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 2012  febbraio 20 Lunedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA. LA MORTE DI DULBECCO


REPUBBLICA.IT

ROMA - E’ morto Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina nel 1975. Pioniere delle ricerche sulla genetica del cancro, era nato a Catanzaro nel 1914. Fra due giorni avrebbe compiuto 98 anni. Se n’è andato in California, nella sua casa di La Jolla, dove viveva con la famiglia. La sua lunga carriera ha dato grande impulso alla medicina personalizzata e alla possibilità di dare a ogni paziente il farmaco giusto. "Era un preveggente, una persona rigorosa ma di grande gentilezza", ricorda Paolo Vezzoni, uno dei suoi più stretti collaboratori al Cnr di Milano.

Appassionato di fisica, chimica e matematica, Dulbecco si laurea in medicina all’università di Torino a 22 anni. Undici anni dopo, nel ’47 lascia l’Italia per gli Usa, chiamato dal futuro premio Nobel Salvador Luria all’Università di Bloomigton, nell’Indiana. E’ la svolta, anche se il suo legame con l’Italia rimarrà sempre molto forte.

Qui Dulbecco studia i "fagi", virus batteriofagi, i meccanismi cellulari che riparano il Dna quando è danneggiato da radiazioni. Viene poi chiamato al Cal Tech, California Institute of Technology, dove diventa professore ordinario e si dedica allo studio dei virus di origine animale. Molti i successi di una carriera lunghissima: nel 1955 isolò il primo mutante del virus della poliomielite, che servirà a Sabin per la preparazione del vaccino.

Cinque anni dopo, nel 1960 iniziò ad interessarsi della ricerca oncologica, studiando virus animali che provocano fenomeni di alterazione delle cellule e che determinano forme di cancro invece di provocare la morte delle cellule stesse. La sua indagine si spinge a livello molecolare invece di arrestarsi alla superficie delle cellule. Scopre anche che il Dna del virus viene incorporato nel materiale genetico cellulare, per cui diventa quasi come un gene nella cellula medesima. E che la cellula subisce un’alterazione di tipo permanente.

Nel 1972, ha una breve parentesi londinese, allo Imperial Cancer Research Fund, dove continua gli studi di oncologia. Per questi studi e "per le sue scoperte in materia di interazione tra virus tumorali e materiale genetico della cellula" nel 1975, insieme a David Baltimore e Howard Temin, che serano stati suoi allievi, gli viene conferito il premio Nobel per la medicina. Ritorna poi negli Stati Uniti, al Salk Institute di La Jolla, in California, dove viveva tutt’ora.

"Era una persona estremamente seria sul lavoro, con tutti. Ma anche molto gentile. Fermo, rigoroso, dava giudizi in modo chiaro e diretto. Era una rarità nel panorama scientifico italiano. Se dovessi scegliere una caratteristica per ricordarlo, è proprio la serietà che mi viene subito in mente", racconta a Repubblica.it Paolo Vezzoni.

"Sono stati i suoi lavori sui virus oncogeni, che riuscivano cioè a trasformare una cellula sana in una cellula tumorale, a portarlo al Nobel", spiega. "Vedeva più in là degli altri, è stato un preveggente, concentrandosi, fra i primissimi, sulla genetica dei tumori. E all’avanguardia è rimasto per diversi anni", conclude Vezzoni.

Per il mondo della genetica, se n’è andato un modello. "Aveva capito oltre 25 anni fa che la strada per combattere il cancro è quella della medicina personalizzata", dice Giuseppe Novelli, preside della facoltà di medicina e chirurgia e direttore dell’Istituto di genetica umana dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata. "Era un punto di riferimento, a cui dobbiamo moltissimo", commenta.

