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 2012  febbraio 19 Domenica calendario

3 articoli – LA FIDUCIA A BERTONE E LA PARTITA PER FERMARE I CORVI - Il Papa ha chiesto al cardinale Bertone di far cessare il gridio dei corvi vaticani che si era fatto assordante nelle ultime settimane e il cardinale si è impegnato a vincere l’impresa: egli è ben motivato soggettivamente nel condurre questa battaglia perché la continua fuga di testi riservati era diretta innanzitutto contro di lui e mirava anche a provocarne la sostituzione come primo collaboratore del Papa

3 articoli – LA FIDUCIA A BERTONE E LA PARTITA PER FERMARE I CORVI - Il Papa ha chiesto al cardinale Bertone di far cessare il gridio dei corvi vaticani che si era fatto assordante nelle ultime settimane e il cardinale si è impegnato a vincere l’impresa: egli è ben motivato soggettivamente nel condurre questa battaglia perché la continua fuga di testi riservati era diretta innanzitutto contro di lui e mirava anche a provocarne la sostituzione come primo collaboratore del Papa. Questo obiettivo non è stato raggiunto. Papa Benedetto deve al consiglio di Bertone alcune buone mosse del governo curiale e gli ha confermato la fiducia personale che è all’origine della nomina a segretario di Stato (2006) e risale agli anni della collaborazione nella Congregazione per la dottrina della fede. I «corvi» hanno perso la guerra ma hanno vinto una battaglia, essendo riusciti a dare rilievo pubblico a una delle debolezze di Bertone come «moderator Curiae» (arbitro della Curia): egli non viene dalla scuola diplomatica e ha minore pratica — rispetto ai predecessori — del governo degli uffici della segreteria di Stato. È da essi che sono fuggiti quasi tutti i testi riservati che sono arrivati ai media dal 25 gennaio all’altro ieri. Quei testi avevano principalmente un contenuto economico e finanziario: la riforma di questo settore delle attività vaticane, che mira a introdurre criteri di correttezza e trasparenza, ha molti nemici — legati per interesse materiale e di carriera ai vecchi metodi — ed è una delle imprese per le quali il Papa teologo confida di più nell’aiuto del segretario di Stato al quale l’ha pienamente delegata. Un’altra delega decisiva riguarda l’applicazione delle nuove norme sui «delitti» di pedofilia compiuti da esponenti del clero e da responsabili — anche laici — di attività ecclesiali. Tra le buone mosse del governo curiale di Bertone c’è la nomina nel 2009 di Ettore Gotti Tedeschi a presidente dell’Ior. Altri due laici di valore sono stati immessi nella macchina vaticana in questo quinquennio bertoniano: Antonio Paolucci che è direttore dei Musei dal 2007 e Gian Maria Vian che dallo stesso anno dirige l’Osservatore romano. Tra le chiamate in Curia di ecclesiastici dovute a Bertone la più significativa è quella del cardinale Gianfranco Ravasi che dal 2007 è presidente del consiglio per la Cultura. Luigi Accattoli GLIS FOGHI DEI PORPORATI DA VIENNA ALL’OPUS DEI STRAPPANO IL VELO DEL «SENATO» VATICANO — «Nel Collegio cardinalizio c’è stato un scambio franco, libero e bello» ha commentato ieri pomeriggio il neocardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze rispondendo a una domanda sui «veleni» che si sono addensati sul Vaticano nelle scorse settimane e mesi. Ecco, in quelle tre parole «franco, libero e bello» c’è un’autentica fotografia di quello che è successo nella riunione di due ore dei cardinali con il Papa. «Franco e cordiale», del resto, è la formula di rito, nel mondo della diplomazia quando durante gli incontri non ci si limita ai convenevoli, ma si squadernano a fondo i problemi e li si prende di petto, possibilmente per risolverli. Innanzitutto, un dato numerico. I cardinali giunti a Roma sono stati «solo» 133, comprese le 22 nuove «berrette», su 213 aventi diritto mentre all’ultimo Concistoro, quello del 2010, erano in 150. «Gli assenti (ben 80 «principi» della Chiesa, ndr) si sono scusati per motivo dell’età o della salute o di precedenti impegni inderogabili», recitava venerdì il comunicato della Sala stampa vaticana, ma c’è chi dice apertamente