LUCIA ANNUNZIATA, La Stampa 17/2/2012, 17 febbraio 2012
VALZER DIPLOMATICI: NEMICI A BAGHDAD ALLEATI IN SIRIA
Se qualcuno ricorda ancora il conflitto iracheno che solo fino a ieri ci ha lacerato, non avrà sicuramente dimenticato il nome di Falluja, cittadina redolente di sangue e polvere, il posto dove come messaggio agli occidentali vennero squartate quattro guardie del corpo americane, il luogo di imboscate e rapimenti, in altre parole il cuore, insieme a Ramadi, del triangolo sunnita che dopo la caduta di Saddam Hussein è stato il centro della resistenza e del terrorismo antioccidentale, e che l’Occidente ha sprecato sangue e uomini per conquistare. Falluja e Ramadi in apparente sonno da qualche tempo, hanno ora rimesso in moto le proprie strutture militari e militanti, in uno sforzo diretto questa volta non contro gli Usa, ma a favore di quella stessa resistenza contro il regime di Assad in Siria per cui si stanno impegnando Europa, Usa e Onu. Il che fa di noi occidentali, oggi, gli alleati di fatto dei «terroristi» che combattevamo ieri. L’ennesimo paradosso, l’ennesimo scherzo della storia che continua a provare che i nostri interessi in Medioriente sono sempre più forti di ogni nostra convinzione politica, e che le fratture etniche e religiose sono per i mediorientali efficaci strumenti di potere prima ancora che di fede.
Non esattamente una posizione comoda in cui stare, all’inizio di un nuovo capitolo diplomatico. Dopo il veto di Russia e Cina alla risoluzione Onu che chiedeva le dimissioni di Assad, gli Stati Uniti si sono concentrati nel creare un nuovo gruppo, «Amici della Siria», che opera fuori dall’Onu e di cui fanno parte Usa, europei, e le nazioni arabe contrarie agli Assad. Il gruppo si riunirà a Tunisi il 24 prossimo, giovedì, e l’Italia vi farà la sua parte, presiedendo per altro il 20 la riunione euromediterranea.
La storia di Falluja – raccontata due giorni fa sulla prima pagina del «New York Times», con il contributo di quasi tutti i suoi corrispondenti dai Paesi dell’area - segnala l’avvio di uno sviluppo molto pericoloso. Come scrivono molti analisti americani in merito alla crescente mobilitazione in Iraq, Libano e Giordania, intorno alla opposizione anti-Assad: «E’ sempre più chiaro che la guerra siriana sta diventando un conflitto regionale». Le indicazioni sono tante le bombe di Aleppo e Damasco, un’ondata di violenza nel Nord del Libano direttamente legata alle tensioni in Siria, e, non ultimi, i recenti appelli fatti sia dai leader di al Qaeda che da quelli dei Fratelli Musulmani della Giordania, ai jihadisti di tutto il mondo perché si mobilitino a favore dei resistenti siriani. Gli analisti americani avvertono che questo è appena l’inizio: «Come l’Iraq e l’Afghanistan prima, la Siria è destinata a diventare il terreno di addestramento di una nuova era di conflitto internazionale».
Noi occidentali appoggiamo dunque ora una rivolta che consideriamo una lotta di liberazione popolare a un tiranno, e ci ritroviamo al fianco dei sunniti pro Saddam, dei Fratelli Musulmani nonché di Al Qaeda. Ma quello che sembra un paradosso è solo l’ultimo illogico giro di valzer di un logicissimo giro di alleanze storiche. Se si segue infatti il profilo delle identità religiose, l’attuale linea di opposizione alla famiglia Assad non è affatto una sorpresa. Anzi. Quando si dice che la Siria è il potenziale gorgo mediorientale, si intende indicare proprio il fatto che al suo interno si ritrovano quasi tutti i frammenti del più grande quadro regionale.
Basta seguire le linee di scorrimento dei rapporti fra sunniti e sciiti nella regione. Val la pena di iniziare ricordando la composizione della Siria: i musulmani sunniti sono il 74 per cento dei 22 milioni di cittadini, seguono gli alawiti con il 12 per cento, i cristiani con il 10 per cento e i drusi con il 3. Gli Assad sono alawiti, una minoranza religiosa considerate eretica dai sunniti, senza essere davvero parte degli sciiti dalla cui tradizione gli alawiti si sono separati molto tempo fa.
