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 2012  febbraio 16 Giovedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA. LE INTESE TRA I PARTITI PER LE RIFORME ISTITUZIONALI


CORRIERE.IT
LORENZO FUCCARO
ROMA - C’è un’intesa sull’abc delle riforme costituzionali mentre del sistema di voto si parlerà in un secondo tempo quando l’iter legislativo avrà già prodotto, entro il 2012, l’approvazione di un ramo del Parlamento, presumibilmente del Senato presso il quale sono incardinati i progetti per modificare l’architettura istituzionale. A raggiungere questo primo significativo accordo sono Alfano (Pdl), Bersani (Pd) e Casini (Udc-Terzo polo). I tre leader dei partiti che sostengono il governo Monti si sono riuniti ieri mattina per suggellare politicamente quanto era stato fatto nelle settimane passate quando il Pdl e il Pd avevano consultato sull’agenda istituzionale (con iniziative autonome) le forze politiche, sia presenti nelle Camere sia non rappresentate in Parlamento. «Pensiamo davvero di potercela fare, stiamo ragionando sui temi istituzionali, non c’è nessuna maggioranza politica che lega noi e il Pd perché abbiamo ben poco in comune dal punto di vista del programma di governo per l’Italia», avverte Alfano, escludendo ogni possibile deriva da grande coalizione. Una cosa questa condivisa dal dirimpettaio Bersani che, a sua volta, chiarisce: «Non faremo mai un accordo con la destra perché al voto presenteremo un programma alternativo. Spero, però, di trovare un’intesa sul tema istituzionale ed elettorale».
Per il Pd la priorità è sostituire il Porcellum. Casini, a differenza di Alfano e Bersani, vorrebbe si aprisse una nuova stagione: «Con loro due siamo in sintonia per una riforma della politica. Passiamo dalle parole ai fatti». E aggiunge, prefigurando il «Partito della nazione», che nascerà a maggio raccogliendo tutti i moderati di centro: «Quando sento dire che Monti non deve presentarsi alle prossime politiche mi pare di sentire una follia. Spero si possa aggregare il massimo di persone ora esterne alla politica». Ma, dirà poi, «non intendo candidarlo nel 2013».
In ogni caso, dall’incontro a tre è scaturita l’idea di presentare un testo condiviso (ci lavoreranno gli sherpa Violante, Adornato, Quagliariello e Bocchino) prima della fine di marzo. I punti chiave si possono riassumere così: la Camera scenderebbe a circa 500 deputati dagli attuali 630 e il Senato a 250 da 315; verrebbe introdotta la sfiducia costruttiva (tale istituto consiste nell’impossibilità da parte del Parlamento di votare la sfiducia al governo in carica se, contestualmente, non concede la fiducia ad un nuovo esecutivo, un modo per garantire maggiore stabilità alle coalizioni); il premier avrebbe il potere di nominare e revocare i ministri e gli sarebbe anche consentito di chiedere (e ottenere) lo scioglimento delle Camere; verrebbe anche modificato l’articolo 117 della Costituzione, quello sulla potestà legislativa tra Stato e Regioni, per tentare di eliminare i conflitti di competenza tra Roma e la periferia cresciuti in maniera esponenziale dal 2001 e che hanno ingolfato la Consulta.
Sul possibile superamento del bicameralismo perfetto la discussione è ancora aperta e incrocia la riforma dei regolamenti parlamentari. A Palazzo Madama, per esempio, Quagliariello e Luigi Zanda (Pd) hanno già elaborato un testo che snellisce e semplifica le procedure ed è in attesa di essere esaminato. Al momento non si parla di Senato federale. L’ipotesi, ancora tutta da verificare, è che un paio di volte l’anno si riuniscano in una seduta congiunta le conferenze dei capigruppo di entrambe le Camere. In quella sede si deciderà quali progetti fare esaminare dall’una e quali dall’altra. Insomma, se Montecitorio vota una legge, il progetto si intende approvato in via definitiva, a meno che Palazzo Madama richieda espressamente di vagliarlo a sua volta. Questo escamotage avrebbe il pregio (così dice chi lo ha escogitato) di tagliare drasticamente i tempi di approvazione dei provvedimenti.

