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 2012  febbraio 20 Lunedì calendario

L’Iran chiude i rubinetti. L’Italia trema - La fatwa petrolifera, per ora, ha colpito solo Gran Bretagna e Francia

L’Iran chiude i rubinetti. L’Italia trema - La fatwa petrolifera, per ora, ha colpito solo Gran Bretagna e Francia. Colpevoli di essere state in prima fila, a fine gennaio, nel far decidere all’Unione europea il blocco dell’acquisto dell’oro nero di Teheran fino alla prossima esta­t­e e lo stop alle operazioni finanzia­rie della Banca centrale iraniana. Ma se il Paese medio-orientale de­cidesse di estendere il divieto di esportare il proprio greggio ad al­tri Paesi per l’Italia sarebbero pro­babilmente guai. Il nostro Paese copre, infatti, il 13% del proprio fabbisogno con il greggio irania­no, in base alle stime dell’Agenzia internazionale dell’energia: ciò si­gnifica che ogni giorno 180mila ba­rili provenienti dal Paese medio­orientale transitano per la peniso­la. Non pochi, se solo si pensa che l’intera Unione europea importa circa 450mila barili. Insieme con la Spagna, siamo il primo fruitore dell’olio estratto in quella che una volta si chiamava Persia. Se l’em­bargo scatterà, occorrerà coprire un buco. L’Arabia Saudita si è già offerta di colmarlo, ma resta la pre­occupazio­ne per le probabili riper­cussioni sulle quotazioni del greg­gio, peraltro già in forte tensione (venerdì il Brent ha superato i 120 dollari il barile). Anche dando per scontato che Teheran non darà se­guito alla minaccia di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% della produzione mondiale (per l’Iran equivarrebbe a un ha­rakiri, visto che tutte le esportazio­ni subirebbero un blocco), il Fon­do monetario aveva stimato prez­zi del greggio in risalita fino a 150 dollari in seguito alla decisione di Bruxelles di non acquistare più pe­troli­o dall’Iran a partire dal prossi­mo luglio. Se l’oro nero dovesse toccare quel picco, l’economia mondiale subirebbe un danno significativo. Si calcola, infatti, che per ogni 10 dollari di aumento dei prezzi pe­troliferi, il pil si contrae di uno 0,5%. Trenta dollari di rincaro si tradurrebbero, dunque, in un ap­pesantimento di un punto e mez­zo percentuale. Un «taglio» che un Paese come l’Italia, già condan­nata quest’anno alla recessione, certo non si può permettere. An­che perché l’effetto di trasmissio­ne dal petrolio surriscaldato ai car­buranti è quasi immediato. Un’escalation del greggio porte­rebbe senza dubbio la benzina a scavalcare la soglia dei 2 euro al li­tro. Con ricadute altrettanto im­mediate sull’inflazione, alimenta­ta non solo dai carburanti, ma an­che dai generi alimentari, per lo più trasportati su gomma. Italia a parte, la partita che si gio­ca a livello internazionale è co­munque molto complessa, e inve­ste i delicati equilibri all’interno dell’Opec, il cartello dei principali Paesi produttori di petrolio. Man­cano ancora quattro mesi al mee­ting dei Signori del greggio, ma la battaglia per la successione del li­bico Abdullah al-Badri è già aper­ta. E, siccome tale poltrona è lo specchio de­g­li equilibri geo­politici del car­tello petrolife­ro, dall’esito di questo scontro si potrà avere una indicazio­ne del mercato energetico dei prossimi anni. Sullo sfondo, ma fondamentale, resta inoltre il no­do Cina. L’idea dominante è che il gigante asiatico sia pronto ad acquistare tutto il greggio in circola­zione per sostenere la sua impe­tuosa crescita. E l’annuncio sul possibile accordo con l’Iran per as­sorbire altri 500mila barili al gior­no sembra confermare questa te­si.