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 2012  febbraio 19 Domenica calendario

“L’AGENZIA PER I BENI DI MAFIA NON SA AMMINISTRARE LE IMPRESE”

Nelle due audizioni di fine gennaio presso la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia, il prefetto Giuseppe Caruso, da giugno scorso alla guida dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati, si è sfogato. Ha spiegato che 30 dipendenti per un’Agenzia che fino a quando era sotto il Demanio ne impegnava 100 solo per le “confische definitive”, sono troppo pochi. Ha detto che le altre settanta persone di organico, per cui lo Stato avrebbe già fornito la copertura economica di sei milioni di euro, sono difficilissimi da reperire per via dello scarso appeal economico e di carriera di chi finisce nel-l’Agenzia. Scarso appeal che probabilmente spingerà anche i trenta che oggi vi prestano servizio a cercare uno sbocco in altre amministrazioni dello Stato. Ha detto anche che quei 6 milioni lo Stato li mette per quest’anno, ma il prossimo, se l’Agenzia vorrà tenere quelle professionalità, dovrà pagarsele.
HA SPIEGATO poi che la moltiplicazione delle sedi dell’Agenzia, passata da una a cinque (Reggio Calabria, Palermo, Roma e Milano, cui si aggiungerà a breve Napoli) non è stata di giovamento. Soprattutto perchè la sede principale è stata fissata a Reggio. Una scelta “legata ad un momento per così dire emozionale” quale “il posizionamento di un ordigno esplosivo davanti alla sede della procura” è giudicata infatti errata. Spiega Caruso: “È una struttura totalmente inidonea ad ospitare la sede principale dell’Agenzia, e non voglio parlare - perchè ne farei un caso personale - della scomodità delle vie di comunicazione per raggiungere poi da lì le altre sedi. Per quanto mi riguarda, scusate la divagazione, sono sei mesi che non riesco a dormire per più di due notti di seguito nello stesso letto”, ha dichiarato Caruso. Per lui la sede migliore sarebbe quella di Palermo, poichè il 43,8% dei beni sequestrati è in Sicilia.
CI SONO PERÒ questioni ben più preoccupanti tra quelli che Caruso fornisce a deputati e senatori dell’Antimafia. La prima, conosciuta, riguarda gli immobili sequestrati: l’80% dei quali “registrano criticità” (per lo più sono ipotecati).
C’è poi un problema meno conosciuto, ma che riguarda le centinaia di persone che lavorano nelle imprese sequestrate alla criminalità organizzata: falliscono in un volgere di mesi. La media è impressionante: “Su oltre 5mila aziende sequestrate da quanto esiste la legge - spiega Salvatore Lo Balbo della Fillea, il sindacato degli edili della Cgil - solo 91 sono ancora in vita”. Questo perchè, afferma il sindacalista, “lo Stato non ha mai avuto alcun interesse a tenere in piedi queste aziende”. Circostanza che sembra essere confermata da Caruso che il 18 gennaio 2012, in Commissione afferma: “Non abbiamo le professionalità per occuparci di aziende e di patrimoni immobiliari notevoli”. Come mai? “Perchè - spiega Mario Ridulfo segretario Fillea di Palermo, ma le sue dichiarazioni sono confermate in toto dall’audizione di Caruso - per anni si è pensato che tra il sequestro e la confisca tutti i beni, anche quelli aziendali, dovessero rimanere ‘immobili’. Ma questo va bene per gli edifici: se io tengo ferma una betoniera per due anni, poi la devo buttare. Diciamo che non c’è mai stata una cultura nell’amministrare questi beni”.
Certo all’epoca in cui nacque la Rognoni-La Torre, nel 1982, la legge che istituì il reato di associazione mafiosa con la confisca dei beni, le imprese della criminalità organizzata erano usate per lo più per il riciclaggio di denaro. È però da almeno un quindicennio che la mafia s’è fatta imprenditrice , dando vita a società ben più robuste. Ne sono esempio, tutt’ora vivente, due realtà siciliane. Una si chiama Immobiliare Strasburgo: fu confiscata a Vincenzo Piazza, uno dei protagonisti del sacco di Palermo, nell’aprile del ‘97. Oggi conta una quarantina di dipendenti e amministra un patrimonio di 450 immobili. L’altra è il gruppo di imprese che è stato sottratto a Michele Aiello, l’imprenditore delle stradine siciliane diventato nel giro di pochi anni anche il Re Mida della Sanità privata. La clinica e le costruzioni danno lavoro a 300 persone. Ma mentre Villa Santa Teresa è rimasta un’eccellenza nel panorama sanitario nazionale, l’impresa edile fatica e rischia di fallire. Ma perchè far fallire un’impresa che potrebbe lavorare proprio su quei beni sequestrati spesso lasciati all’abbandono?
PIER LUIGI VIGNA, magistrato da anni impegnato sul fronte dell’antimafia, oggi anche Presidente dell’Osservatorio “Edilizia e Legalità” della Fillea-Cgil, ammonisce: “La funzione del sequestro e la confisca dei “beni mafiosi”, non mira solo a sottrarre quei beni, frutto di attività delittuose, a chi, direttamente o indirettamente, li possiede, ma anche a restituirli alla società, attuando così una sorta di ‘contrappasso risarcito-rio’”. Per questo Vigna ha firmato, assieme a Franco La Torre, figlio di Pio, al segretario nazionale Fillea Walter Schiavella e a Guglielmo Epifani l’appello promosso dalla Fillea. È sempre Vigna a spiegarlo: “All’interno dell’Agenzia chiediamo venga costituito un Ufficio Attività Produttive e Sindacali con il compito di coordinare l’attività delle aziende sequestrate e confiscate e perché l’Agenzia assuma il criterio di affidare alle imprese edili sequestrate o confiscate, in vista della ripresa della loro attività, i lavori di manutenzione e ristrutturazione del vasto patrimonio immobiliare sul quale la stessa Agenzia opera”.