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 2012  febbraio 18 Sabato calendario

“La Svizzera pronta a trattare ma il segreto bancario resta” - Si riapre il dossier su un possibile accordo fiscale ItaliaSvizzera

“La Svizzera pronta a trattare ma il segreto bancario resta” - Si riapre il dossier su un possibile accordo fiscale ItaliaSvizzera. Ambasciatore Regazzoni cosa ne pensa, sarà la volta buona? «La disponibilità del Governo svizzero ad aprire un tavolo negoziale con l’Italia sulle questioni in sospeso in ambito fiscale non è un fatto nuovo, ma è una costante della nostra posizione. Il mio Governo ha espresso l’auspicio che un tale negoziato possa effettivamente aver luogo non appena il Governo italiano riterrà che le condizioni sono riunite». Com’è lo stato dei rapporti ItaliaSvizzera nel campo della cooperazione, del contrasto alla criminalità economica? «Da anni la cooperazione nell’ambito giudiziario e delle autorità di polizia è molto stretta per quanto riguarda la lotta alla criminalità economica, che è spesso espressione della criminalità organizzata. Si pensi alla collaborazione tra giudici all’epoca dei grandi processi di mafia. Ma anche alle norme antiriciclaggio in vigore in Svizzera dalla metà degli anni ‘90». L’obiettivo del governo italiano è quello di recuperare gettito fiscale. Qual è invece il vostro? «Dall’adozione dello standard Ocse a inizio del 2009 sulla cooperazione tra autorità fiscali, la Svizzera ha concluso una quarantina di accordi sulla doppia imposizione con altrettanti paesi, basati su di esso. La nostra disponibilità a negoziare un tale accordo anche con l’Italia è completa. Il Governo svizzero ha espresso negli ultimi anni la sua posizione: la piazza finanziaria svizzera si deve concentrare sull’amministrazione di capitali in regola con il fisco dei paesi d’origine. Gli accordi negoziati recentemente con Germania e Regno Unito sono uno dei possibili strumenti per pervenire a tal fine». C’è in gioco anche una questione di immagine per la Confederazione? L’etichetta di paradiso fiscale è difficile da cancellare.... «”Paradiso fiscale” è un’espressione inadatta alla Svizzera già in quanto il livello di imposizione fiscale che vi si pratica è paragonabile a quello di altri paesi Ocse. Quanto all’immagine, quella della Svizzera in Italia - e viceversa - è purtroppo molto lontana dalla realtà, che è quella di un partenariato economico fortissimo. Siamo l’uno per l’altro il secondo, rispettivamente il sesto partner commerciale, con un interscambio di 35 miliardi di euro ed una bilancia commerciale favorevole all’Italia. Le imprese svizzere sono presenti in molti settori produttivi in Italia, dove investono massicciamente. In Svizzera vive la terza più importante comunità italiana all’estero, un modello d’integrazione. Tutto questo è occultato dall’etichetta di paradiso fiscale». Come funzionano le intese già siglate con Germania e Gran Bretagna? «Gli accordi si trovano ora nella fase di ratifica nei Parlamenti, dopodiché potranno entrare in vigore. Si basano sul principio di una regolarizzazione del passato, tramite un’imposta sui capitali depositati ed un’ imposta sugli interessi negli anni a venire, imposta cosiddetta liberatoria, pari al livello di imposizione nel paese di origine». Cosa pensa si possa “concedere” all’Italia e su cosa invece la Svizzera pensa non possa accettare? «Le concessioni si fanno in corso di negoziato, non prima di iniziarlo. Solo lo scambio automatico di informazioni tra autorità fiscali è escluso». Le trattative con il precedente governo a che punto erano arrivate? «Eravamo giunti alla vigilia dell’apertura di un negoziato formale e ci eravamo accordati sui parametri dello stesso». Per quali ragioni non si era arrivati ad una conclusione? «Tre settimane più tardi è caduto il Governo». C’è una posizione differente, o interessi diversi, tra governo federale e governo cantonale ticinese, più direttamente interessato alla tassazione dei capitali italiani depositati in Svizzera? «Il Governo federale negozia gli accordi internazionali, tenendo conto anche degli interessi dei governi cantonali. Come si sa, nel quadro dell’Accordo di doppia imposizione tra Svizzera e Italia in vigore dagli anni ‘70, il Cantone Ticino versa all’Italia il 38% circa dell’imposta sul reddito dei lavoratori domiciliati nella fascia di frontiera italiana, attivi in Svizzera. Tale importo è destinato ai Comuni di domicilio degli stessi».