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 2012  febbraio 19 Domenica calendario

SORRISI. LE 5 PAGINE MEMORABILI DELLA LETTERATURA

Può essere il sole che cancella l’inverno dal volto (Victor Hugo), ma anche la porta della tristezza, un enigma da risolvere, una fessura dentro la cattiveria. Edmondo De Amicis inchioda Franti, il disadattato della scuola elementare di Cuore con una sola, tremenda locuzione: «E l’infame sorrise». Il sorriso, forse la più affascinante delle espressioni umane, si accende da sempre nella pittura e nella letteratura per raccontare le infinite sfumature del bene e del male.
Siamo chimicamente predisposti a ricambiare un sorriso solare e irresistibilmente attratti dal suo manifestarsi. Un interdetto commissario Montalbano (Andrea Camilleri) spiega così l’effetto dirompente di quello apparso sul viso di Angelica, la protagonista di un’indagine che gli ricorda la giovinezza e l’Orlando furioso: «Aviva un sorriso che era come ’na lampatina da cento che s’addrumava ’mprovisa nello scuro».
I sorrisi nella vita vera sono solo attimi. Ma Richard Bach, l’aviatore-scrittore de Il gabbiano Jonathan Livingston, ci rassicura sulla capacità umana di catturarne l’anima con velocissime modalità di scansione. Il nostro cervello, scrive Bach ne Le ali del tempo, per riconoscere oggetti geometrici ha bisogno di almeno un cinquantesimo di secondo, mentre «la percezione di un sorriso rimarrà in noi dopo che è balenato per non più di un millesimo di secondo».
Nei romanzi i sorrisi durano molto di più: possono dispiegarsi e concludersi in un paio di parole, ma anche accendersi piano, salire e poi volare per intere frasi e mezze pagine. Dante impiega diverse terzine del XXIII canto del Paradiso per scusarsi dell’oggettiva impossibilità di rendere intellegibile quello extra terreno di Beatrice. Così bello da non poterlo dire: eppure il prodigio letterario si compie. E tutti i sorrisi da libro rivendicano nei secoli una qualche forma di eternità.
Ecco allora, a partire da questo famoso e luminoso «non detto» dell’Alighieri, sbocciato in cima alla letteratura di tutti i tempi, cinque guizzi di volto messi al sicuro dalle parole. Per raccontare la bellezza, il mistero, l’amicizia, la capacità di resistere al dolore e la speranza.
Dante Alighieri,
La Divina Commedia
«Apri li occhi e riguarda qual son io; / tu hai vedute cose, che possente / se’ fatto a sostener lo riso mio». Apri gli occhi e guardami in tutto il mio splendore, dice Beatrice al poeta, perché a questo punto del viaggio hai visto cose tali da esser in grado di sostenere la luce del mio sorriso. Fino a questo momento — siamo appunto al XXIII dei XXXIII canti del Paradiso (Divina Commedia, 1304-1321) — Dante non ha potuto affrontare il fulgore che emana dal volto della donna che lo sta guidando in cielo al cospetto di Dio e dei beati. Ma adesso che viene invitato a farlo, si rende conto di non possedere registri espressivi per quello che vede.
Se ora, per aiutarmi — dice Dante — cominciassero a cantare tutte le voci che Polimnia, la musa della lirica, e le altre sue sorelle nutrono con il loro latte più dolce, non si arriverebbe neppure a descrivere la millesima parte del vero. Tentare di spiegare con parole umane, seppur ricche della migliore poesia, il sorriso di Beatrice è uno sforzo impossibile. È quindi necessario che il poema sacro passi oltre, come colui che trova il suo cammino tagliato da qualche ostacolo.
Francis Scott Fitzgerald,
Il grande Gatsby
Minuziosamente descritto, con una plasticità che lo rende indossabile come un vestito su misura, è invece il sorriso di Jay Gatsby, il ricchissimo anfitrione di feste a West Egg, nell’America spensierata prima del grande crac del 1929. Ed è tra le luci e i brindisi degli invitati nel grande giardino, che Nick Carraway, l’io narrante del romanzo più famoso di Scott Fitzgerald (prima edizione Medusa, 1950), fa conoscenza con il padrone di casa mescolato tra gli ospiti.
