Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 18 Sabato calendario

“A passeggio con Walser senza il peso dell’Io” - Zeichen in tedesco vale segno. Vale segni tracciati un tempo sulle rotte del mondo e in tempi più recenti nella sua antiretorica e antimonumentale flânerie (ma quasi verrebbe da giocare di calembour con «flânerire») romana

“A passeggio con Walser senza il peso dell’Io” - Zeichen in tedesco vale segno. Vale segni tracciati un tempo sulle rotte del mondo e in tempi più recenti nella sua antiretorica e antimonumentale flânerie (ma quasi verrebbe da giocare di calembour con «flânerire») romana. Segni che dissemina nella conversazione brillante (lui dice: «Sono in vita perché converso»). Segni che incide epigrafico in libri pausati che vanno da Area di rigore il primo, trentasette anni fa - a Casa di rieducazione . Valentino Zeichen è come te lo aspetti, come lo accompagnano gli echi della sua leggenda. È simpatico, diretto, epigrafico, ironico, intelligente, anche se lui mette subito in guardia: «Ho orrore dell’intelligenza. Il segreto è nasconderla». Ma va meglio con «fuggitivo». Fuggitivo come quando scappava di casa? «Sì, scappavo dalla mia matrigna, da una vita difficile, mi catturavano, mi portavano davanti al commissario, facevo promesse che non mantenevo e alla fine fui mandato a Firenze, in casa di rieducazione. Fu la mia fortuna. Lì c’era una bella biblioteca e lessi in modo forsennato. Ma il titolo del mio ultimo libro vuol anche dire che sto sempre in casa di rieducazione e che non ne sono mai uscito perché sono ossessionato dalla disciplina». Se stiamo alla «casa di rieducazione» fiorentina, quali sono gli autori che hanno contato più di ogni altro? «Dostoevskij, Cechov, Gogol’, Defoe, i grandi inglesi della letteratura, ma anche Manzoni, anche Pinocchio , libro stratosferico, che mi terrorizzava perché è la rappresentazione della società come i bambini se la devono configurare. I romanzi sono i grandi specchi dell’umano, ti scavano dentro e ti fanno male, ti aiutano a conoscerti e a conoscerli. Lì nacque la mia passione per Puškin». Tutto Puškin? «Soprattutto l’ Onegin , uno dei libri della vita: la passione assoluta e l’ironia insieme. Una volta temevo la debolezza del sentimento ironico. L’ Onegin mi ha insegnato che l’ironia può convivere con la passione. E’ stato Puškin a darmi la chiave della mia poesia». La vena epigrammatica non mi pare una chiave secondaria. «Quella viene dai poeti latini, specialmente da Marziale. Ma è stata corroborata dalla lettura dei grandi moralisti francesi, su tutti La Rochefoucauld, e poi degli scrittori illuministi, Voltaire, Diderot, Chamfort che ho molto frequentato. Non si possono scrivere aforismi se non dopo avere messo lingua e pensiero dentro la lavatrice. La poesia è il risultato di una lunga depurazione». Possiamo dunque parlare di lei come di un moralista? «Ma io sono un moralista. Ho un moralismo intrinseco, anche se non so dire in cosa consista». Un ismo dal sen fuggito… «Gli ismi possono essere preziosi perché determinano la fortuna, la grandezza dei movimenti. Il suffisso è una preda». Ricordi di letture precoci? «Non sono stato un lettore precoce. Da bambino mia madre mi leggeva Peter Pan, i libri della "Scala d’oro" con quelle sequenze graduate, che erano il fascino della collana. Ma mi rammarico di non ricordare più la sua voce. Rivedo i tratti del volto che articola la parola, ma non esce il suono. Una figura della sparizione». Fumetti? «Non ero da fumetti. Ma sfogliavo i libri di botanica, caratteri gotici, che mio padre giardiniere possedeva. E poi Le vie d’Italia , la rivista del Touring Club a cui mio padre era abbonato. Una bisboccia di fotografie in bianco e nero, di luoghi soprattutto d’arte. A leggere ho cominciato più tardi, soprattutto romanzi. Da lì mi viene in fondo l’idea che la poesia sia narratività controllata dal ritmo». Lei ha scritto: «Non è illecito ridomandarsi/ chi sarebbero i grandi narratori moderni/ inventori del romanzo insiemistica/ ad azioni individuali multiple e parallele;/ soltanto Musil, Kafka, Proust? O vi aggiungeremmo/ scrittori come Eisenhower, H. Guderian, ÿukov/ riservati autori di narrativa logistica?». Ironia a parte, la domanda sui «grandi» resta. «Sono di origini modeste e non posso