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 2012  febbraio 19 Domenica calendario

Chi ha coniato l’espressione «Belle Époque»? Potrebbe esserci qualche affinità tra quel periodo e gli anni che vanno dal 1989 al 2008, prima dello scoppio della crisi economica che ancora angustia buona parte del mondo occidentale? Davide Rocchi davide@neteservice

Chi ha coniato l’espressione «Belle Époque»? Potrebbe esserci qualche affinità tra quel periodo e gli anni che vanno dal 1989 al 2008, prima dello scoppio della crisi economica che ancora angustia buona parte del mondo occidentale? Davide Rocchi davide@neteservice.it Caro Rocchi, N on so se «Belle Époque» abbia un padre riconosciuto e accertato. Penso piuttosto che l’espressione abbia una matrice giornalistica e sia divenuta popolare soprattutto quando gli uomini e le donne del ventesimo secolo cominciarono e vedere quegli anni con gli occhi di chi aveva vissuto la Grande guerra, i rabbiosi nazionalismi degli anni successivi, le guerre civili e gli orrori del secondo conflitto mondiale. Fu quello il momento in cui il periodo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento sembrò un’età dell’oro, oggetto di nostalgie e di rimpianti. Per certi aspetti la nostalgia era giustificata. Dopo la grande crisi economica degli anni Settanta dell’Ottocento, l’economia dei maggiori Paesi occidentali aveva ricominciato a crescere. Negli Stati Uniti il boom delle ferrovie aveva creato un grande mercato nazionale e sollecitato la fantasia di imprenditori intelligenti e coraggiosi. In Europa, alcuni Paesi — l’Italia e la Russia in particolare — stavano divenendo, finalmente, potenze industriali. In Germania, dopo l’unificazione, il connubio tra la scienza e l’industria aveva regalato al mercato una straordinaria cascata di scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche. La filosofia dell’Occidente era il positivismo, vale a dire un pensiero ottimista che sembrava assicurare all’umanità una linea ininterrotta di continui progressi. I lavori di Louis Pasteur sulla vaccinazione, di Robert Koch sulla tubercolosi, di August von Wassermann sulla sifilide, di Sigmund Freud sulla psiche, insieme al grande impegnativo organizzativo e divulgativo di Paolo Mantegazza, avevano diffuso la convinzione che ogni male o disturbo potesse venire curato e guarito. Segnali altrettanto rassicuranti venivano nel frattempo dall’Aia dove nel 1899, grazie a una iniziativa dello zar di Russia, si tenne la prima conferenza internazionale della pace. A questo diffuso ottimismo il mondo delle arti, dell’architettura e delle arti applicate rispondeva con una straordinaria fioritura di iniziative. Molte città rinnovarono i loro quartieri centrali in uno stile architettonico eclettico ed esuberante che trasudava prosperità, orgoglio, fiducia nel futuro. Il migliore simbolo iconografico della belle époque è la Torre Eiffel, innalzata a Parigi in occasione della Esposizione Universale del 1889. Il romanzo che meglio esprime il suo senso dell’avventura e della scoperta è Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne. La nostalgia retrospettiva, dopo le guerre e le stragi del Novecento, ebbe l’effetto di oscurare e cancellare gli aspetti meno positivi di quegli anni. Abbiamo dimenticato che anche durante la Belle Époque vi furono massacri, anche se alla periferia dell’Europa, guerre e rivoluzioni, attentati terroristici, sanguinosi scontri sociali, piani industriali e strategici per il prossimo conflitto. È possibile che anche lei, caro Rocchi, veda il ventennio di cui parla nella sua lettera, con gli occhi di chi sta attraversando momenti particolarmente difficili. Può darsi che per alcune piazze finanziarie gli anni tra il 1989 e il 2008 siano stati effettivamente una belle époque. Non fu tali furono, tuttavia, per gli afghani, per le popolazioni del Caucaso e del Caspio, per quelle della ex Jugoslavia, per gli iracheni, per i nord-coreani, per i somali, i ruandesi, i congolesi, i liberiani e gli abitanti della Sierra Leone. Temo di averne dimenticati parecchi.