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 2012  febbraio 17 Venerdì calendario

Perché contro l’ architetto legato alla «cricca» Angelo Zampolini, già condannato, non risultano sanzioni? Spiacenti, «c’ è la privacy», ha risposto l’ Ordine

Perché contro l’ architetto legato alla «cricca» Angelo Zampolini, già condannato, non risultano sanzioni? Spiacenti, «c’ è la privacy», ha risposto l’ Ordine. Una replica contestata, tra gli altri, da Pietro Grasso, il procuratore nazionale antimafia che da anni si batte per cambiare gli Ordini professionali: «Così come sono, troppo spesso appaiono una mafietta». Un passo indietro. Angelo Zampolini, architetto di fiducia del costruttore Diego Anemone, uno dei protagonisti della «cricca», è l’ uomo che, per sua stessa ammissione, portò gli 80 assegni per 900 mila euro serviti a comprare («a sua insaputa») la casa al Colosseo di Claudio Scajola. Citato in 153 dispacci Ansa sull’ inchiesta G8 e dintorni, si sfila dal processo un anno fa patteggiando una condanna a 11 mesi di carcere, pena sospesa, per favoreggiamento. Nella sentenza è scritto che aiutava Anemone «ad assicurare il prezzo del reato di corruzione, rendendosi disponibile ad effettuare cambio di contanti con assegni circolari». Passano i mesi e i giornali, dal Fatto al Corriere , lanciano la domanda: come mai l’ Ordine degli architetti di Roma ha sanzionato con velocità supersonica (pochi giorni) la collega Daniela Fastoso, rea in questi tempi di crisi di avere offerto sul web consulenze a tariffe «troppo basse» e non l’ architetto di Anemone, tecnicamente un pregiudicato? Amedeo Schiattarella, il presidente dell’Ordine tirato in ballo, scrive al Corriere: già da un anno è stato avviato «un accertamento di natura disciplinare» che «sta regolarmente procedendo con le audizioni di rito ed il completamento degli atti processuali». Due giorni dopo, scandalizzati per la disparità tra la censura-sprint alla collega «troppo economica» e la cauta lentezza contro Zampolini, gli iscritti all’ Associazione Professionisti Liberi, nata a Palermo ma diffusa in tutta Italia, scrivono a Schiattarella chiedendo perché non risultino provvedimenti. E gli ricordano due cose. 1) La Cassazione, a Sezioni unite, «ha statuito che le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato nei giudizi disciplinari», cioè valgono quanto una condanna definitiva. 2) La legge del 1938 che ancora disciplina la professione di architetto recita: «Coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica non possono essere iscritti negli Albi professionali e, se iscritti, debbono essere cancellati». Il presidente risponde piccato che l’ Ordine romano ha fatto sempre quanto dovuto, «senza cedere a processi mediatici o approcci manichei» (sic) e che di più non può aggiungere perché «tutte le attività di deontologia sono tutelate dalla legge sulla privacy» e che semmai si «duole» di come i colleghi non comprendano che «quanto sta accadendo in questi ultimi tempi» (cioè la minacciata riforma degli Ordini da parte di Monti) è «molto più grave di altri fatti». Come quello, sottinteso, delle sanzioni a colleghi condannati in via definitiva. Ma è così? Per niente, rispondono all’autorità garante per la Privacy. E citano ad esempio un verdetto, contenuto anche nel libro di Mauro Paissan «Privacy e giornalismo», del lontano 29 marzo 2001. Un avvocato milanese, sospeso per sei mesi dall’ Ordine, si lagnava invocando il diritto alla riservatezza contro la pubblicazione della sua sanzione sul bollettino interno. Scriveva l’ allora Garante Stefano Rodotà, respingendo la richiesta, che la legge sulla privacy, come già detto «in diverse occasioni su questioni analoghe», «non ha modificato la disciplina legislativa relativa al regime di pubblicità degli albi professionali e alla conoscibilità degli atti connessi, e che tali albi sono destinati per loro stessa natura e funzione ad un regime di piena pubblicità, anche in funzione della tutela dei diritti di coloro che a vario titolo hanno rapporti con gli iscritti agli albi». Più chiaro di così! Lo stesso Pietro Grasso, la cui cocciuta battaglia per la riforma degli Ordini fece nascere l’ Associazione Professionisti Liberi, concorda: «Per combattere mafia e malaffare tutte le istituzioni debbono collaborare. Al di là della giustizia penale. Una volta a Palermo me la presi con l’ Ordine degli ingegneri perché non procedeva contro Michele Aiello, il padrone della clinica villa Santa Teresa, e gli architetti di Torino eccepirono che loro potevano intervenire solo a conclusione del procedimento penale. Non sono d’ accordo. In America buttano fuori quelli che inquinano la professione al di là dei reati: ci sono comportamenti inaccettabili che vanno oltre i reati, i processi, le condanne. Invece da noi, diciamolo, nel silenzio del ministero della Giustizia, l’ Ordine è utilizzato troppo spesso a protezione non dei cittadini ma degli iscritti. Una sorta di mafietta...». «Purtroppo Grasso ha ragione», concorda Paolo Stefanelli, già presidente nazionale degli ingegneri. E chiede: «Quanti procedimenti sono a tutela non di un iscritto contro un altro iscritto ma a difesa dei cittadini? Certo, formalmente la legge dice che gli atti (solo gli atti!) di un procedimento sono riservati ma noi abbiamo fatto delle battaglie per la trasparenza. Come fa un Ordine a non esprimersi dopo un patteggiamento? Se vogliamo tutelare il nostro ruolo dobbiamo applicare la disciplina e tagliare i rami secchi». Lo disse già, tre anni fa, da presidente dell’ Ordine, proprio dopo le polemiche sulle «distrazioni» disciplinari sul caso di Michele Aiello, di Totò Cuffaro e tanti altri professionisti, come Alfonso Lo Zito, che ancora fa il medico nonostante la condanna definitiva per voto di scambio nel processo seguito all’ operazione antimafia «Fortezza»: «Abbiamo colpe gravissime per avere poco e male esercitato un potere che dichiara la morte professionale delle persone. Il legislatore contava su di noi e invece...». Insomma, sempre lì torniamo: a cosa serve un Ordine se non tiene ordine? La vicenda L’architetto e gli assegni La condanna per patteggiamento (pena sospesa) di Angelo Zampolini, l’ architetto di fiducia del costruttore Diego Anemone, nasce dall’ essere stato il tramite per la consegna di 80 assegni - per un totale di 900 mila euro - serviti a pagare una casa con vista sul Colosseo (sopra) all’allora ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola Le dimissioni del ministro Il ministro, che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda, dimostrando di aver pagato per l’ appartamento 600 mila euro e sostenendo che i 900 mila euro vennero versati da Anemone a sua insaputa, ha rassegnato le dimissioni il 4 maggio 2010 L’Ordine e le mancate sanzioni A dispetto della condanna, l’Ordine degli architetti di Roma non ha mai punito i comportamenti di Zampolini. Ma in pochi giorni ha sanzionato l’architetto Daniela Fastoso per le tariffe troppo basse