Stefania Vitulli, il Giornale 19/2/2012, 19 febbraio 2012
Henry Miller a Parigi, la vita sotto il segno del «Tropico del Cancro» - «Non ho denaro, non ho risorse, non ho speranze
Henry Miller a Parigi, la vita sotto il segno del «Tropico del Cancro» - «Non ho denaro, non ho risorse, non ho speranze. Sono l’uomo più felice del mondo». Così recita uno degli incipit più felici della storia delle letteratura americana, composto a Parigi durante uno dei periodi più controversi della vita del suo controverso autore, Henry Miller. Nessuno può dimenticare la prima volta in cui ha letto Tropico del Cancro (Mondadori). Potete averlo odiato, può avervi irritato o più semplicemente potete averlo sottovalutato, ma la sua pulsante e fastidiosa potenza espressiva, generata da uno stream of consciousness genitale, vi avrà per forza, in qualche modo oscuro, corrotto per sempre, come corruppe finalmente le leggi americane sulla pornografia, che il processo per oscenità cui fu sottoposto costrinse a rivedere. Il romanzo è il buongiorno a Parigi di un Miller vicino ai quaranta, senza speranze ma con Foglie d’erba di Walt Whitman in valigia, senza nemmeno un libro ancora pubblicato, senza un soldo, senza la seconda moglie June, che lo ha spedito al di là dell’Oceano per incompatibilità con il suo fallimento umano e artistico, pagato con una lunga serie di transazioni sul suo corpo. Ed è il buongiorno a Miller di una città impareggiabile di inizio anni Trenta, in cui si respirano le molecole di quell’atmosfera fertile che Woody Allen ha descritto nel suo Midnight in Paris . Miller dorme sui pavimenti degli uffici o in alberghetti senza finestre, per il primo anno pagati ancora dal corpo di June via American Express. Ma la città gli regala il triangolo perfetto delle favole erotiche: June a casa si prostituisce per lui e per le strade della Ville Lumière Henry rifiorisce. E abbraccia la sua nuova musa finanziatrice, Anais Nin, che gli paga tutti gli anni Trenta, incluso l’appartamento di Villa Seurat 18. Tutto è ispirazione per Tropico del Cancro , per cui firmò il contratto- anche questo oliato da Anais con il denaro dello psicanalista Otto Rank - con la casa editrice pornosoft Obelisk Press nell’ottobre 1932, ottant’anni esatti fa. Ce ne vorranno altri trenta prima che gli Stati Uniti accettino di stamparlo legalmente, mezzo secolo fa, appunto (e nel 1962 arrivò anche «ufficiosamente» in Italia, per Feltrinelli, con la traduzione di Luciano Bianciardi e il colophon che lo faceva risultare come stampato in Francia, a Étampes, usando il marchio prestato da un editore svizzero e la dicitura: «Avvertenza importante. Questa edizione è destinata al mercato estero; l’Editore ne vieta l’importazione e la vendita in Italia». In realtà il volume era stampato a Varese e venduto sottobanco. Ci vorranno cinque anni e una lunga querelle giudiziaria perché Tropico del Cancro entri ufficialmente nel mercato italiano). In coincidenza con tutti questi anniversari, la Yale University Press ha appena dato alle stampe Renegade. Henry Miller and the Making of Tropic of Cancer , (pagg. 244, $ 24.95), in cui uno dei biografi ufficiali di Miller, Frederick Turner, ricostruisce, a suon di aneddoti anche troppo apologetici, il work in progress di uno dei capolavori della letteratura erotica del Novecento, livre de chevet di George Orwell, Norman Mailer, Erica Jong. Alcuni di questi aneddoti già li conosciamo, come quello sul «romanzaccio giovanile» Crazy Cock , inedito in Italia fino a vent’anni fa, titolo definitivo di un precedente Belle lesbiche , che raccontava come Tony Bring, alter ego di Miller, fosse costretto da June a dividerla nella convivenza con Mara Andrews e fu il nido di quella «prosa torturata attraverso la quale Miller giunse all’esplosiva semplicità» di Tropico del Cancro , come scrisse Erica Jong. Altri aspetti di questo saggio invece, illuminano sull’odio profondo di Miller verso l’America e su come lo sfogo dello scrittore avvenne sulla Donna invece che sul corpo politico degli Stati Uniti, per Miller, secondo Tuner, «più mercenari della più infima puttana».