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 2012  febbraio 21 Martedì calendario

LA REPUBBLICA, ALBERTO D’ARGENIO

BRUXELLES - La annuncia in mattinata a Milano il premier Mario Monti. La illustra nel pomeriggio a Bruxelles il ministro degli Affari europei Enzo Moavero, tessitore per conto del Professore del rientro italiano nel giro dell´Europa che conta. La lettera in otto punti promossa da Roma e firmata da altre undici capitali chiede all´Unione di guardare oltre la Grecia e di concentrarsi sulla crescita per uscire dalla recessione, altrimenti rigore e sacrifici chiesti fin qui varranno a poco. Il testo non viene firmato da Francia e Germania. «L´Italia ha bisogno che l´Europa risconosca la necessità di crescere», spiega Monti. «Non va interpretata come a una contrapposizione» a Parigi e Berlino, puntualizza Moavero, «le nostre proposte si integrano con le loro». Ma non è un mistero che le ricette sulle quali scommette Palazzo Chigi - rilancio del Pil scardinando i residui di protezionismo in Europa - non piacciono ai Merkozy, i cui paesi restano tra i più chiusi all´ingresso nei settori chiave dello sviluppo.
L´Italia tornata protagonista del dibattito continentale gioca su più tavoli («geometrie variabili») nell´intento di rinforzare l´Europa comunitaria e di tenere insieme i 27 su un piano operativo. Si inserisce nell´asse franco-tedesco, ma lavora con i leader di ispirazione anglosassone quando punta a recuperare la crescita tramite il mercato interno. Non a caso la lettera che prende spunto dal documento italiano per il summit Ue dello scorso gennaio viene firmata da Cameron (Gran Bretagna), Rutte (Olanda), Reinfeld (Svezia), Tusk (Polonia), Rajoy (Spagna) e dai leader di Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca e Slovacchia. Capi di Stato o di governo che, spiega Moavero, «vedono una via europea alla crescita senza costi per i contribuenti ma fatta di fattori di stimolo». Un successo per Palazzo Chigi visto che, si sottolinea, «non ci sono precedenti di una iniziativa che coinvolga così tanti paesi e così diversi tra loro, euro e non euro, grandi e piccoli, con temi che sono nel dna di alcuni e non di altri e viceversa».
Se l´Italia è riuscita a inserire nelle conclusioni del summit Ue di gennaio un piano di riforme per la crescita, ora punta a renderlo concreto nel vertice del primo marzo. La lettera chiede «misure coraggiose» per rilanciare il Pil. Come dare a Bruxelles gli stessi poteri coercitivi che già detiene su conti pubblici e concorrenza nell´obbligare le capitali a recepire le regole per il rilancio. Si punta ad aprire il mercato dei servizi tra i diversi paesi, a creare un mercato del lavoro integrato che faciliti l´impiego di donne, giovani e anziani), a ridurre il numero delle «professioni regolamentate» dagli ordini in modo da «abbattere le barriere» alla circolazione dei professionisti. E ancora, si chiede di creare un mercato unico dell´energia entro il 2014 e uno digitale per il 2015 e di migliorare i servizi finanziari anche obbligando le banche a «coprire i costi dei rischi che prendono».

LA REPUBBLICA, MAURIZIO RICCI
ROMA - Enzo Moavero, il ministro italiano per gli Affari europei, assicura che la lettera di Monti e degli altri 11 leader della Ue sulle strategie per uscire dalla crisi non è un documento contro Francia e Germania. Tuttavia, è la prima volta da molto tempo che, in Europa, emerge una linea che non sia quella dettata preventivamente da Berlino e Parigi. In più, a nessuno sfugge che quel testo, il candidato favorito alle prossime presidenziali francesi, il socialista Francois Hollande, l´avrebbe quasi certamente firmato. Il destinatario, insomma, è Angela Merkel e il suo governo a Berlino. E, a segnare la svolta, c´è anche l´assenza di qualsiasi carineria diplomatica. Lo dimostrano i puntuti riferimenti ai salvataggi bancari operati da Berlino, ma, soprattutto, la logica implicita nella lettera, che va contro il pilastro della strategia seguita e ribadita dai tedeschi negli ultimi due anni. Ovvero che dalla crisi si esce tagliando i debiti e rimettendo i conti in ordine: la crescita seguirà. La lettera suggerisce, invece, che, per affiancare all´austerità la crescita, occorre un intervento attivo, frutto di uno sforzo comune.
