Filippo Facci, Libero 18/2/2012, 18 febbraio 2012
TANGENTOPOLI: LE LACRIME DI COCCODRILLO DI TONINO
Piangi, poveruomo, piangi per tutti gli innocenti che hai sbattuto in galera, piangi per le vite pubbliche e private che la tua ambizione insaziabile ha calpestato, piangi per quelli che si sono sparati o comunque ammazzati, piangi per – come hai detto ieri, senza vergogna – «le circa 320 querele che ho nei confronti di chi ha offeso quell’inchiesta», come se non fossero solo una fonte di reddito che ti ingrassa la saccoccia. Piangi, poveretto, recita il tuo melodramma alla platea dei mentecatti: non riuscirai a farci pena. Sono passati vent’anni e non riesci ancora a farci pena. (...) Veniamo alla mitiche tangenti rosse, al famigerato Pci-Pds «salvato» dalla magistratura. La tesi, qui, è che il Partito in minima parte fu salvato e in massima parte si salvò e basta. Il 1° marzo 1993, in teoria, anche il Pds nazionale era entrato seriamente in Tangentopoli: si era fatto vivo tal Primo Greganti, un ex funzionario comunista di Torino sospettato d’aver raccolto una tangente di 621 milioni per il Pds e di averla nascosta in un conto svizzero chiamato Gabbietta. Sarà la prima di una serie di contestazioni inutili: Greganti si chiuderà in un silenzio inusuale dicendo in pratica di aver preso i soldi per sé e non per il partito, ossia il contrario di quanto sosteneva il politico medio. L’ex segretario amministrativo del Pds, Marcello Stefanini, sarà inquisito lo stesso: ma la sua morte prematura coinciderà con quella di molti filoni sui finanziamenti al Pds, come non era accaduto per il Psi con la morte del segretario amministrativo Vincenzo Balzamo.
Va detto che nella primissima fase di Mani pulite il Pds non venne per nulla risparmiato. Le indagini rasero al suolo la federazione milanese (consiglieri, assessori, segretari) ma fu colpita soprattutto la corrente «migliorista » di cui era a capo un certo Giorgio Napolitano, tanto che segretario nazionale Achille Occhetto ne approfittò per attaccare. Il filone vero e proprio parve decollare quando il manager Lorenzo Panzavolta raccontò che – a Tangentopoli già scoppiata – aveva versato altri 621 milioni al Pds sempre a mezzo Greganti: di lì in poi le chiamate in correità cominciarono a piovere da tutte le parti, e parlarono vari imprenditori e anche l’ex tesoriere milanese Luigi Mijno Carnevale. Quest’ultimo chiamò in causa molto chiaramente «Occhetto e D’Alema, d’accordo con la segretaria amministrativa diretta dall’onorevole Stefanini». Arrestarono anche Marco Fredda, il responsabile immobiliare del Pds. Ma le voci su avvisi di garanzia per Occhetto e D’Alema rimasero tali.
DIFESA D’AMBROSIO
Il dissidio definitivo sarà del 24 agosto, quando l’uterina Tiziana Parenti decise di inviare un’informazione di garanzia al segretario amministrativo del Pds Marcello Stefanini senza avvertire i colleghi. Stefanini era un senatore, e questo significava avere un solo mese di tempo per motivare la richiesta di autorizzazione a procedere: il Pool temeva che la collega non avesse abbastanza elementi per poterla ottenere. Ed ecco che il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, che di solito non muoveva un dito, condusse una sua personale indagine non per incolpare bensì per scagionare Greganti: si era collegato con l’anagrafe tributaria e aveva concluso che neanche una lira era giunta al Pds. Il 29 ottobre 1991, nel giorno in cui Greganti prelevava una consistente somma a Lugano – spiegò – lo stesso firmava anche il rogito per comprare una casa, ecco dunque la prova che quei soldi non erano finiti a Botteghe Oscure. Il caso era chiuso, anzi no: il gip Ghitti avrebbe voluto vederci chiaro e dapprima negò l’archiviazione. Non credeva – senza malizia: nessuno ci aveva mai creduto – alla storia del Greganti millantatore. Ma perse la battaglia. L’inchiesta verrà tolta a Tiziana Parenti in quanto «non allineata con la procura», dirà Gerardo D’Ambrosio, prima di aggiungere: «Questo non è il processo al Pds, ma a Greganti e Stefanini». D’Ambrosio è lo stesso personaggio che al settimanale L’Europeo aveva detto: «Lo scenario è nitido, Dc e Psi si finanziavano attraverso meccanismi illeciti… c’è stata la fase dello stragismo… poi è venuta l’epoca della corruzione». D’Ambrosio, anni dopo, una volta lasciata la magistratura, si candiderà come senatore nel Pds, frattanto divenuto Ds.
