non pubblicare il risultato dell’inchiesta giornalistica sul finanziamento della sua casa privata.
VERSIONE smentita qualche settimana dopo da Hans Leyendecker della Süddeutsche Zeitung che, ascoltate le registrazioni della telefonata, confermerà: Wulff chiese una posticipazione della pubblicazione, non la censura totale. Ma quel 2 gennaio a dare man forte a Dieckmann arriva anche il direttore di Der Spiegel, Mathias Döpfner: Wulff avrebbe utilizzato lo stesso sistema nei suoi riguardi, ma senza successo. Il 4 gennaio è la serata dell’intervista televisiva congiunta Ard-Zdf che diventa un boomerang. Il presidente, teso e insicuro, ammette i propri errori, dichiara tuttavia di non volersi dimettere. Bild chiede l’autorizzazione a pubblicare il contenuto dei messaggi lasciati in segreteria telefonica, Wulff gliela nega, compiendo l’errore che gli sarà fatale. I legali di Wulff rispondono a 400 domande dei media sull’intera vicenda, una sorta di question-time scritto, ma non consentono la pubblicazione su Internet delle risposte, che però pochi giorni dopo sono pubblicate dal quotidiano Die Welt, mentre Bild si concentra sui buoni millemiglia accumulati e utilizzati per scopi privati.
Adesso che Wulff se ne è andato, la sua carica sarà tenuta a interim per un mese da Horst Seehofer, in quanto presidente del Bundesrat, la Camera delle regioni, come prevede l’articolo 56 del Grundgesetz, la Costituzione tedesca, nel caso di dimissioni presidenziali. Nato nel 1949, Seehofer è anche presidente del suo partito, la Csu, stretto alleato della Cdu. Già ministro della Salute negli anni 90, è stato ministro dell’Agricoltura del primo governo Merkel e dall’ottobre del 2008 è alla guida del suo partito e dello Stato federale bavarese.