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 2012  febbraio 20 Lunedì calendario

I sindacati e l’abbuffata della formazione - Dovrebbe essere il grimaldel­lo per riprendere tanti posti di la­voro, l’arma anti-precari, l’alter­nativa alla cassa integrazione

I sindacati e l’abbuffata della formazione - Dovrebbe essere il grimaldel­lo per riprendere tanti posti di la­voro, l’arma anti-precari, l’alter­nativa alla cassa integrazione. In­vece è uno scandalo nazionale. La formazione professionale è un bu­siness che procura una montagna di soldi ai professionisti dei corsi e una valanga di delusioni ai disoc­cupati. Assenza di controlli, truf­fe, avidità degli organizzatori - tra cui primeggiano i sindacati e le as­sociazioni di categoria, difensori più di se stessi che dei lavoratori – spesso vanificano l’utilità dei cor­si. UN FIUME DI DENARO Il denaro arriva soprattutto dal Fondo sociale europeo. Secondo l’Isfol (Istituto per lo sviluppo del­la fo­rmazione professionale dei la­voratori) le risorse complessive di­sponi­bili ammontano a 1,6 miliar­di di euro l’anno: ai finanziamenti Fse si aggiungono stanziamenti ministeriali (Welfare e Istruzio­ne), regionali e dei Fondi interpro­fessionali alimentati dal prelievo obbligatorio dello 0,30 per cento sui salari. È una delle spese più basse d’Eu­ropa: la Germania investe quattro volte di più, la Spagna tre. La torta potrebbe però presto aumentare con circa 8 miliardi di euro oggi usati per la cassa integrazione. Nella riforma dell’articolo 18, in­fatti, il ministro Elsa Fornero ipo­tizza di ridurre gli ammortizzatori sociali a favore della riqualifica­zione professionale. È la filosofia della «flexsecurity»: ti licenzio ma ti aiuto a trovare un diverso impie­go. IL LAVORO CHE C’È I corsi di formazione dovrebbe­ro dunque adeguare i disoccupati alle nuove esigenze del mercato del lavoro. Le forme sono molte­plici: orientamento, tirocinio, ap­prendistato, consulenza, borse di lavoro. Una ricerca dell’Isfol pre­sentata lo scorso novembre mo­stra la crescita delle professioni elementari e la stagnazione di quelle molto specializzate. Il lavo­ro non mancherebbe, secondo le statistiche. Unioncamere calcola che nel 2011 sono rimasti vacanti quasi 120mila posti per la man­canza di professionalità adegua­te: commessi, camerieri, operato­ri informatici, contabili, elettrici­sti, ma anche operai specializzati, infermieri, autisti di pullman, for­nai. Tra gennaio 2010 e giugno 2011 (dati Isfol) sono state erogate 95mila ore di formazione conti­nua con il coinvolgimento di 61mi­la imprese e quasi due milioni di frequentanti. Nell’ambito del­l­’istruzione professionale scolasti­ca, secondo il Rapporto 2010 ela­borato dalla Fondazione per la Sussidiarietà, il 30 per cento di chi ha conseguito una qualifica trova lavoro entro un mese, il 31 per cen­to entro sei mesi mentre un quin­to resta disoccupato. IL CAOS NELLE REGIONI Ma i dati nazionali rappresenta­no una media che non trova ri­scontro effettivo nella realtà. La formazione professionale compe­te alle regioni. E sono elevatissime le disparità. A cominciare dalla quantità di soldi spesi: in testa si troval’Emilia Romagna con 395,5 milioni di euro; in coda soltanto re­gioni del Sud. Nel triangolo Lom­bardia- Veneto-Emilia molte real­tà formative funzionano, altrove è una giungla. Prendiamo il caso Sicilia, regio­ne con un tasso di disoccupazio­ne doppio rispetto alla media na­zionale. La Corte dei conti ha quantificato in 1,9 miliardi di euro i fondi Fse riversati nell’isola dal 2003 al 2010, cui si aggiungono al­tre decine di milioni per finanzia­re gli uffici pubblici per l’impiego. Soldi che sono andati