Emanuela Audisio, la Repubblica 20/2/2012, 20 febbraio 2012
BOLT Quando farò 9’’40 – Il privilegio, ma anche la condanna. Il dio della velocità deve sempre fare miracoli
BOLT Quando farò 9’’40 – Il privilegio, ma anche la condanna. Il dio della velocità deve sempre fare miracoli. «La gente mi chiede: fai il Lampo». La fama ti rincorre. Non puoi ritirarti da te stesso se sei l’uomo più veloce del mondo. Usain Bolt lo è dal 2008: 9"58 sui 100 metri, 19"19 sui 200. Ora si racconta nell’autobiografia «Questo sono io» (Baldini Castoldi Dalai, 15 euro). E per il futuro promette: «Posso scendere a 9"40 e sotto i 19", ma oltre il corpo umano non potrà andare». Insomma, non avrai altro dio, fuori di me. Nel libro ci sono le sue debolezze. E anche la sua prima volta. «Corsi sulla pista in erba davanti alla W a l d e n s i a P r i m a r y School e persi da un ragazzo che si chiamava Ricardo Geddes. L’istruttore mi disse: scommetto un pranzo che lo puoi battere. Mi piace mangiare, superai Ricardo e capii che nessuno l’avrebbe più spuntata con me». Il piacere, sì. Usain non nasce per il dovere, gli piace rilassarsi, a Kingston non ci riesce, troppe ric h i e s t e . C o s ì scappa sulle colline di Trelawny, dov’è nato, e fa il figlio a casa dei g e n i t o r i , a Coxheath, vicino a Sherwood Content. Si siede in veranda, guarda i banani, e pensa che è stato fortunato a non dover andare con papà a lavorare alla fabbrica di caffè Windsor. L’alunno Bolt? Indisciplinato, burlone e in fuga per non prenderle. Si sa, il segreto è sempre quello: se corri veloce eviti gli scapaccioni. La corsa come hobby, l’ammissione per meriti sportivi alla scuola William Knibb. «Ma io saltavo gli allenamenti, preferivo la sala giochi, un dollaro al minuto, fino a quando non finivo i soldi. Solo che una nipote di mia madre mi scoprì, lo disse a papà che mi mise spalle al muro: senza allenamento non vai da nessuna parte. Così cambiai atteggiamento». Un talento precoce, visibile a tutti. «A scuola mi proteggevano, non volevano giocassi a calcio e se giravo scalzo mi ricordavano che i piedi per chi corre sono importanti». I pranzi da zia Lilly, che gli cucina patate dolcie maiale. «Mamma non lo fa, è un’avventista del Settimo Giorno e la sua religione lo proibisce». E il porridge al mais di nonna Monica e il pudding all’uvetta. Papà gli compra un Nintendo. «Ma era severo, dovevo rientrare a casa per le dieci, l’ora in cui cominciavano le feste, difficile farsi una ragazza. La prima è stata Kimlin Matteson, ma non viveva nei dintorni e senza telefoni era difficile restare in contatto. A Kingston ho conosciuto Mizzican Evans, ci sono stato per sette anni, è l’unica con la quale ho litigato». Nel 2002 il soprannome: Lightning Bolt, inventato dalla gente di Nassau, Bahamas, ai Carifta Games. Un lampo e via. Il mondiale juniores vinto a Kingston. «Avevo 15 anni, ero alto 1,96. Ero così sottosopra che infilai le scarpette chiodate al contrario, le mani mi tremavano, ma finii con quattro metri di vantaggio sugli altri». Il primo oro, ma anche il primo tutor, Norman Peart, per seguirlo a scuola e nella vita. I passi di breakdance studiati davanti allo specchio, il trasferimento all’High Performance Center di Kingston. «Era il 2004, ero professionista, sponsorizzato dalla Puma, ma non ero felice. Non mi piaceva il regime imposto dal nuovo coach Friz Coleman, troppo lavoro, non reggevo». Il mal di schiena che lo tormenta. «Soffro di scoliosi, la mia gamba destra è più corta di 1,25 cm, lo scoprimmo quando passai sotto il coach Glenn Mills. Mi rivolsi al chirurgo tedesco Hans Muller-Wolfahrt che mi assicurò che mi avrebbe rimesso a posto». Ai Giochi di Atene Bolt va male e lo criticano. «Ero spompato e non mi sforzavo. Mills è comprensivo, non si arrabbia con la mia pigrizia. E ha cambiato la posizione del mio corpo sui blocchi». I motivi delle sconfitte sui 200. «Guardavo dietro di me quasi subito dopo la partenza, questo mi rallentava». La rivalità con Tyson Gay. «Per la prima volta a New York nel 2008 lo sfidai sui 100, ho battuto luie senza accorgermene anche il record mondiale. Da quel momento per colpa sua i nostri rapporti non sono stati più gli stessi». Mentre vola a Pechino si filma con il telefonino (che poi gli ruberanno): «Vincerò tre medaglie d’oro». Ai Giochi niente cucina cinese, ma 15 bocconcini di pollo da McDonald’s a colazione pranzo e cena. La finale olimpica 2008. «Al secondo passo ero avanti e mi dicevo ce l’ho fatta, non vidi il cronometro e nemmeno che uno dei lacci delle scarpe si era sciolto. 9"69, record, avevo decelerato e non ero per niente affaticato. Come era possibile?». Dopo gli altri due ori, finalmente sesso: «Io e la mia ragazza Mizzicann ce la svignammo in un hotel per un festeggiamento più privato». Il ritorno in Giamaica. «A nessuno fregava più niente dei party e del mio stile di vita, l’assedio è durato due settimane, avevo le braccia piene di graffi e unghiate». Ai mondiali di Berlino altri record e altre notti al mixer. Alla fine un ragazzo onesto: «Se esistessero le medaglie d’oro per chi frequenta i party, a 17 anni me le sarei aggiudicate tutte. Uscivo all’una di notte e tornavo alle 6». Appassionato di calcio, tifa Manchester United. Conosce Samuel Eto’o ai tempi del Barcellona. «Ero accecato dal suo orologio, mi chiese: lo vuoi? Se lo sfilò e mi disse è tuo. Ho scoperto che vale 35 mila euro». Ha scoperto anche come fare quando gli chiedono un altro Lampo. «Spiacente, oggi il programma non lo prevede».