MAMMA URSS
Greganti divenne un vero personaggio in un mondo dove un barbuto presidente di una coop, già di suo, appariva mediaticamente meno intrigante di un cassiere socialista in crociera a Bora Bora, come Silvano Larini. Ma diversi, più che gli uomini, erano i metodi: lo era un sistema di finanziamento illecito più difficile da individuare, lo erano elargizioni dall’Urss e commesse dall’Est che in buona parte rientravano nei reati amnistiabili; ma diversa, in quel 1993, fu soprattutto la gestione di Mani pulite da parte di una magistratura che sceglieva gli obiettivi a seconda delle possibilità del momento. Quando il Pool si mosse, insomma, la stampa già pensava ad altro. Le carte che dimostravano come il Pds si finanziò in maniera illecita diventavano migliaia in tutto lo Stivale, e da altrettante sentenze si evinceva tuttavia che nel Pci-Pds, più che per altri partiti, la raccolta di fondi risultava periferizzata, parcellizzata e soprattutto spersonalizzata. I nomi dei percettori finali non comparivano quasi mai.
Il Pds poteva contare sul mitico sistema cooperativo, ma casi moralmente riprovevoli come quelli emersi in Campania (commistioni coop-camorra nell’aggiudicazione degli appalti) non fecero notizia più di tanto, mentre non si poteva negare che una scelta oculata di uomini di fiducia, cui intestare interi patrimoni immobiliari, fu premiata da comportamenti processuali poco solleticabili dal carcere. Il magistrato Francesco Misiani la mise così: «So perfettamente che se avessi insistito, forse, prima o poi, sarei riuscito a dimostrare in un’aula di tribunale che il Pci non era estraneo al circuito di finanziamento illecito… non lo feci, consapevole anche del fatto che la resistenza anche a lunghi periodi di detenzione, dimostrata dagli indagati, forniva anche un ineccepibile dato formale in grado di chiudere le inchieste». Questo mentre Italo Ghitti, il gip di Mani pulite, in un’intervista rilasciata nel 2002 al Corriere della Sera, ammetteva che il Pds aveva un apparato di finanziamento illecito non meno vorace: «La storia di Mani pulite non ha esaurito e non esaurisce la storia: qualcuno si sarà anche potuto salvare da accuse di corruzione, ma magari ha dovuto lasciare la sede dipartito, vendere il giornale, chiudere l’azienda… il tempo ha evidenziato come, al di là dei fatti penalmente rilevanti, vi fossero realtà che adottavano praticamente lo stesso metodo dei partiti più coinvolti».
Ha raccontato il democristiano Arnaldo Forlani: «Quando queste fonti si sono prosciugate hanno chiuso e poi riciclato l’Unità, hanno venduto la sede delle Botteghe Oscure, molte di quelle provinciali e di sezione, e infine hanno licenziato centinaia di dipendenti. Avevamo calcolato che spendevano più di tutti gli altri partiti messi insieme. L’autofinanziamento copriva sì e no un terzo dei costi. C’è una documentazione con alcuni dati: cinquemila funzionari tra federazioni provinciali e organismi collaterali, centinaia di dattilografe e autisti, un migliaio tra giornalisti e tipografi, oltre quattrocento addetti solo alla sede centrale».
QUATTRINI IN METRÒ
Il filone legato all’energia indica chiaramente che la spartizione a livello nazionale era fra tutti i partiti. Il manager Lorenzo Panzavolta parlò di tre tangenti di 1 miliardo e 242 milioni ciascuna a Dc, Psi e Pci: l’1,6 per cento sulle commesse assegnate al gruppo Ferruzzi. Spiegò che un tempo il Pci si limitava a pretendere che una quota degli appalti fosse assegnata alle cooperative rosse, ma dal 1986 il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna puntò ad allargare il proprio mercato: sicché il pidiessino Giambattista Zorzoli entrò nel consiglio d’amministrazione dell’Enel e Panzavolta versò 1 miliardo e 246 milioni sui conti svizzeri di Greganti.
