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 2012  febbraio 19 Domenica calendario

Il presidente si dimette perché in Germania la giustizia funziona - Dopo avere resistito alcuni me­si, il Presidente della Repubblica tedesca Christian Wulff si è arreso quando la Procura ha chiesto al Bundestag l’autorizzazione a pro­cedere contro di lui

Il presidente si dimette perché in Germania la giustizia funziona - Dopo avere resistito alcuni me­si, il Presidente della Repubblica tedesca Christian Wulff si è arreso quando la Procura ha chiesto al Bundestag l’autorizzazione a pro­cedere contro di lui. Ha lasciato al­­l’istante il suo seggio e si è messo a disposizione dei giudici. Quant’è bravo!hanno esclama­to con invidia molti italiani, abitua­ti ai nostrani attaccamenti alla pol­trona. Si può capirli, ma vanno fat­te distinzioni. Ne basta una:c’è magistratura e magistratura. Le toghe tedesche godono eccellente fiducia nel loro Paese, quelle italiane sono tra le meno rispettate. E con ottime ra­gioni. Nel 1999 in Germania ci fu uno scandalo politico-finanziario di di­mensioni maggiori di quanti ne si­ano venuti alla luce in Italia con Tangentopoli. Helmut Kohl, il grande cancelliere della riunifica­zione tedesca, fu impiccato a due maxi tangenti incassate dal suo partito, la Cdu, anni prima. Una mazzetta derivava dalla vendita di carri armati all’Arabia saudita. La seconda fu versata dall’allora in­quilino dell’Eliseo, il socialista François Mitterrand, per l’acqui­sto da parte di Elf Aquitaine di un ente petrolifero dell’ex Ddr.L’am­montare delle tangenti era enor­me. In un conto corrente ginevri­no furono trovati 300 milioni di marchi. Cifre simili, in Italia, non si sono mai viste. Kohl (già pensionato e senza in­­carichi istituzionali) non negò i fat­ti, che erano incontrovertibili. Tut­tavia, nelle more del processo, si buttò a corpo morto nella ricerca di finanziatori per una colletta con la quale risarcire la cresta. Racimo­lata la somma, la restituì. La procu­ra prese atto e in meno di un anno la causa fu archiviata. Nessun ac­canimento, nessun tentativo di uscire dai confini della faccenda per demonizzare l’ex cancelliere o il suo partito. Fu considerato un er­rore, si riconobbe che era stato fat­to il dovuto per metterci riparo e che la sanzione del pentimento vir­tuoso era sufficiente per punire il politico e ristabilire l’etica pubbli­ca. La stampa, soddisfatta, ritirò le armi che nella fase iniziale aveva sfoderato bellicosamente. Giudicate se questo andamento cristallino sia paragonabile al ca­os della nostrana Tangentopoli o ai casini che capitano quando le to­gh­e si imbattono nei reati della po­litica. Innanzitutto, mai una volta che le accuse siano certe e - come nel caso di Kohl (e di Wulff)- «in­controvertibili ». I fatti, da noi, so­no tutt’al più supposizioni. Gli in­dizi nascono da intercettazioni ambigue, soffiate di pentiti stra­gonfi di interessi personali, teore­mi strampalati di pm immersi fino al collo nella lotta politica, e altre cose così. Insomma, una totale in­certezza del diritto e delle prove. Tant’è che una dozzina di anni fa dovemmo riscrivere l’intero arti­colo 111 della Costituzione (pro­cesso giusto) per costringere i giu­dici, ormai totalmente anarchici e dimentichi, a raccogliere e valuta­re la prova secondo logica e legali­tà. Se, con questo chiari di luna, un politico italiano dovesse dimetter­si - come sarebbe sacrosanto e co­me in Germania si può ragionevol­mente fare - ogni volta che un giu­dice indaga su di lui, non sarem­mo un Paese virtuoso ma, tre volte di più, un Paese delle banane. Ri­cordiamoci che il Cav è stato inda­gato per mafiosità, tanto come mandante delle stragi di Falcone e Borsellino, quanto per le bombe che, nel 1994, seminarono morte e distruzione. Allora: doveva dimet­tersi lui o dovevano essere presi a pedate gli inquirenti? Finché gli italiani non sapranno rispondere a questa domanda i loro politici non potranno comportarsi come quelli tedeschi. L’Italia non è la Germania. È, dunque, fuori luogo l’invidia di cui si parlava all’inizio, perché le due magistrature sono incomparabili. Lasciamo il Berlusca perché sca­tena le opposte partigianerie. Prendiamo il defunto O. L. Scalfa­ro, quintessenza del politico buo­no, l’uomo che aveva indossato la toga in gioventù e che, da allora, si sentì per sempre magistrato. An­che lui, però, accusato per i fondi ri­servati, né si dimise, né affrontò il processo. Disse: «Non ci sto» e ri­mase sul Colle. Doveva invece fare come Wulff? La materia era incer­ta e gli italiani non glielo chiesero. La magistratura poi lo assolse, dan­do ragione al suo comportamento poco tedesco. Giovanni Leone, invece, fu teu­tonico. Messo alle strette, lasciò mesto il Quirinale. Anni dopo, si scoprì che era stata una colossale montatura politica, giornalistica e giudiziaria. Un inutile trauma, per Leone e l’Italia.E la conferma che, se a Berlino c’è il mitico giudice giu­sto, a Roma c’è invece il famigera­to Palazzaccio.