Maria Teresa Cometto, CorrierEconomia 20/02/2012, 20 febbraio 2012
MURDOCH. NELLA TANA DELLO SQUALO
Fin quando sarà vivo lui, i giornali del suo impero non si toccano. Tantomeno il gioiello del gruppo, il Wall Street Journal, che non solo è la voce più autorevole sulla Borsa più importante del mondo, ma è anche il primo quotidiano per diffusione in America con 2,1 milioni di abbonati.
Rupert Murdoch, fondatore e ceo del gruppo multimediale NewsCorp, alla vigilia del suo 81° compleanno (11 marzo) tiene duro, nonostante l’intensificarsi delle inchieste giudiziarie sui suoi tabloid inglesi e della pressione degli azionisti perché liquidi un business, quello della carta stampata, ormai secondario e poco redditizio.
Profitti & perdite
È una questione di radici, orgoglio professionale e anche affetti, per quanto possa sembrare strano detto di un personaggio che i critici chiamano «Squalo».
«Rupert è un ottimo operatore, ma le sue decisioni di investimento non sempre seguono solo la logica del profitto — spiega a CorrierEconomia Brett Harriss, l’analista del settore media per Gabelli, società che amministra fra l’altro il fondo chiuso Global multimedia —. A volte fa acquisizioni per motivi di prestigio, come quella del Dow Jones nel 2007. Finora ha garantito che il controllo ai vertici del gruppo restasse in famiglia. Ed essendo emotivamente attaccato alle sue radici, che risalgono a 58 anni fa quando iniziò a costruire il suo impero da una catena di giornali regionali in Australia, continua a dedicare alla carta stampata un’energia sproporzionata rispetto al suo valore in declino». Per questo il prezzo delle azioni NewsCorp è inferiore di almeno il 14% alla somma di tutti i suoi business, anche dopo essersi rivalutato di oltre il 40% dalla scorsa estate, quando era scoppiato lo scandalo a Londra.
«In quei mesi NewsCorp era depressa in Borsa sia per le vicende inglesi sia perché tutto il mercato era crollato per il timore di una nuova crisi finanziaria globale — ricorda Harriss —. Ma ancora oggi è molto meno cara di un gruppo multimediale concorrente come Disney».
La differenza è che il marchio di Topolino si focalizza sul business dello spettacolo e del tempo libero; mentre in NewsCorp i problemi delle attività editoriali oscurano i successi della tv via cavo, satellitare e del cinema, da cui viene ormai il 75% dei profitti operativi (vedere il grafico, dove la somma delle quote dei profitti è superiore a 100 perché al lordo delle spese di gruppo). Il tabloid New York Post, per esempio, perde circa 1 milione di dollari per settimana secondo stime di mercato: un buco compensato da guadagni record come i 2 miliardi di dollari del film «Avatar».
Non perde soldi, anzi è tornato al profitto il Wall Street Journal sotto la gestione Murdoch, che ha investito sul suo rilancio riuscendo a farlo diventare il numero 1 in America nel 2009: caso unico di giornale con un incremento delle vendite e della foliazione negli ultimi anni, per esempio con la nuova sezione newyorkese.
A conferma del potere della testata c’è la notizia fresca di Raju Narisetti «rubato» al Washington Post, dov’era responsabile editoriale: è diventato direttore del network digitale del Wall Street Journal. Mentre al posto di ceo del Dow Jones — editore dell’agenzia di notizie omonima e del settimanale Barron’s, oltre al quotidiano WSJ —, è candidato un top manager del concorrente gruppo Bloomberg, Lex Fenwick. Quel posto è vacante dalle dimissioni la scorsa estate di Les Hinton, che era stato responsabile dei giornali inglesi di Murdoch all’epoca dei fatti incriminati (1995-2007): nonostante si professi all’oscuro delle intercettazioni illegali che hanno portato alla chiusura del News of the World, l’ex ceo ha preferito farsi da parte per non trascinare il WSJ nello scandalo.
Dimenticare Londra
I nemici di Murdoch — come i politici Democratici, secondo cui Fox News è il panzer mediatico dell’opposizione Repubblicana — vedrebbero volentieri l’allargamento all’America delle inchieste sulle pratiche scorrette dei suoi giornalisti. E hanno già ottenuto l’apertura di un’indagine del ministero della Giustizia Usa sulla possibile violazione delle regole anti corruzione all’estero.
L’unica cosa razionale da fare per NewsCorp sarebbe distanziarsi il più possibile da Londra e focalizzarsi su Hollywood e tv, sostiene l’esperto di media Ken Doctor, autore del nuovo libro Newsonomics. Gli azionisti applaudirebbero: la vendita dei giornali potrebbe portare nelle casse del gruppo parecchi miliardi di dollari, se si aprisse una gara alla conquista del Wall Street Journal fra i gruppi rivali Thomson Reuters e Bloomberg, come alcune voci di mercato ipotizzano. «È molto improbabile che succeda — commenta Harriss —. Ma se crescono i problemi giudiziari, aumenta anche la probabilità che Murdoch sia costretto a cedere la carta stampata».
Maria Teresa Cometto