Considerati nei fatti una vera e propria setta segreta nella credenza popolare, gli alawiti hanno costruito intorno a questa loro diversità e minoranza la struttura del potere siriano dopo il golpe che nel 1970 portò al potere Assad padre, costituendo il nucleo di comando dell’esercito e dell’apparto di sicurezza. Bisogna dire che non tutti gli alawiti sono con Assad e non tutti sono parte dell’élite del Paese: ce ne sono molti nelle popolazioni più povere sulle montagne, e ce n’è un nutrito gruppo anche in Turchia.
Gli uomini che da mesi sfidano le armi di Damasco sono dunque sunniti, come i sostenitori del regime di Saddam Hussein, che noi abbiamo combattuto. E infatti nella Prima Guerra del Golfo la Siria faceva parte della coalizione contro Saddam, con cui era sempre stata in competizione. Ma contro la famiglia Assad si schierano oggi anche Fratelli Musulmani e qaedisti in odio alla identità secolare e anti-islam radicale che ha sempre identificato Damasco. Il massacro di circa 20 mila musulmani perpetrato ad Hama nel 1982 dall’esercito guidato dal fratello minore di Hafez al Assad non è stato mai dimenticato dalle organizzazioni radicali islamiche.
Le simpatie per l’opposizione siriana in Libano sono altrettanto chiare, ma nel Paese dei cedri spirano direttamente nelle stanze del premier. Un premier sunnita, come da tradizione.
La Siria è sempre intervenuta nel Paese costiero, direttamente o indirettamente – dopotutto, fino al 1926 il Libano è stato parte della Siria post ottomana. Nel 1976 Hafez al Assad intervenne nella guerra civile libanese a sostegno dei cristiani maroniti, poi fece del Libano la sua base nello scontro con Israele, appoggiando nel Sud del Libano la radicale Hezbollah.
Nel 2005 quando lasciò il Paese l’esercito siriano vi contava ancora 17 mila unità. Negli anni recenti l’influenza di Damasco ha protetto la componente sciita, che costituisce il 28 per cento della popolazione ed è al governo sotto la bandiera politica di Hezbollah. Nella continua frizione interna che continua a tenere sull’orlo della guerra civile il Libano, il Paese è tenuto insieme da un fragile accordo che, in nome delle varie componenti religiose, indica che il capo del Parlamento sia sempre uno sciita e il capo del governo sempre un sunnita (come il 28 per cento della popolazione - ma le statistiche ufficiali in Libano non sono sempre quelle giuste). Il Presidente è cristiano. Ma la Siria se ne è sempre abbastanza disinteressata di questi accordi: l’assassinio del premier libanese Hariri pochi anni fa è stato infatti attribuito a Damasco.
Non è dunque strano che la vicenda siriana abbia di nuovo diviso in due la lealtà libanese, facendo di nuovo salire la fibrillazione interna.
La linea dei nostri alleati contro Assad oggi è dunque abbastanza curiosa – i sunniti al governo in Libano e i reietti sunniti pro-Saddam in Iraq, più Al Qaeda e i Fratelli Musulmani. A tutti loro va aggiunto il potente fronte delle monarchie sunnite del Golfo, con a capo l’Arabia Saudita.
Fatte tutte le analisi sugli schieramenti locali, l’ampiezza e la singolarità di questa catena di solidarietà intorno all’opposizione in Siria si spiega con l’identità del grande avversario che si staglia sullo sfondo di questa partita, l’Iran. Il Paese degli Ayatollah è il vero alleato di Assad e il vero nemico da sconfiggere intaccando il potere di Damasco. Quell’Iran che è uscito, senza volerlo, vero vincitore dalla Seconda Guerra del Golfo, grazie alla caduta di Saddam, e che oggi può cavalcare molte delle rivolte arabe. Le stesse cui intendono rivolgersi anche Al Qaeda e Fratelli Musulmani, entrati per questo essi stessi in aperta competizione con la eccessiva influenza iraniana.
Dopo un lungo giro, cosi, l’Occidente torna po’ alle vecchie alleanze sunnite (perciò a lungo Saddam era stato nostro alleato contro l’Iran) ma acquisisce anche alleati molto difficili da gestire. Mentre la Russia e la Cina restano paradossalmente ferme alla loro posizione di sempre, accanto all’ex regime socialista siriano e al più potente Stato petrolifero dopo l’Arabia Saudita, l’Iran.
La strada verso una nuova deflagrazione regionale sembra segnata.