E´ un avviso difficile da digerire per la Germania, perché, al di là dei singoli interventi proposti, sottintende che gli squilibri che oggi attraversano l´Europa non possono essere curati da una parte sola. Secondo molti economisti, lo squilibrio principale, oggi, in Europa, non è, come ripetono spesso i tedeschi, fra Paesi di finanza pubblica virtuosa e Paesi troppo prodighi. Prima della crisi, Spagna e Irlanda avevano una finanza pubblica più in ordine della Germania. La linea divisoria fra Paesi forti e Paesi deboli è, invece, quella tracciata dai conti con l´estero (il saldo degli scambi di beni e servizi, più gli introiti da investimenti): negli ultimi dieci anni, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia hanno sistematicamente registrato deficit nei partite correnti, mentre Germania, Olanda, Finlandia hanno registrato attivi. In buona sostanza, l´euro ha consentito alla Germania di esportare molto e ai Paesi deboli di importare troppo. Negli ultimi mesi, la situazione non è cambiata. La Grecia viaggia con un deficit dei conti correnti dell´8 per cento, il Portogallo del 7, Spagna e Italia del 3, anche la Francia di più del 2 per cento. Mentre, all´opposto, la Germania ha un attivo del 5,7 per cento, l´Olanda del 7,7, la Finlandia di oltre il 3 per cento.
L´austerità, soprattutto se imposta a tutta l´Europa, non è una cura. Tagliando la domanda interna, con più tasse e meno spesa pubblica, l´austerità lascia alla crescita - che consente di tagliare più in fretta il debito pubblico - solo lo sfogo delle esportazioni. Ma l´Europa è, fondamentalmente, non diversamente dagli Stati Uniti, un´economia chiusa, in cui il 60 per cento dell´import-export avviene all´interno della Ue. Per esportare di più, Italia e Spagna devono esportare di più soprattutto in Europa. In particolare, in Germania, che è la più grande economia della Ue. L´idea che questi squilibri si curino dalle due parti non è nuova: è quanto viene ripetuto, ad ogni summit mondiale, alla Cina. La Germania è un po´ la Cina d´Europa.
Secondo un numero crescente di economisti, dunque, la Germania, simmetricamente all´austerità adottata dai Paesi deboli, Spagna e Italia, ma anche Francia, in testa, dovrebbe varare una politica espansiva - tagli alle tasse e maggiore spesa pubblica - che alimenti la domanda interna, a partire dai consumi, e le importazioni. Una politica espansiva avrebbe anche l´effetto di far muovere prezzi e salari in Germania più velocemente di quanto avvenga nella periferia, consentendo un recupero di competitività più rapido e meno socialmente doloroso di quello che si può verificare, facendo pesare l´aggiustamento solo sui Paesi deboli. Al di là dei finanziamenti ai diversi fondi di salvataggio e dei margini di manovra lasciati alla Banca centrale europea per tamponare le crisi del debito sui mercati, la politica economica tedesca appare, a questi economisti, la leva per evitare che si solidifichi un´Europa a due velocità.
Per ora, comunque, la Germania si sta muovendo in direzione esattamente opposta. Austerità è la parola d´ordine anche a Berlino. Il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, ha appena annunciato che il pareggio di bilancio, previsto per il 2016, sarà anticipato al 2014.

