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 2012  febbraio 19 Domenica calendario

A BERLINO TRIONFA IL CARCERE DEI TAVIANI —

Sembrano due ragazzini che giocano sulla sabbia, lo sguardo innocente, puro, e una sua poesia fuori dal tempo. Con Cesare deve morire, i fratelli Taviani reinventando il «Giulio Cesare» di Shakespeare hanno vinto l’Orso d’Oro a Berlino. Un trionfo italiano. Non accadeva da 21 anni (La casa del sorriso di Marco Ferreri). Vittorio agita l’inseparabile basco per aria e poi chiama per nome, ringraziandoli, gli attori del loro film, detenuti nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rebibbia, condannati per camorra, omicidio, droga, alcuni dei quali ergastolani: «Sono persone che mentre noi siamo qua tra le luci, con l’allegria dei premi, sono nella solitudine delle loro celle». Il fratello Paolo: «Speriamo che con questo film uno spettatore, tornando a casa, possa dire che anche il detenuto, su cui sovrasta una terribile pena, pur essendo colpevole è e resta un uomo. Grazie alle parole sublimi e semplici di Shakespeare, sono tornati per alcuni giorni alla vita». Nanni Moretti, che lo distribuirà dal 2 marzo (all’estero è stato comprato in 15 paesi, Gran Bretagna e Brasile, Colombia e Scandinavia, Australia e Polonia, Iran e Israele) resta silente per non togliere spazio ai Taviani. Per la terza volta alla Berlinale, prima volta in gara, mentre a Cannes vinsero con Padre padrone e La notte di San Lorenzo. «Avevamo deciso di non andare più ai concorsi, ma questo progetto va al di fuori del mercato normale». Andrà in paesi in cui il cinema italiano non arriva da anni: «Vuol dire che la vita è sempre piena di sorprese. Quando si fa un film si diventa amici, noi a volte ci dimenticavamo... in una scena dissi che dovevano trovare la forza omicida, ci saremmo tagliati la lingua. Uno di loro ci ha confidato: quando recito mi sembra di potermi perdonare. Le guardie ci dicevano di provare pietà, ma deve andare soprattutto alle vittime. I loro sguardi, le movenze, i silenzi testimoniavano il loro passato, il cammino all’inferno, e ha fatto sì che la loro recitazione fosse molto valida. Che Nanni Moretti abbia preso il film è una cosa tenera e emozionante, ci portava in vespa a vedere i suoi primi filmini in strane moviole». Aspetterete altri cinque anni per fare un film? «Davanti non abbiamo molti anni, dovremo stringere i tempi». Altri riconoscimenti sono andati nei 62 anni del festival, a De Sica, Pasolini, Antonioni, Bellocchio, allo stesso Moretti. E alla prima edizione vinse Il cammino della speranza di Pietro Germi. Gli altri riconoscimenti: Gran premio della giuria all’ungherese Just the wind di Bence Fliegauf; miglior regista il tedesco Christian Petzold che era dato per favorito (Barbara), migliore attore Mikkel Boe Folsgaard (A Royal Affair), migliore attrice Rachel Mwanza che in War Witch interpreta l’adolescente rapita in Congo e trasformata in soldatessa spietata. Rachel ha una storia parallela alle spalle: abbandonata dai genitori, con i soldi del film ha imparato a leggere.
Alla Berlinale c’era un festival sulla bocca di tutti: quello di Roma. Che ha brillato per la sua assenza. Per la prima volta, al mercato tedesco in cui si decidono dove destinare i film in postproduzione, Roma a causa della crisi politica sul nuovo direttore (Marco Müller lo vuole il centrodestra ma non basta) non ha mandato nessuno, tranne due membri della sezione per ragazzi giunti a loro spese. Tutto bloccato. A spartirsi la torta ci sono invece delegazioni da tutti gli altri festival, da Abu Dhabi a Hong Kong, passando per la Croazia e la Corea del Sud, Istanbul e New York, Venezia e Torino. La Berlinale in 62 anni ha cambiato quattro direttori, Roma nominerà il terzo in sette anni. Ma il Consiglio di amministrazione non sa nemmeno quando si riunirà.
Valerio Cappelli