che diversi forfait sono da ricondurre a motivi più legati alle recenti controversie. Altri cardinali hanno lasciato Roma già ieri sera e non parteciperanno alla Messa con il Papa. Non sono pochi, infine, le porpore che in questi giorni hanno espresso «tristezza» (Antonio Maria Vegliò, presidente pontificio per i migranti), persino «disgusto» (Walter Kasper), per le polemiche in cui è stata trascinata la Santa Sede, per l’aria di scontro che soffia Oltretevere, e per quelle che possono essere le conseguenze per l’alto governo della Chiesa. Mentre forse sono state individuate le «talpe» che hanno fatto filtrare documenti riservati, almeno in parte transitati per gli uffici della Segreteria di Stato, (principale indiziata la «cordata» fedele al predecessore del cardinale Tarcisio Bertone, Angelo Sodano) e la «manina» che li ha recapitati ai giornali italiani. Ebbene, 27 porporati, cioè quasi un terzo dei cardinali presenti al Concistoro (se si escludono le nuove «berrette») hanno preso la parola per esprimere le loro preoccupazioni per una situazione che risulta in gran parte incomprensibile ai non italiani e che sembra aver fatto ritornare indietro gli orologi del tempo della Curia romana. In particolare i cardinali Julian Herranz Casado, membro numerario dell’Opus Dei, che per oltre trent’anni ha vissuto al fianco di san Josémaria Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus, creato cardinale nell’ottobre 2003 da Giovanni Paolo II e king maker dell’elezione di Ratzinger. «Non reggiamo più alle critiche», avrebbe detto nella sostanza. Altre preoccupazioni sono state espresse dal Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, Antonio Canizares Llovera (ratzingeriano di ferro), che nel Concistoro «pubblico», venerdì ha svolto una relazione invitando la Chiesa a purificarsi e a fare penitenza. Infine, è intervenuto l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schonborn, uno dei RatzingerSchuler, degli allievi di Ratzinger, che è stato in passato un accusatore pubblico del cardinale Sodano tanto veemente da dovere poi, anche questa volta pubblicamente, chiedergli scusa, e che quindi non può certamente essere «accusato» di far parte della «sua» cordata. Tutti e tre questi influenti cardinali hanno detto a Benedetto XVI che lo stile di governo centrale della Curia romana ormai rischia di travolgere la vita della Chiesa nel mondo. Herranz in particolare ha lamentato il fatto che mentre sono stati «promossi» cardinali vescovi italiani ritenuti vicini al segretario di Stato (come ad esempio Giuseppe Versaldi, nominato a settembre prefetto degli Affari Economici della Santa Sede) sono stati tenuti fuori dal Concistoro esponenti di primo piano della Chiesa nel mondo ed in Europa. Dall’arcivescovo di Bruxelles, André Léonard, (una diocesi che si sta riprendendo dalle ferite dello scandalo della pedofilia) all’arcivescovo cattolico di Londra Vincent Nichols (dove la Chiesa sembra vivere una nuova giovinezza). Il caso più clamoroso di mancata elevazione alla dignità cardinalizia — per cui sono state espresse riserve al Papa — riguardano però l’arcivescovo di Manila, Luis Antonio Tagle a capo della Chiesa filippina, la più numerosa e fervente dell’Asia, un continente in cui vivono ormai oltre cento milioni di cattolici. Il caso Versaldi è stato un po’ la cartina al tornasole del disagio, perché riunisce in sé un altro aspetto del problema di governance denunciato da alcuni cardinali: quello che riguarda le finanze del Vaticano. L’amoveatur dal vertice del Governatorato e il promoveatur come nunzio a Washington di monsignor Carlo Maria Viganò pesa ancora come un macigno, nonostante il «compromesso» raggiunto sulla legge di trasparenza finanziaria e il nuovo assetto nel sistema internazionale, dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior). M.Antonietta Calabrò E IL PONTEFICE ASCOLTA LE VOCI DEL MALESSERE - Fresco come una rosa, dopo secoli, il Concistoro ha dato ancora una volta prova della sua efficacia. Ereditato dall’Impero romano, il Concistoro aduna attorno al vescovo di Roma non un organo collegiale, ma il «senato