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 2012  febbraio 18 Sabato calendario

Come sono cafoni i Finzi-Contini all’americana - Uscito tre anni prima del Giardino dei Finzi Contini , il breve primo romanzo di Philip Roth ne anticipa un po’ il tema, con un ragazzo ebreo che si innamora di una coetanea della stessa etnia ma socialmente superiore - Brenda è una ragazza disinibita, estrosa, capricciosa, affascinante e viene ammesso a frequentare il di lei ambiente, nel quale ogni tanto si sente fuori posto

Come sono cafoni i Finzi-Contini all’americana - Uscito tre anni prima del Giardino dei Finzi Contini , il breve primo romanzo di Philip Roth ne anticipa un po’ il tema, con un ragazzo ebreo che si innamora di una coetanea della stessa etnia ma socialmente superiore - Brenda è una ragazza disinibita, estrosa, capricciosa, affascinante e viene ammesso a frequentare il di lei ambiente, nel quale ogni tanto si sente fuori posto. La differenza ovviamente è che siamo a Newark negli Anni Cinquanta e non a Ferrara nell’immediato anteguerra, e che se entrambi i protagonisti maschili hanno qualche velleità letteraria (quello di Bassani, si ricorderà, è laureando in lettere con una tesi sul Panzacchi, mentre il Neil di Roth fa il bibliotecario e protegge un negretto che viene a guardare le figure di un libro su Gauguin), i Patimkin, piccoli industriali arricchiti, anche se sportivi come e più dei Finzi Contini (giocano a tennis anche loro), sono molto più cafoni. Senza contare che mentre i giovani italiani di Bassani flirtano senza consumare, gli americani, o forse per meglio dire i neoamericani di Roth, vanno a letto, manifestando un’emancipazione che, scoperta, inorridirà irrecuperabilmente i loro maggiori. Scritto a venticinque anni, Goodbye, Columbus attirò subito l’attenzione, anche se per diventare celebre il suo autore dovette aspettare un decennio, ossia l’annus per lui mirabilis 1969 quando uscirono contemporaneamente il film del romanzo (da noi «La ragazza di Tony», con Richard Benjamin e Ali McGraw) e soprattutto, preceduto da altri libri interlocutori, lo scandalosissimo Lamento di Portnoy . Riletto oggi, insieme con i cinque racconti con cui fu ristampato, Goodbye, Columbus si conferma piacevole, arguto e discretamente originale, nonché anticipatore di alcune specialità del Roth maturo, come in primo luogo la descrizione spassionata e ironica della vischiosità della famiglia ebraica, vedi la piagnucolosa zia che cerca di ricattare il protagonista e vedi l’inflessibile madre che dopo avere incoraggiato la femminilità della protagonista le trova un diaframma nel cassetto, e allora dà fuori da matta. Così nel migliore dei cinque racconti aggiunti una recluta ebrea sfrutta astutamente l’ansiosa sollecitudine che certamente i genitori nutrono per lui onde ottenere ogni sorta di privilegi, facendo leva sulla solidarietà che il suo sergente, altro ebreo ma reduce dal fronte, cerca invano di imporsi di non provare. Gli altri racconti sono eterogenei e non tutti altrettanto riusciti, Roth non possedeva ancora totalmente quella padronanza dei suoi mezzi verve linguistica, disinibizione nell’osservare e maliziosamente riferire i tabù della comunità in cui è cresciuto che da Portnoy in poi avrebbe sfoggiato quasi senza soluzione di continuità. Ma pur superato da prove successive, Goodbye, Columbus si lascia ancora leggere per una propria vitalità e freschezza. Non c’è bisogno di richiamarsi ai libri successivi e più noti per gustare sequenze, per citarne una sola, come quella del ricevimento di matrimonio del primogenito dei Patimkin, con la serie di parenti tutti immigrati di prima o seconda generazione che regalano al narratore-osservatore consigli e brandelli della loro esperienza di vita e implicitamente della loro visione della civiltà aliena nella quale si sono, talvolta faticosamente, creati una nicchia.