Tornato negli Stati Uniti, nel 1986 Dulbecco lanciò la sua ultima grande impresa: identificare tutti i geni delle cellule umane e il loro ruolo, per comprendere e combattere concretamente lo sviluppo del cancro: è il "progetto genoma", allargato poi a tutto il mondo come progetto di collaborazione internazionale al quale Dulbecco ha lavorato negli ultimi anni presso l’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Milano. L’esperienza si è conclusa nel 1995 e Dulbecco, deluso, si è trasferito di nuovo negli Stati Uniti. "Ma per l’Italia ha continuato a ricoprire un ruolo importante, anche a livello sociale", dice ancora Vezzoni.

Quella matricola dagli occhi nerissimi, con l’aria trasognata ed assorta, come lo ricordava all’università Rita Levi Montalcini, che divenne sua cara amica, ha avuto una vita decisamente piena: durante la guerra fu mandato a combattere in Russia, nel 1945 fece parte della Giunta popolare della città di Torino, ma capì in fretta che la sua strada era un’altra e puntava verso gli Stati Uniti.

"Con la morte di Dulbecco la comunità scientifica mondiale perde uno dei suoi più autorevoli testimoni. Era curioso, rigoroso, ottimista, aperto ai giovani e all’integrazione fra saperi diversi, era riuscito, soprattutto attraverso il progetto genoma, ad avvicinare e a chiarire alla gente il ruolo e la funzione sociale del lavoro dello scienziato", dice Luigi Nicolais, presidente del Cnr.

La gente ha imparato a conoscere il suo sorriso e la sua spontaneità dal palco dell’Ariston di Sanremo, dove nel 1999 è salito insieme a Fabio Fazio e Letitia Casta. "Ha vissuto una vita lunga e piena di successi e di soddisfazioni, da persona libera, di quella libertà mentale che è fondamentale per chi fa ricerca", ricorda oggi Fazio. "Non è stato uno scienziato estraneo al mondo, ma aperto agli altri", forte di "quel coraggio e di quella lucidità che producono le visioni fuori dal comune di chi arriva a qualche scoperta. "Una persona speciale, dolce di modi, dal sorriso magnifico e sempre disponibile con tutti".

ARNALDO D’AMICO
"Il ponte per la California". Così, molti scienziati italiani che lavorano negli Stati Uniti ricordano Renato Dulbecco, per essersi posto, con tutto il peso del suo premio Nobel, come punto di riferimento per i giovani ricercatori del nostro paese che cercavano oltreoceano un laboratorio dove poter continuare il proprio lavoro. Per favorire invece il loro rientro era andato a condurre il festival di Sanremo (edizione di Fabio Fazio) dove sorprese tutti per la sua gentilezza e grande senso dell’ironia. Oltre a devolvere il suo compenso in borse di studio per sostenere la ricerca italiana, l’allora 85enne scienziato di origini calabresi, tra una canzone e l’altra, spiego agli italiani in modo semplice l’importanza della ricerca scientifica per la cura delle malattie e per lo sviluppo economico. Argomenti in cui era stato protagonista: a lui si deve la definizione del ruolo dei virus nell’innescare il cancro (tra questi il più diffuso è quello del collo dell’utero), una scoperta che ha spianato la strada non solo alla prevenzione e alla cura dei tumori ma alle successive scoperte che hanno spostato l’attenzione della ricerca sui geni. Grazie a lui sono diventi il bersaglio su cui tutt’oggi si sta lavorando.
"Dobbiamo a Dulbecco la strategia della ricerca contro i tumori che si sta perseguendo in tutto il mondo - dice da Boston Pier Paolo Pandolfi, direttore del centro di genetica del cancro dell’università di Harvard - E anche il nostro principale strumento di lavoro, il Dulbecco-medium, il terreno di coltura che mise a punto per far vivere e moltiplicare in laboratorio sia cellule normali che tumorali, e studiarne i meccanismi genetici ed individuarne i punti deboli. Senza il Dulbecco-medium oggi non sapremmo quasi niente del cancro e a questo strumento si deve una intera fase della storia della ricerca oncologica".
Cittadino americano dal 1953, Dulbecco ha sempre mantenuto un forte legame con l’Italia, tanto da essere considerato il padre delle ricerche italiane sulla mappa del Dna, condotte presso l’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Milano. Solo l’età avanzata e le condizioni di salute precarie hanno interrotto la spola tra Milano e La Jolla, in California, dove viveva e lavorava presso l’istituto Salk. Tuttavia la sua presenza in Italia ha lasciato tracce significative, sia nei risultati scientifici sia nella difesa del valore della ricerca.
(20 febbraio 2012)

