Alberto Negri, Domenica-Il Sole 24 Ore 19/2/2012, 19 febbraio 2012
LA SETTA PERSEGUITATA CHE TRUCIDA I SIRIANI
La storia degli alauiti, saliti al potere con gli Assad in Siria, risale a mille anni fa, prima che sospinti dalle persecuzioni si rifugiassero nelle vallate del Djebel Ansaireeh dove i turchi, per renderli più presentabili al mondo islamico, costrinsero questi musulmani eccentrici, che non pregavano, né digiunavano durante il Ramadan, né si facevano circoncidere, a costruire delle moschee. Lo storico arabo Ibn Battuta racconta con toni ironici che, passata la buriana delle truppe mamelucche, gli alauiti nelle moschee si risolsero a tenere il bestiame.
Sull’acropoli di Aleppo aveva intanto preso corpo uno dei miti più esoterici dell’Islam.
La fine era vicina e l’imam Al Khasibi aspettava che gli angeli afferrassero la sua anima per ascendere alla fontana della vita. Intorno a lui i discepoli sorridevano per la meta suprema che attendeva il maestro quasi centenario: ne sentiva la presenza ma non poteva vederli perché da tempo era cieco.
Quella non era la fine ma un nuovo inizio. Dalla fontana della vita l’anima del morto avrebbe brillato nella volta celeste per poi scendere di nuovo in terra e attraverso un altro essere umano sarebbe stata trasferita nel ventre di una donna. Qui, per 24 mesi, l’anima avrebbe ricordato chi era e anche le vite precedenti: poi sarebbe rinata, senza alcuna memoria del passato, in un altro uomo.
L’imam Hussayn al Khasibi predicava la trasmigrazione delle anime ed era l’apostolo di una nuova religione per una ristretta cerchia di iniziati che si sarebbero chiamati prima nusayriti e poi alauiti.
Spirò sull’acropoli in una notte dell’anno 969 mentre i seguaci correvano fuori alzando lo sguardo fervente alla Via Lattea: credevano che l’imam si sarebbe trasformato in una stella. Il giorno seguente l’emiro recitò un poema in suo onore ma del sepolcro presto si persero le tracce. Gli alauiti quasi scomparvero dalle cronache fino al 1921 quando i francesi, nel «divide et impera» coloniale, fondarono uno stato alauita per sconfiggere la resistenza araba all’occupazione della Siria.
Da mille anni la tomba di Al Khasibi conserva il suo segreto. Chi lo protegge non parla, chi lo ha svelato è stato assassinato. Come Soleyman Effendi che pubblicò a Beirut nel 1863 un compendio dei libri dell’imam destinati solo agli iniziati. La formula principale è A.M.S., di cui Soleyman rivelò significato e rituali.
Fu una delle figure mediorientali più tormentate del secolo: nacque alauita, poi si convertì all’islam sunnita, all’ebraismo, al cristianesimo ortodosso, quindi a quello anglicano, per tornare greco-cristiano e infine soltanto Soleyman. Per tutti fu sempre un traditore, che parlava sette lingue antiche ma trovava conforto soltanto in una coppa di vino. Gli imam di Adana, nel finale della sua vita, lo accolsero con grandi onori poi si vendicarono di colui che aveva svelato i segreti: venne sepolto vivo e la sua lingua finì in salamoia.
Davanti al sepolcro di Al Khasibi la vicenda di Soleyman Effendi riaffiora come una verità nascosta. I discendenti di questa storia sono l’unica minoranza al comando in Medio Oriente. In Siria i due terzi su 23 milioni sono sunniti, i cristiani (ortodossi, siriaci, cattolici) il 14%, gli alauiti soltanto il 10%, il resto sono drusi e sciiti e a Damasco resistono un centinaio di ebrei.
