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 2012  febbraio 17 Venerdì calendario

AI CONFINI ESTREMI D’AMERICA DOVE L’ABORTO È UN CRIMINE

Quando cammina per le strade di Pocatello, Idaho, cittadina nella quale è nata e vive tuttora, Jennie Linn McCormack nasconde il viso dietro una sciarpa di lana. Ma non basta. Al supermercato la gente si ferma a guardarla, nei luoghi pubblici bisbigliano: “È lei!”. In chiesa, un luogo dove il perdono dovrebbe essere di casa, si sprecano i sermoni che la additano come peccatrice.
La notorietà Jennie non se l’è andata a cercare. Madre single di 33 anni, ha dedicato la sua vita ad allevare tre figli con il sussidio mensile di 250 dollari e qualche altro risparmio guadagnato lavorando part-time in una lavanderia. Poco più di un anno fa la sua vita è cambiata. Quando scoprì di essere incinta pensò subito all’aborto. Pocatello è una cittadina provinciale e molto conservatrice con 55 mila abitanti, una piccola università e numerose chiese. I cittadini sono in parte mormoni, in parte cristiani fondamentalisti, ma hanno una cosa in comune: sono tutti intransigenti antiabortisti.
“La mia vita è finita”, dice Jennie. “Me ne sto chiusa in casa tutto il tempo. Non ho amici. Non posso andare al lavoro. Non voglio nemmeno far uscire i mei figli. Tutto per la cattiveria della gente”. Quando rimase incinta Jennie era single, viveva in un minuscolo appartamento con tre figli e non aveva denaro. La scelta di interrompere la gravidanza le sembrò la sola possibile.
Per mancanza di mezzi e dal momento che il più vicino ospedale
nel quale praticare un aborto era a Salt Lake City, Jennie si sentì sollevata quando qualcuno le parlò della pillola Ru-486. Al momento la signora McCormack non può rilasciare dichiarazioni, ma quando è stata arrestata ha detto alla polizia di aver chiesto alla sorella, che vive in Mississipi, di comprare la pillola online e di averla presa il giorno in cui le fu recapitata per posta. I guai non tardarono ad arrivare. La Ru-486 viene impiegata nelle primissime settimane di gravidanza, ma Jennie non sapeva di essere alla ventunesima settimana. Le dimensioni del feto la sconvolsero. Presa dal panico mise il feto in una scatola di cartone e telefonò ad un’amica che chiamò immediatamente la polizia. Quel giorno iniziò un’odissea giudiziaria che potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema e rendere il nome McCormack famoso quanto quello di Jane Roe, legato alla sentenza con la quale, nel 1973, la Corte Suprema affermò il diritto delle donne ad abortire.
Secondo quella sentenza negli Stati Uniti l’aborto è legale fino alla 23esima settimana. Ma in Idaho esiste una legge, finora mai applicata, che vieta alle donne di abortire. E Jennie McCormack è stata arrestata e rinviata a giudizio proprio ai sensi di questa legge. L’estate scorsa la magistratura si pronunciò a favore dell’archiviazione per mancanza di prove. “Negli Stati Uniti l’arresto è possibile solo per il reo confesso o in presenza di prove schiaccianti”, dice Richard Hearn, avvocato di Jennie Mc-Cormack. “Nel caso di Jennie non c’era alcuna prova. L’autopsia non aveva rivelato la presenza di farmaci nel feto e a casa di Jennie non erano state rinvenute né la confezione né altre tracce della Ru-486”.
L’avvocato Hearn si è rivolto alla Corte Suprema per far dichiarare l’incostituzionalità della legge dell’Idaho. “Ho due obiettivi: – spiega l’avvocato – impedire che Jennie venga rinviata a giudizio e creare un precedente che consentirebbe a tutte le donne d’America di informarsi online sulle pillole abortive e di acquistarle. Sarebbe una rivoluzione”. Al momento il ricorso è all’esame della Corte d’Appello.
Sebbene il 35% delle donne americane abortiscano almeno una volta nella loro vita, nel 98% delle contee rurali non ci sono cliniche nelle quali abortire. Intanto Jennie McCormack deve affrontare un altro aspetto doloroso della faccenda: la riprovazione della comunità nella quale vive. Sulle prime i clienti della lavanderia dove lavora la ignoravano poi hanno comiciato a rifiutarsi di essere serviti da lei. “Quando la stampa di tutto il Paese ha cominciato ad occuparsi di me, l’ostilità della gente è diventata talmente esplicita che ho dovuto lasciare il lavoro”, dice Jennie. Adesso vive nel terrore di essere nuovamente arrestata. “Quando bussano alla porta tremo dalla paura. Sono stata sempre timida, ma ora sono diventata ansiosa. A volte penso che finirò per impazzire”.
© The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto