Maurizio Stefanini, Libero 18/2/2012, 18 febbraio 2012
I NERI STANCHI DEL BUONISMO «TORNATE A CHIAMARCI NEGRI»
“Negro”, “black”, “afroamerican” o “african american”? Detta così, sembra quasi la famosa pubblicità dell’acqua minerale, liscia o gassata o la marca stessa. Ma adesso che uno di loro è alla Casa Bianca, il problema di definizione sta tornando incandescente: anche perché comunque gli Stati Uniti nel loro complesso appaiono ormai a anni luce dai tempi della lotta per i Diritti Civili, in cui i discendenti degli schiavi deportati decisero che la storica definizione di “negroes”, o “america negroes”, era insultante. Appunto, Barack Obama, figlio di un kenyano musulmano, è presidente. Per sfidarlo come candidato repubblicano stanno concorrendo un mormone il cui padre era nato in Messico, un cattolico di origine italiana e un cattolico convertito dal protestantesimo: che ai tempi in cui negli Stati segregazionisti del Vecchio Sud non avrebbero permesso a Obama di votare né a sua madre di sposare un uomo “di colore”, anche i profili dei tre conservatori Romney-Santorum-Gingrich avrebbero lì rappresentato sei anatemi in tre persone. E le statistiche rivelano pure che negli States si fanno sempre più numerosi i matrimoni multirazziali: un recente studio di Pew rivela sono ormai l’8,4% di tutte le coppie, e sono cresciuti nel 2010 del 15,1%. È vero che tecnicamente i bianchi sembrano esservi meno interessati, mentre per ispanici e asiatici si arriva ormai a un matrimonio ogni quattro. Ma, spiegano gli studiosi del fenomeno, semplicemente perché i caucasians, come negli Stati Uniti li chiamano, sono di più, e trovano dunque più facile trovare un partner della stessa razza.
Dunque sempre più “black”, o “afro-american” o “african american” che dir si voglia, iniziano a rivendicare con orgoglio la vecchia etichetta di negro: che era poi quella che anche Martin Luther King usava. In realtà, spregiativo non era negro ma “nigger”, che però gli assomigliava. A insistere che bisognava dire Black era Malcom X: che se per quello diceva però pure i discendenti di schiavi dovevano tutti convertirsi all’Islam, manco gli arabi non fossero stati negrieri e schiavisti ancora più ostinati e feroci degli europei; e pure che dovevano sostituire il cognome anglo-sassone con una X, in ricordo dell’origina - rio gentilizio africano ormai perduto (il biografo di Malcom X Alex Haley, che tra l’altro era pure repubblicano, gli rispose che però loro in famiglia il cognome originario lo avevano tramandato, e così gli venne l’idea di scrivere la storia di Kunta Kinte e dei suoi discendenti nell’epopea Radici). Mentre “african american”fu lanciato all’epoca della candidatura di Jesse Jackson del 1988, ed è oggi il termine della Wikipedia. Ma nel 2010 l’Ufficio per il censimento decise di ammettere anche l’etichetta di Negro accanto a quelle di “black” e di “african american”, spiegando che «molti anziani è così che si autodefiniscono». E nel gennaio del 2011 un’indagine rivelò che anche molti giovani la pensavano allo stesso modo, con un 42% di preferenze per Negro contro il 35% per Afro-American o African American, il 13% per cui “fa lo stesso” e il 7% che preferiscono altri termini ancora. E adesso è nato addirittura un movimento su Facebook. Don’t Call Me African-American si chiama: “non chiamatemi african american”. L’ha aperta un imprenditore di Miami, ed ha ottenuto subito 1800 “mi piace”.
«Che c’entro con l’Africa?», è per esempio il parere espresso da un contabile texano. «Io sono americano. I miei genitori sono del Mississippi e del North Carolina, e non mi hanno mai parlato dell’Africa, ma appunto della North Carolina». «Ma dobbiamo sempre essere incatenati all’Africa? Se c’è la guerra, io combatto con gli Stati Uniti», dice un’altro. Più o meno quello che disse Herman Cain, prima che abbandonasse la candidatura alle primarie repubblicane: «Io non sono african american. Io sono americano, sono nero e per di più sono conservatore. Non mi piacciono le etichette». La scrittrice new-yorkese di origine giamaicana Joan Morgan ha raccontato che i suoi parenti si offesero quando alla presentazione di un libro la sentirono definire “african american”. «Le nostre radici giamaicane erano state cancellate!». Per questo, preferisce oggi definirsi “caribbean-american negro”.
Maurizio Stefanini