permettermi il lusso dei grandi autori. Tanto per intenderci, non ho mai letto Proust per intero. E sono contro Musil, contro Joyce. Il mio autore è Scott Fitzgerald, il Novecento è lui, perché riesce a trasmettere la sensazione costante della fugacità delle situazioni». Mi pare che lo stesso valga per Walser. «Walser è il mio autore di culto. La passeggiata , Una cena elegante , Jakob von Gunten . In Walser c’è l’autoannientamento dell’io, tutte le esperienze sono senza io, perché l’io è un peso desolante per l’esistenza». Anche lui avrebbe voluto fare l’attore. Come lei… «Ho studiato recitazione all’Accademia Scharow qui a Roma. Ho scritto testi teatrali. Tra l’altro in una commedia intitolata Ginnasti neoromantici mi sono divertito a intrecciare una liaison tra la maestra Pedani del racconto di De Amicis Amore e ginnasti- eJacob von Gunten di Walser, che s’incontrano ad un meeting di ginnastica sul lago di Como». I drammaturghi più amati? «Ancora Cechov e poi Ionesco, mentre non m’interessa Beckett perché è ideologico. Cechov perché è struggente, mi fa piangere. In quella perfezione dei dialoghi - meraviglia della sua retorica - i personaggi non si capiscono mai, si sfiorano, non c’è mai niente di decisivo. Ionesco perché attraverso la banalità crea l’assurdo, un deragliamento continuo, come se la comunicazione fosse una fitta boscaglia di incroci, di messaggi che uno non si aspetta». «Nel mio immaginario, la Bibbia coincide con tutta l’opera di Emilio Salgari». Sottoscriverebbe sempre questo suo aforisma? «Certo. Perché Dante piace agli americani? Perché è un western, c’è azione, è tutto visivo. Così, quando mi capita di leggere la Bibbia, vedo che il padre eterno ne fa di tutti i colori, c’è una tale irrazionalità nel divino che mi affascina: cattivo e buono insieme. E poi pensi alla bellezza del diluvio universale. Una meraviglia». Finora abbiamo girato al largo. Ma la domanda al poeta non può essere elusa. Quali le letture di poesia? «Dico un nome che la sorprenderà: Ciro di Pers. Vivo nella più bella città del mondo, perché a volte il caso si lega alla fortuna. E mi sono buttato sul barocco romano. Tra i lirici marinisti (raccolti nella bella antologia di Giovanni Getto) Ciro di Pers mi sembra il poeta che meglio costruisce il meccano. Basterebbe il sonetto Improvvisa morte di bella donna . Quel qualcosa di insospettabile che arriva alla fine e ti strabilia, come l’estasi di Santa Teresa del Bernini». «Sprezzante di belle lettere» e senza essere mai appartenuto a nessun movimento, lei è sempre stato ben accompagnato dagli esponenti di spicco della neoavanguardia. «Il primo che mi abbia aperto la strada della pubblicazione è stato Enzo Golino. Ma quei poeti della neoavanguardia li ho pur letti, perché portavano innovazione: Pagliarani, Giuliani. Alcuni sono poi stati disorientati dal largo spettro del significante, una cosa pericolosa. Viceversa chi ha scelto il significato ha scelto la prigione semantica». Un’impasse? È quello che lei chiama il suo «ipocrita neoclassicismo»? «Dopo il grande sperimentalismo sono di fatto un restauratore. Un azzardo, un’alea, una scommessa, ma quando non si è nessuno ci si può buttare». Proprio nessuno mi pare troppo… «Beh, in proposito ho un pensiero che ultimamente mi accompagna. Quando Ulisse dice Nessuno inventa l’arma invisibile dell’ Occidente: il radar. Lui vede ciò che gli altri non vedono e mentendo inventa l’invisibilità, la più grande offesa che fa all’essere». Senza volere, siamo approdati alle letture filosofiche. «Alla filosofia accenno di tanto in tanto, ma ci capisco poco. Leggendo i dialoghi platonici capisco però una cosa: che Socrate ha fatto del convivio il luogo dei grandi problemi. Abbandonato a se stesso, l’uomo è triste, ma quando arriva il cibo la sua anima riaffiora e il cibo fa lo stomaco pensante». Il maggior difetto per la poesia? «Quello di non stare attaccata all’oggetto. Di essere senza oggetto. Prendiamo Valerio Magrelli e Giuseppe Conte. Sono i rappresentanti di due linee poetiche molto diverse, ma tutt’e due molto fertili, perché si tengono all’oggetto. Due molossi che non mollano mai l’osso». Possiamo dunque dire che le mode passano e l’oggetto resta? «Penso di sì. Tra Cuore e Pinocchio , è Pinocchio a risultare il libro stratosferico».