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 2012  febbraio 20 Lunedì calendario

Amori, viaggi, amici, lacrime Walter Chiari visto dal figlio - Perdonatemi l’uso della prima persona

Amori, viaggi, amici, lacrime Walter Chiari visto dal figlio - Perdonatemi l’uso della prima persona. Ma sa­pete com’è... Non capi­ta tutti i giorni di correre al capezzale di Walter Chiari. An­dò così. Domenica 3 marzo 1991, primo pomeriggio di quasi prima­vera. Sto bighellonando in tipogra­fia, qui al Giornale , in via Gaetano Negri, e vedo accorrere il capore­dattore centrale con gli occhi sbar­rati. «Che stai facendo? Roba ur­gente? Abbiamo un guaio», mi di­ce. «Che guaio?». «Walter Chiari è gravissimo in ospedale. Agli spetta­coli siamo scoperti... Fiondati là e vedi un po’ com’è la situazione, non vorrei che...». Corro là, al San Carlo. Dribblo, in ordine di appari­zione: un custode sospettoso, un paio di suore con la faccia da fune­rale, una decina di infermieri allar­mati dal mio aspetto da invasato (era il primo «servizio» importan­te, dovete capirmi). Chiedi di qui, intrufolati di là, alla fine trovo la stanza giusta. Entro in punta di pie­di, lo vedo di spalle armeggiare in­torno a un televisore. «Mi scusi, si­gnor Chiari... Io sarei un giornali­sta e mi hanno detto che... Insom­ma... mi hanno mandato qui...». Si volta. Ha la faccia del pugile che fu, da ragazzo. Ma non sembra per niente suonato, diciamo un pu­gile dopo un paio di round equili­brati. Certo, era meglio in giacca e farfallino a Studio Uno , quasi trent’anni prima. Il pigiama cele­ste da pensionato, indossato da lui, è una stonatura. «Vieni, vieni caro. Questa tv mi sta facendo dan­nare. Sta per iniziare 90º minuto e non vorrei perdere i gol del Mi­lan... Abbiamo vinto quattro a uno, lo sai no?». Infatti, avevamo vinto quattro a uno a San Siro con­tro il Napoli. Ma come faceva a sa­pere che anch’io ero rossonero? Ah già, lui era Walter Chiari, il mat­tatore sensitivo, il mago della risa­ta che parte dalle budella e arriva alla testa, il cavaliere senza mac­chia e senza paura dei palcosceni­ci, dei set, degli studi di mamma Rai. Lui le cose le percepiva in ma­niera animalesca, e raramente sba­gliava. «Macché grave! Sono qui per un controllino, più che altro per far compagnia a un mio amico ricoverato». Lui, il Walter, non era «ricoverato». Come si sarebbe po­tuto ricoverare Walter Chiari? La mia memorabile giornata proseguì fra signore e dottoresse tutte eccitate a squittirgli intorno, discussioni calcistiche, barzellet­te e un annuncio: la seconda noti­zia che portai a casa, dopo quella che il Maestro stava molto meglio di me e del caporedattore messi in­sieme. «Quando esco mi metto a la­vorare a un musical, una roba pie­na di ballerine con le gambe lun­ghe ». Quel musical non ebbe il tempo di farlo. Morì nove mesi do­po, il 20 dicembre. Anzi, secondo il suo «Simonci­no », cioè Simone Annicchiarico, l’unico figlio,avuto con Alida Chel­li, il Walter incominciò a morire in primavera, durante l’ultimo dei suoi abituali viaggi esotici, nel pa­radiso della Costa Rica. Simonci­no lo spiega fra le righe della dop­pia biografia Walter e io (Baldini & Castoldi, da domani nelle libre­rie). Ecco,a pagina 165 c’è il Walter in piedi in riva al mare, immobile e con le braccia conserte. Simone gli si avvicina e s’accorge che il babbo sta piangendo. Walter Chiari in la­crime, questo sì che è uno scoop da prima pagina. Gli era giunta la notizia della tragica morte del pic­colo Conor, quattro anni, il pargo­lo di Eric Clapton e Lory Del Santo, caduto dal 53º piano di un gratta­cielo a New York. Ascoltate Simo­ne: «Quando mi telefonava dalle tournée con Lory, mi raccontava puntualmente le sue giornate con Conor: “Simone, non hai idea di co­me ti assomiglia... A tavola gli fac­cio tutti i giochi che facevamo as­sieme, dai bicchieri allo stuzzica­denti fino al classico della tovaglia da sfilare di scatto da sotto i piatti... È sempre sulle mie spalle, proprio come te!». Era un’ingiustizia, e il Walter le ingiustizie non le poteva sopportare. Soprattutto, quelle su­bite dagli altri, perché i suoi tre me­s­i di galera per un grammo di cocai­na, anno di disgrazia 1970, gli scivo­larono sulla schiena da atleta co­me pioggerella sull’impermeabi­le. O no? Simoncino, inanellando ricordi come vengono vengono (è un simpatico cazzone - chissà da chi ha preso?- non un rigoroso filo­logo) cova il dubbio di aver cono­sciuto un Walter «di seconda ma­no », come gli disse qualcuno. Un Walter leggermente lobotomizza­to come l’altrettanto mitico R.P. McMurphy alias Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cucu­lo . Le storie e la storia del più gran­de e onnivoro talento spettacolare dell’Italia intera,fra donne stupen­de magari mollate alla fermata di un treno, magari raggiunte con vo­li intercontinentali soltanto per consegnare un mazzo di rose, fra tavolate goliardiche, elargizioni milionarie a fondo perduto, esplo­sioni di entusiasmi, buchi neri illu­minati dal puntuale colpo di ge­nio, è tutta qui ma anche altrove. Si perde nei rivoli della memoria di cento amici, colleghi, compagni e camerati (fa lo stesso - la politica, in fondo, è un accidente) occasio­nali. Occhieggia persino dallo spotto­ne sanremese di sabato sera dedi­cato alla fiction Walter Chiari. Fi­no all’ultima risata ( 26 e 27 prossi­mi, Raiuno), con Alessio Boni a fa­re «il Walter». Cari telespettatori, siate indulgenti, mettetevi una ma­no sul cuore. Ne abbiamo tutti bi­sogno.