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 2012  febbraio 17 Venerdì calendario

Tigri e spiriti, il codice sulla pelle degli ultrà - Tatuaggi, cicatrici, pallottole e pallone. Gli undici ultras napole­t­ani arrestati dalla Digos per deva­stazioni e scontri di piazza aveva­no scelto come simbolo di affilia­zione ‘o munaciello , lo spirito di­s­pettoso che abiterebbe nelle vec­chie case del centro storico

Tigri e spiriti, il codice sulla pelle degli ultrà - Tatuaggi, cicatrici, pallottole e pallone. Gli undici ultras napole­t­ani arrestati dalla Digos per deva­stazioni e scontri di piazza aveva­no scelto come simbolo di affilia­zione ‘o munaciello , lo spirito di­s­pettoso che abiterebbe nelle vec­chie case del centro storico. E pro­prio come un fantasma appariva­no e sparivano all’improvviso, mordi e fuggi, black bloc all’om­bra del Vesuvio, per assaltare i blindati della polizia e supporter avversari. Organizzati e preparati dal ca­pobanda Francesco Fucci (vicino al clan Mazzarella) che a detta del­la Digos si occupava dell’«analisi delle partite allo scopo di verifica­re le possibilità di incrociare sul territorio formazioni di tifosi ver­so le quali ricorre forte ostilità», a studiare i «percorsi di viaggio», a valutare la «consistenza numeri­ca dei gruppi avversi », a pianifica­re le «modalità dell’attacco» e la preparazione «delle vie di fuga». Un colonnello mancato, con un gran gusto per lo spettacolo se al telefono intercettato spiegava ai suoi soldati: «A me piace l’esteti­ca... dovete venire tutti scuri, né magliette chiare, né magliette ros­se, né magliette verdi, né magliet­te rosa: niente! Perché se venite co­sì, vi faccio allontanare». Chi tradi­va il gruppo del «Bronx» era co­stretto a farsi cancellare il tatuag­gio p­erché indegno e a portare sul­la pelle la cicatrice della vergogna. Già, il tatuaggio. I vecchi mestie­ranti del crimine e del tifo organiz­zato sfoggiano con discrezione i «cinque punti della mala» nell’in­cavo tra il pollice e l’indice della mano che un tempo sparava. Ma un po’ tutte le gang della tifoseria partenopea e della camorra usa­no emblemi per riconoscersi: vol­ti coperti disegnati con le sciarpe, eppoi diavoli, catene, la corona della Rolex e, ancora, Santi, Cristi misericordiosi (il boss Campanel­la) e Madonne. Va tanto il revolver riprodotto all’altezza della cinto­la e tigri, tante tigri. Poi ci sono gli scorpioni identici a quelli impres­si su­i pani di cocaina dai narcotraf­ficanti del feroce clan Di Lauro, o meglio dal suo miglior commer­ciante di droga, Raffaele Amato, che riproduceva le chele dell’ani­male killer fin sulle targhe di auto e scooter del clan. I killer, e certi fan di Cavani, non disdegnano la croce stilizzata e nemmeno la ba­ra, come a dire «meglio morto che infame». E per esorcizzare la pau­ra? Un bel graffito nella schiena con un coltello piantato in mezzo o un foro di rivoltella all’altezza del cuore. Rivela a verbale il penti­to Maurizio Prestieri: «Il tifo orga­nizzato è sempre espressione del­la criminalità organizzata, e ciò è testimoniato dalla indicazione de­gli striscioni. Per fare un esempio, lo striscione Masseria Cardone è relativo al clan Licciardi, lo stri­scione Teste Matte è relativo a un clan dei Quartieri Spagnoli. Ricor­do che lo striscione Masseria Car­done venne imposto dai figli di Gennaro Licciardi (boss della ca­morra, ndr) e detto dato è confer­mato dal simbolo di questo grup­po, la testa di un cane, simbolo uguale a quello che hanno tatuato quasi tutti i giovani della Masseria Cardone». E se un altro collaboratore, Emi­liano Zapata Misso spiega com’è suddiviso lo stadio San Paolo a se­conda delle preferenze criminali («i gruppi di tifosi che siedono in curva A rispettano regole precise e sono l’espressione dei clan ca­morristici presenti in città») dalla carte dell’inchiesta esce anche la vecchia amicizia tra il fantasista Ezequiel Lavezzi (il calciatore con più tatuaggi del campionato) e il boss Antonio Lo Russo, fotografa­to a bordo campo durante una del­le partite sospette giocate dal Na­poli nel 2010. «L’ho conosciuto a Castelvolturno, presentandosi co­me esponente degli ultrà della cur­va B», ha raccontato il Pocho ai pm. «Questa persona in qualche occasione è anche venuta a casa mia insieme ad altri tifosi (...). Con Antonio era nata una certa confi­denza, veniva anche a casa. Poi non l’ho più visto, ho saputo che era latitante in quanto camorri­sta, ma non lo sapevo». Sempre a Lavezzi è indirettamente collega­ta la storia del tatuatore parteno­peo «Zendark», alias Gianluca Cimminiello, assassinato a Casa­vatore per aver pubblicato su in­ternet una foto in cui era col Po­cho con l’invito a tutti a farsi mar­chiare da specialisti, e non da ap­prendisti disegnatori, del tipo di quello che gli ha spedito un com­m­ando di scissionisti per farlo fuo­ri, e non riuscendoci ne ha manda­t­o un altro, ’ o cubano , che s’è acce­so un sigaro e sorridendo l’ha mandato all’altro mondo.