Pensando che la guerra civile avrebbe potuto frantumare questo mosaico religioso, salii le scale del ministero dell’Informazione, tetro e decadente. All’ingresso persino il busto di Hafez Assad, il padre di Bashar, è abbandonato in un angolo, impolverato, simbolo involontario dello sgretolamento di un regime. Qualche giorno dopo a Homs un colpo di mortaio si portava via l’eroico inviato di France 2 Gilles Jacquier che come tutti veniva qui per ottenere un lasciapassare nelle zone dei combattimenti.
Il funzionario mi guardò con dissimulato stupore quando gli chiesi di visitare la tomba di Al Khasibi. «E perché mai? – obiettò – abbiamo avuto un numero incredibile di celebri predicatori oltre a lui». Non capivo se volesse sminuirne l’importanza o ignorasse chi fosse. Questa è l’abilità somma dei funzionari siriani: lasciarti nel dubbio se ti stanno prendendo in giro o fanno sul serio. Uscii senza ottenere nulla, come mi aspettavo. Se fossi stato colto sul fatto ad Aleppo non avrebbero potuto dire però che li avessi imbrogliati del tutto. Tu sai che io so, io so che tu non vuoi che io sappia, è la regola di questi regimi.
Ad Aleppo il giovane traduttore Hussein tentò con astuzia melliflua di convincere la guardia ad aprire la recinzione dove, nascosta alla vista, c’è la porta del sarcofago, una tomba di marmo moderno, senza iscrizione. Da questa collina la vista è spettacolare e così la vide anche Hussayn al Khasibi quando venne accolto dall’emiro Alì, la Spada dell’Islam, condottiero e umanista. L’apostolo e il grande codificatore della dottrina alauita venne sepolto qui. Ma alla morte dell’emiro gli alauiti, considerati eretici, cambiarono nome e fecero sparire le sue spoglie nel timore che i sunniti le potessero distruggere.
Soltanto negli anni Settanta del secolo scorso, quando Hafez Assad diventò presidente, Al Khasibi ricomparve per essere tumulato lontano da sguardi indiscreti, sorvegliato da militari in divisa.
Originario dell’oasi irachena di Kufa, dove fu inventato l’alfabeto coranico, Al Khasibi finì qui dopo un lungo peregrinare. Gli alauiti un tempo venivano chiamati nusayriti dal nome del loro fondatore Muhammad Ibn Nusayr, vissuto nel nono secolo a Bassora. Attribuivano ad Alì, cugino e genero di Maometto, una natura divina, superiore a quella del Profeta e ritenevano Salman Farisi, compagno persiano di Maometto, la «porta della conoscenza»: Ain, Mim, Sin, (AMS), una formula che il buon alauita deve ripetere 500 volte.
Furono gli ayatollah sciiti, che andarono al potere in Iran con la rivoluzione del 1979, a dichiarare ufficialmente che gli alauiti sono veri musulmani e appartengono allo sciismo: accadde nel 1973 quando l’imam Musa Sadr – poi ucciso in Libia per ordine di Gheddafi – convocò appositamente in Libano un’assemblea di ayatollah.
I sunniti erano in rivolta perché la nuova costituzione non prevedeva che il capo dello stato fosse musulmano e non si calmarono neppure quando Assad introdusse una modifica per accontentarli. Hafez, che si affidava all’esercito e al partito unico Baath, aveva bisogno di una consacrazione religiosa e fu Musa Sadr a dispensarla.
Questo è uno dei motivi fondamentali per cui gli Assad sono alleati di ferro di Teheran: gli ayatollah legittimarono il loro potere politico. Eppure, nonostante la benedizione sciita e un radicale cambiamento dei rituali alauiti, il regime veniva visto dai sunniti come un complotto settario: il malcontento esplose di nuovo nel febbraio 1982 ad Hama con una sollevazione dei Fratelli Musulmani. L’antica città, famosa per i mulini sull’Oronte, fu rasa al suolo. Vennero uccise 20mila persone. Oggi la vicenda di Hama si ripete a Homs, a Daraa, alle periferie di Damasco, sotto i nostri occhi. E mille anni dopo Al Khasibi, torna ancora una volta una storia di persecuzioni e perseguitati che stravolge drammaticamente il volto della Siria.