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 2012  febbraio 19 Domenica calendario

VANNI, EZRA E L’OPERAZIONE DANTE

Si fatica, perfino, a immaginarli. Al di là dell’«alto mare aperto», nei giovani Stati Uniti vincitori di una guerra spaventosa, il vecchio poeta con un nome e un profilo da profeta biblico, aguzzo, aquilino, che è scampato dalla condanna a morte per collaborazionismo con Mussolini grazie all’intervento di scrittori e intellettuali di tutto il mondo. Ormai giace abbandonato nel fondo di una cella nel manicomio criminale di Saint Elizabeth, a rimasticare in un oceano di babelici versi-labirinto i giorni atroci della gabbia di Pisa. In quell’inferno, derelitto come un rapace in un’uccelliera surreale, allucinato dal sole di giorno e dai fari di notte, aveva trascorso un tempo breve e infinito a meditare su «the enormous tragedy of the dream». Senza un libro, senza contatti con il mondo, schiumante per il rancore degli sconfitti. Solo la memoria della letteratura universale, e soprattutto dei trovatori provenzali e di Dante, era riuscita e ancora riusciva a stemperare la disperazione in malinconia, nei versi terribili dei Cantos Pisani: «el triste pensier si volge / ad Ussel. A Ventadour / va il cossire, el tempo rivolge / with two larks in contrappunto / at sunset / ch’intenerisce».
Al di qua dell’oceano, nell’antica Europa redenta da una ventennale follia totalitaria e appena entrata nell’avventura delle nuove democrazie, sboccia un adolescente colto e ironico, brillante, che presto sostituirà il padre Giovanni Scheiwiller alla guida della «più piccola fra le grandi case editrici, la più grande fra le piccole». Lui, ancora ragazzino e sconosciuto, è già «il più poundiano degli italiani»: nel 1952 ha visto nascere in casa, tradotta dalla figlia del grande poeta americano, Mary de Rachewiltz, «L’alleluja»: la prima decade dei Cantos di Ezra Pound.
Di che cosa mai potevano parlare due abitanti di universi così lontani, di là un veggente carico d’anni e di dolore e di qua un folletto shakespeariano; il poeta più smisurato e profondo, forse, del Novecento, maestro delle Avanguardie, e un giovanissimo umanista bramoso di mettere al mondo libri, con il bernoccolo dell’editoria d’arte, diventati amici senza neppure conoscersi, senza essersi mai visti? Ovviamente, di poesia. Di poesia parla subito Ezra Pound a Vanni Scheiwiller, nel suo strambo italiano imparato sui libri.
Nel maggio 1954 scrive all’editore ventenne una lettera intorno ai "suoi" poeti, Cavalcanti e Dante, che impregnavano già la sua lirica giovanile («A lume spento», «Personae», «Provença», «Lustra») e i Cantos. In quel prezioso foglietto che Lorenzo Fabiani e io (grazie alla collaborazione generosa e intelligente dell’archivista Raffaella Gobbo) abbiamo pescato insieme a molti altri documenti inediti nell’oceano del Fondo Scheiwiller conservato nell’Archivio Apice di Milano, e pubblicato nel volume a cura di Carlo Pulsoni (Vanni Scheiwiller editore europeo, Perugia, Volumnia), Pound propone a Vanni di stampare «un piccolo corso di studii danteschi», dedicato a quelli che riconosce come i «precursori» assolutamente «necessari» per «uno studio serio di Dante»: Riccardo di San Vittore, Cavalcanti, Albertino Mussato.
Fin dalle origini dei Cantos, Dante, erede sommo dei trovatori e del poeta-filosofo Cavalcanti, ma soprattutto ricapitolatore della civiltà millenaria d’Europa, era connaturato alla poesia di Pound, al suo pensiero intorno alla memoria e agli stati della mente. I Cantos, che erano stati Odissea e Libro delle mutazioni, archivio ed epopea, sempre più lasciano trasparire il progetto radicale, che è la riscrittura della Commedia e del cosmo intero, con uno sterminato puzzle di brandelli verbali salvati dal diluvio e ricomposti per far barriera al disastro: «From time’s wreckage shored, / these fragments shored against ruin» («Dalla strage del tempo salvati, dalla rovina, / questi frammenti, scaffalati»). Ancora negli ultimi abbozzi veneziani risuona, scheggiata, la voce di Dante: «That I lost my center / fighting the world. / The dreams clash / and are shattered - / and that I tried to make a paradiso terrestre» («Ho perso il mio centro / a combattere il mondo. / I sogni cozzano / e si frantumano - / e che ho cercato di costruire un paradiso terrestre»); «I have tried to write Paradise» («Ho provato a scrivere il Paradiso»).