CORRIERE DELLA SERA
LUIGI OFFEDDU
BRUXELLES — È un colpo di timone che parte da Roma, L’Aia, Londra. E trova il sostegno di altre 9 capitali. Non di Parigi e Berlino. Al culmine della crisi, in quello che senza giri di parole viene definito «un momento pericoloso, con la disoccupazione che sale», 12 leader europei si rivolgono a tutti gli altri: «chiediamo a voi e al Consiglio Europeo di rispondere all’appello dei nostri popoli per le riforme e di aiutare a ristabilire la loro fiducia nella capacità dell’Europa di assicurare una crescita forte e sostenibile». Crescita dunque, non più soltanto rigore finanziario, contro il letargo della recessione. E la crescita ha un nome: apertura dei mercati, un piano anti-crisi in 8 punti per il rafforzamento del mercato interno unico, dall’eliminazione delle «restrizioni anti-competitive» nei servizi, allo sfoltimento delle professioni regolamentate dagli ordini, alla riduzione delle «garanzie implicite per salvare sempre le banche, che distorcono il mercato unico». Perché «le banche, non i contribuenti, dovrebbero essere responsabili per il costo dei rischi che si assumono».
Fra le firme in calce all’appello ci sono quelle di governanti dell’Eurozona, e di altri che non ne fanno parte, di Paesi del Nord e del Sud, in un inedito schieramento trasversale: Italia, Gran Bretagna, Olanda, Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia sono lì, nella lettera inviata al presidente stabile della Ue Herman Van Rompuy e al capo della Commissione Europea José Manuel Barroso, in previsione del vertice Ue fissato per il primo marzo. Poi, quelle vistose assenze: mancano, fra i grandi, Germania e Francia, che a dicembre inviarono una lettera ben diversa allo stesso Van Rompuy. Allora, si trattava di lanciare il fiscal compact, il patto di bilancio voluto da Angela Merkel e basato sulla ricetta dell’austerità: aderirono 26 Paesi su 27, restò fuori la Gran Bretagna. Adesso, la Gran Bretagna c’è: e sottoscrive proposte mai prima accettate, soprattutto sul mercato del lavoro. «Esistono alcuni precedenti di lettere franco-tedesche — avverte il ministro italiano degli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi — ora abbiamo un altro gruppo di Paesi che hanno ambizione di contribuire a ispirare il Consiglio Europeo: è importante non viverla né considerarla come contrapposta o in competizione».
Forse ha tenuto lontane Parigi e Berlino l’accento forte sulle liberalizzazioni nei singoli Paesi, e il ruolo di controllore assegnato alla Commissione Europea. O ancora, la critica alle garanzie implicite per le banche, non ben accetta a Berlino. In ogni caso il tono della lettera, i temi trattati, e quell’inedito fronte di nazioni — le rigoriste Olanda e Finlandia, e la ricca Svezia, tutte con rating da “tripla A”, insieme con Spagna o Slovacchia — sembrano disegnare un profilo nuovo del continente. Il documento nasce da un’iniziativa del britannico David Cameron, dell’italiano Mario Monti e dell’olandese Mark Rutte, in veste di promotori-mediatori, sulla scia di una lettera inviata da Monti al vertice Ue del 30 gennaio. Almeno in parte sembra ispirarsi poi al rapporto Monti sul mercato unico, della primavera 2010. «Insomma, il contributo italiano al testo è stato decisivo», spiega una fonte diplomatica qualificata.
La tesi di fondo: bisogna «modernizzare le nostre economie, costruire una maggiore competitività». Poi, i vari punti: l’apertura del mercato interno dei servizi; la creazione per il 2015 di un mercato unico digitale, e per il 2014 di quello dell’energia; il potenziamento di ricerca e innovazione, l’apertura a mercati globali come l’India; l’alleviamento delle regole Ue sulle piccole e medie imprese. E ancora: l’apertura dei mercati del lavoro a donne e giovani, la riduzione nel numero delle professioni regolamentate con un «nuovo duro test di proporzionalità» da introdurre nelle norme Ue. E la costruzione di un settore dei servizi finanziari «robusto e dinamico». Tutto questo, ancora una volta, perché «abbiamo bisogno di ristabilire fra i cittadini, le imprese e i mercati finanziari la fiducia nella capacità dell’Europa di crescere con forza e di mantenere la sua porzione di prosperità globale».

CORRIERE DELLA SERA, FEDERICO FUBINI
Non capita tutti i giorni che questa Gran Bretagna, quella di David Cameron, firmi un documento perché Bruxelles faccia di più. Non di meno.