del Papa» composto da chierici così importanti da meritare il rango di «cardinali», o scelti nell’Urbe o incorporati con la berretta alla Chiesa di Roma. Dal 1049 spetta a questi cardinali «di Santa Romana Chiesa» il compito di eleggere il successore di Pietro e Paolo, quando la cattedra si renda vacante per la morte, le dimissioni o la deposizione del Papa. A loro tocca altresì il compito di assistere col consiglio il pontefice, da soli e, appunto, nel Concistoro. Una riunione che fra XVI e XIX secolo s’è progressivamente assottigliata, fino a diventare un nudo rito: ma che in molte circostanze è anche l’occasione per uno scambio di idee a tutto campo. Accedere ed essere ascoltati, dal Papa e dagli altri, è infatti la prerogativa dei cardinali. E in ventisette su 125 (come un dibattito parlamentare con cento interventi) si sono fatti ascoltare in questo vivace Concistoro del 2012, che ha «funzionato» alla perfezione. Le vaghezze sentimentali, gli spiritualismi autoassolutori, l’arroganza tipica delle istituzioni declinanti non sono stati il linguaggio o perlomeno il linguaggio prevalente della riunione del Sacro Collegio con Benedetto XVI. Non ci sono «verbali» (anche se bisognerebbe ricordarsi che la trasparenza è la chemio dell’indiscrezione). Eppure, da quel che si sa, molti porporati hanno preso di petto le meschinità che da molti mesi filtrano dai delusi e dagli ambiziosi. Hanno detto alla presenza del Papa — che le ha ascoltate dal vivo e non attraverso sintesi o rassegne — parole di sincero sgomento e di motivata preoccupazione. In Italia, infatti, si può anche sottovalutare l’effetto del clima che si è creato dentro la cattolicità. Ma chi guarda le cose dall’America centrale, dal Nord Europa, o dall’Africa vede un disastro incomprensibile. Gli ultraconservatori e gli anticonciliari ne ricavano l’impressione che nemmeno il Papa che ritenevano più favorevole alla tanto attesa restaurazione riesca a metter ordine in questo guazzabuglio; per quelli meno conservatori e per gli anziani cardinali conciliari la dimostrazione che la tiepidezza in cui è stato fatto bollire il Vaticano II ne ha depotenziato la spinta riformatrice. In molti degli uni e degli altri, però, non può che confermarsi l’idea che la scelta del Papa «straniero» — fatta nel Conclave inatteso del 1978 e ribadita in quello ventoso del 2005 — è stata pura provvidenza, che ha sfilato dalle mani degli italiani cose che loro sanno solo rovinare. E perfino i non pochi cardinali italiani per bene non possono non porsi il problema. Si potrebbe spiegare che questo giudizio grossolano, che fa piovere discredito sui giusti e sugli ingiusti, è figlio di una semplificazione che personalizza i problemi anziché ricondurli al loro cuore istituzionale. Ma tant’è: e dunque oggi incombe un nuovo compito sia su quei cardinali italiani il cui nome popola il «chiacchiericcio» (il cardinal Sodano lo chiamerebbe giustamente così) sulla Chiesa post-ratzingeriana, sia su quei porporati che con loro compongono oggi circa metà del Sacro Collegio. Cioè restituire autorevolezza spirituale alla Chiesa italiana, al suo episcopato, ai suoi porporati. O l’Italia esce dalla «libido denigrandi» dei tanti siti valorizzati come fossero succursali del magistero, o torna ad avere figure grandi come quelle che ne hanno segnato la storia ecclesiastica — da Borromeo a Lambertini, da Ferrari a Lercaro, da Dalla Costa a Pellegrino, per tacer dei vivi e dei papi — o è condannata a una marginalità che non può che diventare fragilità della Chiesa universale. Non si può pensare di fare la festa mondiale della famiglia, l’anno della fede, la giornate della gioventù e accontentarsi di una Chiesa di separati in casa, aggrappati al potere, incuranti della rugosità della Sposa resa bella dallo sguardo dello Sposo. Chiudendo la discussione fra i cardinali il Papa ha detto che il motto dell’anno della fede può essere quello di «vivere la verità nella carità»: una inversione clamorosa rispetto al titolo di una sua enciclica e un ritorno al dettato semplice del Nuovo Testamento. Più che uno slogan, è una rotta. Alberto Melloni