Ma già The Spirit of Romance (1910) aveva letto nel cuore di una verità che ai filologi sfuggiva (Roberta Capelli e Carlo Pulsoni studiano finemente, oggi, anche il «Pound filologo»): la poesia romanza delle origini si impernia sulla «vividezza e precisione nella descrizione dell’emozione»; Guido Cavalcanti è «uno psicologo delle emozioni»; «Dante concepì l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso reali come stati e non come luoghi. Qualche tempo prima Riccardo di San Vittore aveva espresso questa credenza». Attraverso quella genealogia spirituale Pound riconosceva e restituiva al Novecento la modernità del Medioevo: un teatro dell’interiorità frantumata, che nella Commedia si ricomponeva in poesia degli stati mentali e in armonia del mondo.
Giocando sulle parole, in un appunto sul bordo della lettera del 1954, l’erratico Ezra definiva «Cursus ezraticus» il progetto editoriale; e per sedurre il suo giovane interlocutore scandiva una profezia limpida, per quanto un po’ sgrammaticata: «Il nome d’un editore si stabilisce pubblicando ignoti che si stabiliranno. In somma, saresti editore ancora fra vent’altri anni». Vanni Scheiwiller avrebbe continuato a crescere come piccolo grande editore per molto più dei vent’anni che Pound gli augurava; e avrebbe pubblicato molti «ignoti che si stabiliranno». Però quel «Cursus ezraticus» dovette sembrargli un’erratica stravaganza del poeta lacerato, ribelle alle ragioni della storia. Rispose garbatamente, declinando la proposta, e mise da parte il sogno editoriale nel magazzino delle utopie. Quattro anni più tardi, nel 1958, insieme con molti intellettuali ottenne la liberazione di Pound. In un silenzio metafisico, di ghiaccio, il poeta tornò nella sua seconda patria, nella Venezia in cui mezzo secolo prima (1908) aveva stampato il libro inaugurale, dal titolo dantesco A lume spento: Scheiwiller lo ripubblicò per festeggiare il ritorno a vita nuova.
Il tarlo del «corso di studii danteschi» continua però a bucare la memoria di Scheiwiller, nella lunga fedeltà che lo lega al grande recluso. Diventa un pensiero dominante, che lo spinge a raccogliere gli scritti di Pound su Dante e i suoi «precursori». Consulta bibliografie, ritaglia articoli, riempie dossier, scrive agli editori chiedendo i diritti per i saggi già apparsi. Come un fulmine mette insieme un libro stupendo, che da quel momento per lui è Il "Dante" di Pound. L’intenzione è farne dono al poeta per l’ottantesimo anniversario, il 30 ottobre 1965. Lavora sodo, sigla contratti con la tipografia, ipotizza illustri prefatori, e approda alle bozze che corregge di suo pugno, apponendovi l’intestazione: «Piccola Biblioteca Dantesca, n. 1».
Il regalo è pronto: un cristallo perfetto, cresciuto con lentezza minerale, ma fiammante di entusiasmo. Il «Cursus ezraticus» è maturo dopo un decennio di metamorfosi, e lascia ormai trapelare quella che Henry James chiamava «la figura nel tappeto».
Eppure le bozze, ora ritrovate e ricomposte insieme a un’impressionante documentazione distesa sull’arco di quarant’anni, non si trasformano mai in libro. Pound scompare, nel 1972, senza poterlo vedere: l’ultimo passo dell’opus resta incompiuto. Il "Dante" di Pound rimane per Scheiwiller una battaglia con l’Angelo, su e giù per la scala, con riprese e rinunce, per anni, fino all’ultimo giorno. Vanni persegue una disarmonia prestabilita e disloca nel tempo, rilanciando costantemente verso il futuro, il libro «più bello fra i suoi bellissimi non pubblicati», come ancora scriverà poco prima di morire.
Il "Dante" di Pound secondo Vanni Scheiwiller, utopia stupenda e un po’ folle di due protagonisti del Novecento, sfida alle convenzioni più grette, è riemerso dal buio dell’Archivio, «puro e disposto a salire a le stelle». Attende solo un editore intelligente e coraggioso per imbarcarsi infine, «legato con amore in un volume», sul novissimo «alto mare aperto».