CORRIERE.IT
MILANO - Scienza in lutto per la scomparsa di Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina nel 1975. La notizia è stata confermata all’Ansa il presidente del Cnr, Luigi Nicolais. Il grande biologo e genetista, nato a Catanzaro nel 1914 ma cittadino americano dal 1953, è deceduto nella notte a La Jolla (California) - dove lavorava presso l’istituto Salk - due giorni prima di compiere 98 anni. A Dulbecco il Karolinska Institut assegnò il Nobel per la scoperta del meccanismo d’azione dei virus tumorali nelle cellule animali. Se oggi sappiamo che per combattere i tumori è aggredire il loro Dna il merito è proprio di Dulbecco, pioniere delle ricerche sulla genetica del cancro.
SANREMO - Nonostante la cittadinanza americana, i legami con l’Italia non si erano mai interrotti e ha proseguito nelle sue ricerche sulla mappa del Dna condotte presso l’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr a Milano. E nel 1999 accettò l’invito a condurre il Festival di Sanremo. La sua presenza fu fortemente voluta da Fabio Fazio e Dulbecco devolse il suo compenso a favore del rientro in Italia degli scienziati andati a studiare e lavorare all’estero. Un’iniziativa simbolica che ancora oggi prosegue nel Progetto carriere Dulbecco promosso da Telethon.
GENIO PREOCISSIMO - Dulbecco si iscrisse a 16 anni alla facoltà di medicina dell’università di Torino dove seguì i corsi dell’anatomista Giuseppe Levi insieme a Rita Levi Montalcini e Salvador Luria, altri due Nobel. A soli 20 anni si laureò. Durante la seconda guerra mondiale fu richiamato come ufficiale medico sul fronte francese e poi su quello russo. Con la caduta del fascismo, Dulbecco entra nella Resistenza e fa parte del Cln di Torino. Dopo la guerra, nel 1947 decise di trasferirsi negli Stati Uniti per raggiungere Luria - fuggito dall’Italia a causa delle leggi razziali di Mussolini. E sulla stessa nave incontrò la sua ex compagna di studi: Rita Levi Montalcini. Nel 1960 al California Institute of Technology osserva che i tumori sono indotti da una famiglia di virus che in seguito chiamerà «oncogeni»: è la scoperta che gli aprirà la strada del Nobel. Oltre al premio Nobel, Dulbecco venne insignito della laurea honoris causa in scienze dall’Università di Yale, inoltre era membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia nazionale delle scienze americana e membro della Royal Society inglese.
AMAREGGIATO - «Era un po’ amareggiato. L’esperienza fatta in Italia lo aveva davvero deluso», racconta Paolo Vezzoni, ricercatore del Cnr che insieme a Dulbecco ha condiviso l’esordio del Progetto Genoma. «Era dalla scorsa estate che non stava molto bene. L’ultima volta che l’ho sentito è stato in occasione delle feste natalizie. Ci siamo scambiati i saluti, ma non abbiamo fatto altri commenti», ha aggiunto Vezzoni, secondo il quale quando Dulbecco decise di tornare negli Stati Uniti «lo fece con l’amaro in bocca e, nel corso degli anni, la delusione nei confronti dell’Italia è rimasta costante anche se ad attenuarla hanno contribuito alcuni progetti di ricerca sulle cellule staminali che la Fondazione Cariplo aveva deciso di assegnare sotto la sua guida». L’amarezza di Dulbecco nei confronti del nostro Paese era legata soprattutto alla decisione, da parte del Cnr di abbandonare il Progetto Genoma: un progetto che lo stesso Dulbecco aveva sostenuto e incoraggiato sia in Italia che a livello internazionale.