Non ci sarà una stretta di mano, ma un sorriso che incanta il nuovo venuto, in procinto di scusarsi perché non sapeva di parlare con Gatsby in persona. «Sorrise con aria comprensiva, molto più che comprensiva. Era uno di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento che si incontrano quattro o cinque volte nella vita. Affrontava — o pareva affrontare — l’intero eterno del mondo per un attimo, e poi si concentrava sulla persona a cui era rivolto con un pregiudizio irresistibile a suo favore. La capiva esattamente fin dove voleva essere capita, credeva in lei come a lei sarebbe piaciuto credere in se stessa, e le assicurava di aver ricevuto da lei esattamente l’impressione che sperava di produrre nelle condizioni migliori. Esattamente a questo punto svaniva».
Vladimir Nabokov,
Lolita
Ci sono sorrisi prêt-à-porter e sorrisi che nascono per rimanere degli enigmi. Quelli antitetici della «madre egoista e della bambina traviata» — così l’alter ego di Nabokov parla nell’introduzione di Lolita (1959, prima edizione italiana) delle due donne chiave del suo romanzo — hanno la peculiare caratteristica di non rivelare nulla. Sfuggono alla comprensione e al possesso di chi, andando oltre il limite del delitto, tenta disperatamente di afferrare l’eterna giovinezza. Ed ecco Humbert Humbert, che sposa Charlotte Haze perché si è perdutamente invaghito della figlia dodicenne di lei, davanti alla futura moglie: «Gli occhi verde mare, molto distanziati, avevano uno strano modo di viaggiarti addosso, evitando scrupolosamente di incontrare il tuo sguardo. Il sorriso non era che lo scatto interrogativo di un sopracciglio...(…). Era palesemente una di quelle donne nelle cui parole forbite si riflette magari un club del libro (…), mai l’anima».
Ma anche l’insanamente adorata Lolita rimane, fino alla fine, un mistero: «Aveva sempre per gli estranei un sorriso assolutamente incantevole, due teneri, serici occhi a fessura, una radiosità sognante e dolcissima di ogni lineamento, naturalmente priva di ogni significato, ma così bella, così accattivante che era difficile ricondurre una simile dolcezza a un gene magico che le illuminasse automaticamente il viso nel simbolo atavico di un antico rito di benvenuto».
Vincenzo Consolo,
Il sorriso dell’ignoto marinaio
E se il mistero di un sorriso esce da un quadro realmente dipinto per diventare un romanzo? Il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina, una sorta di Gioconda al maschile, oggi custodito in un museo nei ripidi vicoli di Cefalù, è il protagonista di una storia ambientata a Lipari (la prima edizione fu per Einaudi nel 1976), nella Sicilia ottocentesca dei moti rivoluzionari. Consolo narra del barone di Mandralisca, nobile collezionista d’arte realmente esistito, che, a differenza di altri notabili, non resta indifferente alla tensione sociale e civile espressa dalle sommosse. Cruciale sarà l’incontro con l’uomo che guarda il mondo con l’inquietante saggezza del ritratto: «Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce il futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso. L’uomo era vestito da marinaio (…) uno strano marinaio... non aveva il sonnolento distacco (…) dell’uomo vivente sopra il mare ma la vivace attenzione di uno vivuto sempre sulla terra».
Khaled Hosseini
Il cacciatore di aquiloni
Anche Sohrab — il bimbo afghano che chiude con un tentativo di sorriso il romanzo d’esordio di Hosseini (Piemme, 2004), scrittore americano con radici nel paese dei Talebani — ha visto molto, ma deve ancora costruire i suoi strumenti per difendersi dal dolore. I genitori sono morti nella disastrosa guerra in cui è precipitata Kabul, alla sua salvezza ha lavorato con accanimento lo zio Amir, emigrato negli Stati Uniti con un segreto e molte ferite da elaborare. Un giorno, in un parco americano, davanti al volo di un aquilone che ricorda ad ambedue la tradizione afghana della caccia alla carta colorata volante e felici infanzie ormai perdute, Sohrab prova per la prima volta dopo molto tempo a sperare. E Amir ne parla così: «Era solo un sorriso, niente di più. Le cose rimanevano quelle che erano. Solo un sorriso. Una piccola cosa. Una fogliolina in un bosco che trema al battito d’ali di un uccello spaventato. Ma io l’ho accolto. A braccia aperte. Perché la primavera scioglie la neve fiocco dopo fiocco e forse io ero stato testimone dello sciogliersi del primo fiocco».
Giuditta Marvelli