Quest’ultimo sarà condannato a 3 anni e Zorzoli a 4 anni e 3 mesi per corruzione e finanziamento illecito al partito: «Le somme» recita la sentenza «non sono state incassate da Greganti per prestazioni personali bensì vanno collegate a un’intermediazione fiduciaria posta in essere da quest’ultimo a vantaggio del Pci».
I giudici della VII sezione del Tribunale di Milano, nel luglio 1996, spiegarono che «a livello di federazione milanese, l’intero partito, e non solo alcune sue componenti interne, venne coinvolto direttamente nel sistema degli appalti per la Metropolitana Milanese… Da circa il 1987 l’allora Pci fu inserito nel novero dei partiti politici che partecipavano alla spartizione delle tangenti provenienti dalle imprese». L’accordo era a tal punto consolidato che il segretario amministrativo della Dc, Maurizio Prada, fungeva spesso da cassiere unico e smistava il denaro ai segretari amministrativi degli altri partiti, nessuno escluso: «Risulta dunque pacifico che il Pci-Pds, dal 1987 sino al febbraio 1992» spiega ancora la sentenza «ricevette, quale percentuale del 18,75 per cento sul totale delle tangenti, una somma non inferiore ai tre miliardi». In internet (per esempio su ilpost. it) si potrà trovare traccia delle sentenze sul Pci-Pds-Ds nei filoni Alta Velocità, Fiat-Pds, tangenti «Le gru» di Grugliasco, inchiesta veneta sulle cooperative e inchiesta torinese su Eumit Intereurotrade; si tratta di situazioni definite che continuano a restare misconosciute rispetto ad altre non definite ma di più forte carica simbolica.
Ma riportare tutti i processati e i condannati delle inchieste sulle coop rosse è impresa impossibile: basti dire che hanno proceduto le Procure di Milano, Brescia, Torino, Venezia, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Ravenna, Ferrara, Firenze, Grosseto, Arezzo, Roma, Frosinone, Napoli, Lecce, Palermo, Catania e Caltanissetta. Per non parlare dell’indagine veneziana di Carlo Nordio che con centinaia di imputati ha assorbito i procedimenti di Milano, Torino e Roma. Moltissime le condanne, nessuna o quasi di peso politico.
LA MADRE DI TUTTE...
A distanza di anni, invece, si discute ancora del miliardo di lire che Raul Gardini pagò al Pci per l’affare Enimont, versamento assodato per il quale il socialista Sergio Cusani fu anche condannato in primo grado. Nel 1994 l’ex uomo di fiducia di Gardini, Leo Porcari, confermò aver accompagnato il suo principale in via delle Botteghe Oscure perché incontrasse Massimo D’Alema e Achille Occhetto. Nella sentenza del 28 aprile 1994 si apprende di almeno tre incontri di Raul Gardini coi succitati. La testimonianza di Porcari convergeva con quella di Carlo Sama: l’ex amministratore di Montedison, infatti, aveva riferito a Di Pietro di un colloquio avuto con Sergio Cusani dove quest’ultimo raccontava che Raul Gardini «gli aveva detto di aver passato 1 miliardo tondo al Partito comunista, ad Achille Occhetto in persona, per ottenere un appoggio per la defiscalizzazione degli oneri gravanti su Enimont».
Non bastasse, Pino Berlini, uomo Ferruzzi a Losanna, aveva confermato la movimentazione del miliardo, mentre Sergio Cusani, sempre secondo Carlo Sama, avrebbe usato un aereo privato della Montedison per portare il miliardo da Milano a Ravenna e poi da Ravenna a Roma. L’audizione di Occhetto e D’Alema fu tuttavia negata dal tribunale, che pure, nella sentenza, scrisse: «Gardini si è recato di persona nella sede del Pci portando con sé 1 miliardo di lire». Nel processo d’appello l’episodio venne stralciato.
Filippo Facci