Sergio Rizzo, Corriere della Sera 18/02/2012, 18 febbraio 2012
COMMI E RITOCCHI, COME FAR SALTARE I TAGLI —
Diceva Giovanni Giolitti che per gli amici le leggi si interpretano, per i nemici si applicano. Un secolo dopo è ancora più vero. Quando poi le leggi non riguardano soltanto gli amici, ma gli stessi che le hanno scritte, allora le interpretazioni diventano sopraffine.
Facciamo il caso del tetto alle retribuzioni degli alti dirigenti pubblici. Una minaccia serissima, per chi guadagna 600 se non 700 mila euro al mese o forse più e si potrebbe trovare da un giorno all’altro nelle condizioni di dover rinunciare a metà busta paga. Come se 311 mila euro l’anno, questo è il limite che ha fissato il governo di Mario Monti, fossero una miseria. E il sacrificio del cumulo, dove lo mettiamo? Oggi un magistrato amministrativo, un giudice della Corte dei conti o un avvocato dello Stato che abbia un incarico di governo prende lo stipendio relativo al nuovo ruolo, ma può conservare anche lo stipendio di provenienza. Fa un solo lavoro ma intasca due stipendi. Mica da ridere. Da domani, invece, non potrà cumulare alla retribuzione ordinaria più del 25%. Idem per chi fa, per esempio, il professore fuori ruolo della Scuola superiore dell’Economia e delle Finanze. Come il capo di gabinetto del ministero dell’Economia, Vincenzo Fortunato, o il direttore generale della Consob, nonché contemporaneamente commissario dell’authority antiscioperi, Gaetano Caputi.
Ecco dunque scattate le contromisure, sotto forma della classica «interpretazione»: il tetto avrà valore a partire dai futuri incarichi. Applicarlo ora sarebbe un vulnus per i contratti in essere. Già, i famosi diritti acquisiti... Anche se ci si potrebbe domandare come mai questi vengono rivendicati per gli stipendi degli alti burocrati e non per milioni di pensionati.
Ma tant’è. La notizia sarebbe se questa volta la legge non venisse aggirata, com’è invece già accaduto in analoga occasione. Il tetto agli stipendi pubblici era stato già introdotto con l’ultima finanziaria del governo di Romano Prodi. Era legge, scritta e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. Soltanto che per attuarla serviva un regolamento. E quando finalmente il governo di Silvio Berlusconi (ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta), si è deciso a scriverlo, ne è venuta fuori una cosa comica. Perché era scritto in modo tale che nessun alto burocrate ci ha rimesso un centesimo. D’altra parte chi erano gli autori del regolamento? Gli stessi che avrebbero dovuto subire il taglio. Così per far rispettare una legge che già c’era si è dovuta fare un’altra legge.
I regolamenti e i decreti attuativi, ecco il primo sistema per aggirare le norme. Si prende un provvedimento, già sapendo che non si potrà tradurre in pratica? Basta rimandare la sua applicazione a un decreto che poi non si farà nei tempi stabiliti: e i legulei che abbondano nei gabinetti ministeriali ci spiegheranno che «il termine fissato non è perentorio, ma ordinatorio». Oppure si scriverà con una forma che automaticamente disinnescherà l’articolo di legge dal quale è previsto.
Aspettiamo di vedere, per esempio, come sarà formulata la disposizione che dovrà attuare l’abolizione delle giunte provinciali, prevista come principio generale dal decreto «salva Italia». Il movimento lobbistico che già si è scatenato non promette nulla di buono.
Altro metodo per rendere inefficace una legge è metterci dentro una pillola avvelenata. Quello dell’articolo uno della prima manovra 2011 di Giulio Tremonti, che fissa il criterio della media europea alla quale si devono adeguare le retribuzioni dei parlamentari, è un caso di scuola. La «retribuzione», avevamo capito tutti. Così almeno ci avevano fatto capire. Invece nella legge c’è scritto «il costo»: non è una differenza da poco. Inevitabilmente sono stati tirati fuori del cassetto studi già pronti per dimostrare che il costo medio di un parlamentare italiano è perfino inferiore a quello dei suoi colleghi europei. Qualcuno può forse contestare la fonte di quelle argomentazioni, cioè la stessa Camera dei deputati? Che ci provi… E la retribuzione reale, quella netta, non è stata nemmeno sfiorata. Non basta. Per fare ancora più confusione, si è deciso che la media europea dovrà essere applicata a tutti gli alti burocrati. Per la Commissione guidata dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini, incaricata di fare una ricognizione continentale, è un lavoro immane. Talvolta addirittura impossibile, visto che certe figure della nostra amministrazione non hanno corrispondenza negli altri Stati europei. Intanto il tempo passa, e ogni giorno è un giorno guadagnato.
E se non c’è la pillola avvelenata, c’è una condizione che può garantire la salvezza. Quante volte ci hanno venduto l’abolizione degli enti inutili? In un impeto iconoclasta, il governo di Silvio Berlusconi stabilì con legge di passare per le armi per legge tutti gli enti con meno di 50 dipendenti. Tranne però quelli che entro un certo termine avessero provveduto a una qualche riforma: alla scadenza prevista si erano tutti autoriformati. Mentre qualche altro già dato per defunto è stato riesumato. Eliminato dalla manovra Tremonti, l’Istituto per il commercio estero è stato riportato in vita da Mario Monti soltanto pochi mesi dopo la sua discesa agli Inferi. Sotto forma di Agenzia: meglio che niente.
Il massimo, però, lo hanno fatto i nostri rappresentanti annullando, senza modificare la legge, l’incompatibilità, prevista per legge, fra l’incarico di parlamentare e quello di sindaco di città con oltre 20 mila abitanti o presidente di giunta provinciale. Una pagina semplicemente meravigliosa di creatività interpretativa, scritta nel 2001, all’epoca dell’elezione dell’onorevole Diego Cammarata al posto di primo cittadino di Palermo. Ecco la sublime interpretazione della legge, accettata dalla giunta per le elezioni: il testo unico degli enti locali del 2000 dice che chi è sindaco o presidente di Provincia non può candidarsi al parlamento, ma non dice il contrario. Ecco quindi che se un sindaco non può entrare in Parlamento, un parlamentare può al contrario entrare in Comune. C’è voluta, dieci anni dopo, una decisione della Corte costituzionale per far cessare un chiaro e incredibile abuso. E non è stato sufficiente. Siccome la decisione della Consulta riguarda i sindaci, i presidenti di Provincia ritengono infatti di poter conservare tranquillamente il doppio incarico. Alla Camera sono in otto: dalla A di Maria Teresa Armosino (Pdl), presidente della Provincia di Asti, alla Z di Domenico Zinzi (Udc), presidente della Provincia di Caserta. «Uno scandalo», lo considera Pino Pisicchio, autore già quasi quattro anni fa di una proposta per attribuire a un organismo terzo come la Corte costituzionale il potere di decidere sui casi di incompatibilità e sulle autorizzazioni a procedere. Evitando così che deputati e senatori possano continuare a decidere indisturbati sul proprio destino, in pieno conflitto d’interessi.
Per evitare di attuare una legge, infine, c’è il modo più facile di tutti: ignorarla. Qualcuno forse ricorda quella voluta l’ex ministro della Semplificazione Roberto Calderoli nel 2009, che stabilisce come le leggi debbano essere scritte in modo chiaro e comprensibile a tutti, soprattutto senza astrusi rimandi a norme ripetutamente modificate nel tempo? No? Sarà perché non è stata mai applicata. Toglietevi lo sfizio: aprite la Gazzetta ufficiale. Una pagina a caso...
Sergio Rizzo