Non è neanche frequente che Paesi del Sud e dell’euro come la Spagna o la stessa Italia si alleino con Paesi del Nord e euroscettici come la Svezia o con governi della Nuova Europa — ancora più freddi verso l’euro — come la Repubblica Ceca. Né è scontato che i signori della «tripla A» in Finlandia o in Olanda si schierino con governi sul cui default illustri economisti hanno scommesso la reputazione.
Prima ancora dei contenuti — più apertura e integrazione dei mercati per far crescere l’Europa — la novità del documento di ieri a firma di dodici premier europei è la sua topografia. È una lista di leader che copre due terzi dell’economia dell’Unione o i quattro punti cardinali politici e finanziari, non solo sulla carta geografica. Ma oltre alle presenze, saltano subito all’occhio nel gruppo anche le assenze. Non c’è Angela Merkel, cancelliera tedesca; e non c’è il presidente francese Nicolas Sarkozy. Con il duo franco-tedesco restano fuori il Belgio diviso del premier socialista Elio Di Rupo, il Lussemburgo di Jean-Claude Juncker, piccoli Paesi del Sud in profonda crisi come Grecia o Portogallo, Malta o Cipro, o economie emergenti di seconda fascia come Romania, Bulgaria e Ungheria.
In sintesi, ieri improvvisamente Parigi e Berlino si sono svegliati in minoranza: sulle liberalizzazioni e l’apertura del mercato lo sono sul piano politico, su quello del peso economico e ancora di più sul terreno della leadership culturale. È accaduto ieri con un documento inizialmente ispirato dal premier Mario Monti, sul quale poi i tessitori politico-diplomatici del governo italiano hanno convinto i britannici e gli olandesi a collaborare. Alla fine la massa critica è stata prodotta da questi tre Paesi. Non a caso ieri sono stati i rappresentanti permanenti a Bruxelles di Roma, Londra e L’Aia a consegnare la dichiarazione ufficiale ai suoi destinatari formali, il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy e quello della Commissione José Manuel Barroso.
Francesi e tedeschi sapevano tutto e hanno preferito non aderire; non sono mai stati tenuti ai margini. Ciascuno degli altri governi ha semplicemente attratto nella cerchia i Paesi dell’Unione con i quali aveva più abitudine di rapporti. Monti ha coinvolto il neo-premier di Madrid Mariano Rajoy; con ogni probabilità gli olandesi hanno portato nel club i nordici e così di seguito. Ma se qualcosa che ha tenuto insieme tutti e dodici, ciò va al di là anche dell’impegno di Monti e dell’opera di cucitura dietro le quinte del ministro per gli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi. Fin da quando Moavero ha visitato le sue controparti a Londra e all’Aia, si è subito capito che un documento d’indirizzo a largo raggio era possibile. Nasce così la richiesta al prossimo vertice europeo di fare un passo deciso verso un vero mercato europeo che funzioni per i servizi ai cittadini e le loro opportunità di lavoro, non solo per le grandi o piccole imprese industriali. «Molto dev’essere fatto per aprire il mercato dei servizi nella dimensione necessaria», scrivono i leader. Hanno in mente, in fondo, qualcosa di parallelo alla vigilanza più stretta sui bilanci. I dodici propongono per esempio che il controllo della Commissione contro le forme di protezionismo «molecolare» delle economie — ordini professionali, servizi ai consumatori — diventi molto più efficace. Niente che entusiasmi per forza gli elettori di Angela Merkel: in Germania 150 mestieri (dai panettieri agli idraulici) hanno ciascuno le proprie, severe restrizioni all’entrata; solo i farmacisti possono possedere una farmacia e non più di quattro, mentre i medicinali più banali non possono essere venduti in altri negozi. Secondo l’Ocse la produttività nei servizi in Germania dal 1995 è addirittura calata, contribuendo a deprimere la domanda interna e gli squilibri commerciali nell’euro.
Ma il documento dei dodici non è fatto per isolare Berlino. Un intero paragrafo per esempio parla di dare più opportunità di lavoro in Europa alla nuove generazioni, magari facilitando la trasferibilità dei contributi per la pensione. È un’Europa dei cittadini: in suo nome, senza alzare una sola onda di troppo, Monti ieri ha ribaltato la vecchia maggioranza di controllo a Bruxelles.
Federico Fubini