Guido Olimpio, Corriere della Sera 19/02/2012, 19 febbraio 2012
NAVI IRANIANE NEL MEDITERRANEO. GLI AYATOLLAH MOSTRANO I MUSCOLI —
Gli americani mandano la loro flotta attraverso Hormuz e gli iraniani rispondono mostrando bandiera — e muscoli — inviando due navi nel Mediterraneo. La fregata «Shaid Qandi» e l’unità d’appoggio «Kharg», dopo aver attraversato Suez, sarebbero giunte nel porto siriano di Tartus per esercitazioni con la locale Marina. Movimenti monitorati dagli israeliani e dagli americani che, nonostante la superiorità dei loro mezzi, non si fidano troppo delle mosse dei mullah.
L’ingresso delle navi è stato annunciato dal comandante in capo della Marina, ammiraglio Habibollah Sayyari, e «benedetto» dalla guida Alì Khamenei. Un modo per sottolineare la compattezza in questo momento difficile e rimarcare — come ha detto lo stesso ufficiale — «la potenza della Repubblica islamica». La missione ripete nella sostanza quella di un anno fa, quando, sempre la «Kharg» e un’altra fregata, si fecero vedere in Mediterraneo. Teheran, che dispone di un naviglio ridotto per questo tipo di missioni (poche fregate e alcuni sottomarini russi), è intenzionata ad allargare il proprio orizzonte operativo. Non solo in difesa delle proprie acque ma anche in regioni più remote. Da due anni un paio di unità sono impegnate nell’attività anti-pirateria in Somalia e altre navi «strane» sono state segnalate sulle rotte Africa-Estremo Oriente. In particolare un cargo — armato e dotato di gru — sorpreso dagli indiani in movimenti poco chiari. Nei prossimi mesi, poi, la Marina ha annunciato di voler inviare una nave nell’Atlantico. Una presenza simbolica che racchiude un significato politico.
Fatte le debite proporzioni tra lo schieramento iraniano e quello dei potenziali avversari, è chiaro che in questa fase Teheran non vuole restare indietro. E mescolando annunci ad effetto — sul nucleare, sulle ritorsioni contro l’Europa, sul negoziato, in campo militare — cerca di riprendere l’iniziativa. Una risposta evidente alle minacce — quotidiane — di attacco.
La «crociera» in Mediterraneo, infatti, si accompagna alle manovre di sfida nei confronti dell’Us Navy nel Golfo Persico. Gli iraniani hanno spedito i loro battelli veloci ad inseguire il «Carrier Strike Group Nine», il gruppo d’attacco guidato dalla portaerei «Lincoln» che ha di recente varcato la porta di Hormuz. Come i lillipuziani con Gulliver, sciami di motoscafi veloci simulano incursioni e attacchi, tenendosi comunque a distanza di sicurezza. Il potere di fuoco americano è superiore ma come hanno ribadito in questi giorni fonti dell’Us Navy c’è il timore che — in caso di crisi — gli iraniani possano lanciare battelli guidati da kamikaze. E a Teheran i pasdaran, che seguono attentamente ciò che scrivono di loro, stanno al gioco. Forse si divertono anche. Il problema è non fare errori di valutazione. Senza cadere in mezzo a qualche incidente che può diventare qualcosa di più serio. Gli iraniani sono più furbi di Saddam, ma dovrebbero ricordarsi che sono sotto sorveglianza. E correre sul filo può diventare rischioso. Così inviando navi verso i porti siriani danno ragione alle denunce statunitensi sull’appoggio consistente garantito al regime di Bashar Assad. Un sostegno prima politico e poi militare.
L’aria che tira non è buona, anche se non dispera di far ripartire le trattative sul nucleare. Lo confermano i pareri raccolti dal quotidiano britannico Guardian nell’amministrazione Usa. A Washington ritengono che le sanzioni falliranno e che Israele potrebbe lanciare un’operazione militare tra settembre e ottobre. Una «sorpresa d’autunno» favorita dalla vigilia delle presidenziali americane. Il premier israeliano Netanyahu è convinto che Barack Obama potrebbe fare ben poco per frenarlo a meno di non voler alienarsi quell’elettorato che ritiene l’Iran una minaccia e Israele un alleato da proteggere sempre. Di questo e di altro parlerà a Gerusalemme in queste ore l’inviato speciale di Obama, Tom Dillon. A Washington sorvegliano i minareti di Teheran ma sono ben attentati a quello che fanno sotto la torre di David.
Guido Olimpio