a sovvenzio­­nare l’esercito di 400 enti accredi­tati e i loro 7.300 stipendiati. Per ogni corso di formazione ha infat­ti trovato un posto soltanto un di­soccupato e mezzo. «L’effettivo avviamento al lavo­ro di un giovane siciliano costa ai contribuenti 72mila euro», ha det­to il procuratore della Corte dei conti. I formatori non risolvono i problemi di occupazione altrui, ma i propri sì. E il 60 per cento del­le as­sunzioni come addetti alla for­mazione ( metà docenti, metà im­piegati) è avvenuto dal 2000 in poi, con picchi nel 2006 e 2008, al­la vigilia delle elezioni. UN BUSINESS PER I SINDACATI Le lezioni sono organizzate da una miriade di realtà: in primo luo­go i sindacati e le associazioni di categoria, e poi enti locali, profes­sionisti, consulenti, enti legati a partiti politici. Non c’è un pro­gramma preciso né uno svolgi­mento standard; possono durare da 10-20 ore fino a 300-400. A volte i corsi prevedono sussidi mensili per gli iscritti, trasformandosi co­sì in potenti macchine di consen­so, e non garantiscono sbocchi. Non c’è un dato sintetico naziona­le ch­e indichi quanti corsisti ricon­quistino effettivamente un posto. In Veneto, una delle regioni più ef­­ficienti, trova lavoro subito soltan­to un quarto dei neolaureati che hanno frequentato i master di Confindustria Venezia (il 47 per cento entro un anno). Sarà per questa sfiducia che a Treviso van­no deserti 40 posti su 100 per l’ag­giornamento professionale offer­ti gratis da Unindustria ai lavorato­ri in mobilità. Verifiche e rendiconti spesso so­no obblighi non rispettati. Molte regioni non sono nemmeno in gra­do di valutare la qualità dei trai­ning e stabilire se i corsi si siano davvero svolti; ma i professionisti della formazione sono comun­que abilissimi nell’accaparrarsi i fondi. Nel marzo 2010 la provincia di Firenze lanciò una gara da tre milioni e mezzo di euro per eroga­re circa tremila «voucher lavorati­vi ». Di colpo in ognuna delle nove zone in cui era stato suddiviso il territorio nacque una cordata con­dotta da agenzie di formazione ri­conducibili a sindacati e catego­rie: a Firenze centro la Confeser­centi, a Firenze nord la Cna, nel Mugello la Cgil, nel Chianti la Uil, eccetera. Nessuna sovrapposizio­ne, nessuna concorrenza, secon­do una regìa collaudata che tiene lontani i privati. Gli organizzatori avrebbero incamerato fino al 50 per cento delle somme disponibi­­li, come rivelò l’assessore alla For­mazione, Rosa Maria Di Giorgi. La Cna fiorentina specificò di tratte­nere «solo» il 25 per cento. I tribunali di tutta Italia sono pie­ni di fascicoli su truffe, vere o pre­sunte, sulla formazione professio­nale. Centinaia di migliaia di euro pubblici arraffati per istituire fan­tomatici corsi che non si sono svol­ti o non hanno prodotto lavoro. Tangenti per dimenticare «stage» inesistenti ma regolarmente fi­nanziati. Amministratori pubbli­ci, funzionari, imprenditori che in­tascano i fondi per il collocamen­to dei disabili. Nel 2011 la Guardia di finanza ha denunciato frodi con finanziamenti comunitari per 250 milioni di euro. Negli ultimi mesi le cose stanno cambiando. La scure dei tagli falci­dia anche la fo­rmazione professio­nale e le regioni sono in grave ritar­do nei pagamenti. Diminuiscono i fondi strutturali e quindi anche i bandi. A breve arriverà in Italia un’altra task force di Bruxelles per scongelare le risorse del Fse 2007-13 non ancora spese. Ed en­tro aprile bisognerà definire la ri­forma dell’apprendistato con le in­tese collettive per ciascun settore. Tagli, lentezze e incertezze mina­n­o l’intero sistema della formazio­ne: gli sprechi ma anche i casi di so­stegno reale a chi cerca lavoro.