Emanuele Buzzi, Corriere della Sera 18/02/2012, 18 febbraio 2012
MR TWITTER
«Sono sempre stato interessato a come taxi, ambulanze e auto della polizia comunicano tra loro. Alla fine ho pensato di sviluppare un progetto per quelle persone che condividono brevi messaggi di testo, in modo semplice, su telefoni cellulari». Era l’alba del microblogging, la sua creatura, e quel ragazzo, affascinato dai messaggi in codice fra taxi o ambulanze, ora è il padre di Twitter, Jack Dorsey.
«Oggi nel mondo oltre 100 milioni di persone usano Twitter per stare in contatto con quello che è più importante per loro — spiega, nella sua prima intervista a un giornale italiano —. Può essere una persona, un’organizzazione, un governo, una piccola impresa o una celebrità. La gente lo usa per seguire le news o il panettiere sotto casa. Il risultato è che sta cambiando il modo in cui le persone comunicano. Le barriere artificiali, i luoghi, gli status e la cultura non ci separano più: sono come i muri di una città che crollano in modo che tu possa finalmente vedere tutti quanti».
Una rivoluzione che nasce dalle passioni, dai sogni di un ragazzo innamorato delle metropoli, delle mappe e delle vetture che ingorgano e fanno pulsare di vita le strade.
Era il 2006. Pochi anni prima, Dorsey aveva lasciato il mondo del software dopo essere stato liquidato dalla sua prima società. Aveva ripreso a studiare: botanica e arte del massaggio. Non aveva ancora trent’anni e forse era indeciso se nella vita avrebbe coltivato orchidee o la passione per la moda. Invece ha cambiato il mondo della comunicazione e oggi, a 35 anni, figura tra i cento pensatori più influenti al mondo secondo Foreign Policy, al diciassettesimo posto, alla pari con il suo «collega-rivale» Mark Zuckerberg, Mr. Facebook, e a un soffio da Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale. Poco più avanti c’è Bill Gates, al quale Zuckerberg è stato spesso accostato, mentre Dorsey (per i media americani e non) è il nuovo Steve Jobs. Ma lui rifiuta i paragoni. «Riceviamo moltissimi commenti su quello che stiamo facendo, perché Twitter è una parte importante della vita di così tante persone — replica —, ma cerchiamo di ignorarli e concentrarci per fare bene il nostro lavoro». Lui, come Jobs, era amministratore delegato della sua società, poi è stato costretto a lasciare l’incarico (oggi è presidente esecutivo). La reazione? Fondare un’altra azienda che si appresta a rivoluzionare — a detta del New York Times — il mondo dei contanti e, forse, delle banche. Si chiama Square, è un servizio che permette di trasformare il cellulare in una sorta di terminale per carte di credito. Il lettore costa 10 dollari (che vengono restituiti al momento della registrazione al sito) e Square si prende una commissione del 2,75% sulle transazioni. L’ufficio elettorale di Barack Obama ha appena comprato e inviato migliaia di dispositivi Square in tutti gli Stati Uniti per raccogliere fondi in vista delle elezioni presidenziali.
Dopo il successo in America, ora Square punta all’Europa. Intanto, Twitter, in sei anni di vita, è diventata una società che vale 10 miliardi di dollari, con 140 milioni di dollari di ricavi nel 2011 e che mira a sfondare il muro dei 500 milioni di utenti entro fine mese. E ha appena portato a termine l’acquisizione di Summify, un’applicazione che produce un sommario degli argomenti più twittati dai nostri contatti. L’obiettivo all’orizzonte è lo sbarco a Pechino: «Per ora in Cina siamo bloccati — spiega Dorsey —. Ci sono persone in quel Paese che hanno trovato un modo per utilizzare Twitter, e molti utenti di lingua cinese in tutto il mondo lo fanno, ma purtroppo al momento ci è vietato competere sul mercato».
Allora quale sarà il futuro di Twitter?
«La nostra prossima sfida è valorizzare le informazioni più rilevanti per i nostri utenti, in modo che possano istantaneamente scoprire cosa sta accadendo nel loro mondo».
Che cosa pensa del copyright nell’era digitale? È sorpassato? Come proteggere il talento allora?
«È importante trovare un equilibrio tra la tutela della proprietà intellettuale dei proprietari dei media e del loro contenuto e la libertà di parola e la capacità di ogni persona di condividere facilmente informazioni online. Non credo che l’equilibrio sia stato raggiunto, ma stiamo lavorando con tutte le parti interessate per trovare una soluzione».
Twitter si sta aprendo alla pubblicità (a fine marzo dovrebbe partire un servizio di annunci self-service, ndr). Qual è l’equilibrio tra bisogni del mercato e desideri degli utenti?
«Le aziende sono state una parte organica della piattaforma sin dal primo giorno. Sanno come funziona Twitter e il valore degli utenti che le seguono. Noi non vediamo i prodotti che promuoviamo come pubblicità, ma come un modo per le persone di venire a contatto con contenuti di qualità che altrimenti non avrebbero visto. Se facciamo bene il nostro lavoro, la gente troverà annunci di valore e questo vuol dire migliorare la loro esperienza complessiva su Twitter, non sminuirla».
Twitter ha reso più veloce comunicare. Ora però è anche più difficile verificare una notizia. Non è un limite?
«Twitter come piattaforma si sta sviluppando in un modo non dissimile da internet nel suo complesso — c’è un afflusso iniziale di informazioni che non potranno che aumentare — ma la gente impara a identificare le fonti affidabili e la comunità più grande può distinguere abbastanza in fretta ciò che è vero e ciò che non lo è».
La primavera araba, i casi di Daniel Morales (un senzatetto che ha ritrovato la figlia grazie a un tweet) o di Rose Metcalf (salvata dal naufragio della Costa Concordia dopo un tweet). Twitter ha anche un ruolo sociale?
«Siamo costantemente stupiti da come gente di tutto il mondo usi Twitter per condividere informazioni importanti che sono causa di cambiamenti reali. Abbiamo capito presto che questo effetto era più grande di noi e continua a esserlo».
Twitter può essere utilizzato per vari scopi. È giusta una censura?
«Uno dei valori più importanti di Twitter è tutelare i diritti dei nostri utenti, il che include il loro diritto a esprimersi liberamente. Dando voce a ogni persona nel mondo siamo convinti di avere un impatto positivo sulla società».
In Italia ci sono 2,4 milioni di account (stimati), ma il nostro impatto su Twitter è ancora limitato...
«Non ricerchiamo e indichiamo il nostro numero di utenti per Paese, ma l’Italia è un mercato in rapida crescita per noi. Twitter è decollato in aree geografiche diverse in tempi diversi, e coincide spesso con grandi eventi come elezioni o campionati sportivi. È anche nostra responsabilità spiegare meglio ciò che le persone possono ottenere da Twitter: non c’è bisogno di twittare per trovare la piattaforma utile. Il 40% dei nostri utenti attivi non twitta ma usa Twitter per scoprire cosa sta succedendo nel loro mondo in un dato momento nel tempo, quasi come se controllassero il loro orologio».
Emanuele Buzzi