DALLA STAMPA DI STAMATTINA. UGO MAGRI
C’è l’accordo di massima dei maggiori partiti per importare da noi il modello tedesco. Non solo la legge elettorale (ne parleranno più avanti), ma pure i capisaldi costituzionali. Col risultato che le grandi coalizioni diventerebbero una costante da noi, come in Germania. Nello studio di Bersani alla Camera si sono accomodati su un divano, due poltrone e tre sedie il segretario Pdl Alfano, il leader Udc Casini, più gli «sherpa» che nelle scorse settimane hanno lavorato a una bozza ormai pronta, vale a dire Violante, Bocchino, Adornato e Quagliariello. Un’ora di conversazione molto serena, quindi la decisione di procedere in fretta. Entro la fine della prossima settimana sarà presentato il testo della riforma, sotto forma di emendamenti alle proposte già in esame al Senato (in modo da guadagnare tempo). Se tutto andrà liscio, le Camere potranno mettere il primo timbro tra giugno e luglio, entro fine anno quello definitivo.
La Terza Repubblica Avrà quasi 200 parlamentari in meno: 500 deputati anziché 630, e 250 senatori invece di 315. Ai nuovi padri costituenti non è ben chiara la futura distinzione di compiti tra i due rami del Parlamento. Per cui intanto la riforma cerca di evitare quantomeno le lungaggini. Ogni «tot» si riuniranno i capigruppo per decidere quali leggi assegnare alla Camera e quali al Senato. Una volta approvate da una parte, non ci sarà bisogno di discuterle nuovamente dall’altra, a meno che vengano espressamente richiamate nel termine di 20 giorni. Per dare la fiducia al governo, le due Camere si riuniranno in seduta comune. Ed è qui che il successore di Monti comincia a prendere le sembianze di un Cancelliere: secondo lo schema condiviso nel salotto di Bersani, avrà la chance di chiedere lo scioglimento delle Camere al Presidente della Repubblica (che comunque deciderà come crede), e potrà sbarazzarsi dei ministri indisciplinati. Ma soprattutto, dopo l’articolo 81 sul pareggio di bilancio, verrà adottata un secondo perno del sistema tedesco: la sfiducia costruttiva. In pratica, un governo può essere dimissionato solo a patto che venga indicata la maggioranza alternativa. Invece di puntare su patti elettorali che finiscono regolarmente nel cestino, a Berlino garantiscono la stabilità politica con questo semplice congegno.
L’incognita elettorale
E’ doppia e riguarda tanto la legge con cui votare, quanto le prossime amministrative. Nel vertice di ieri è stato deciso di approfondire la riforma del «Porcellum» dopo il test che in maggio porterà alle urne 10 milioni di italiani. Questo per non mettere troppo carne al fuoco, e poi perché il Pdl non ha ancora sposato un modello elettorale preciso: la probabile batosta delle amministrative contribuirà a chiarirgli le idee. Pare a questo proposito che, per mascherare la sconfitta inevitabile, Berlusconi punti a sciogliere il Pdl in tante alleanze civiche dai contorni indefiniti. A sciogliere l’Udc pensa pure Casini, ma con tutt’altre ambizioni. Il congresso straordinario di maggio, annuncia, servirà a creare un grande contenitore dei moderati, compresi quelli che in passato stravedevano per il Cavaliere.
Sarà la volta buona?
«Pensiamo davvero di potercela fare», annuncia fiducioso Alfano. «L’intesa c’è», conferma Bersani, sebbene al Pd la riforma elettorale (rinviata) stia più a cuore di quella costituzionale. La Finocchiaro continua a sospettare che, in fondo in fondo, il Pdl preferisca qualche mini-ritocco al Porcellum. «Un forte auspicio è d’obbligo», annota su Twitter Follini, «un po’ di scetticismo pure». Ma Violante, il quale di tutta la trattativa è il grande regista, spiega che stavolta si fa sul serio. Perché «altrimenti resterebbero sul campo soltanto l’antipolitica alla Grillo, e la competenza tecnica senza l’anima della politica».

DALLA STAMPA DI STAMATTINA CARLO BERTINI
Il succo del problema che assilla in queste ore i leader è tutto racchiuso in un celebre detto americano, «non si può pretendere che il tacchino si autoinviti al pranzo di Natale»; con la solita postilla tutta italiana, «senza mettere a rischio la tenuta del governo». Anche per questo dalle belle parole spese da dieci anni sul «dimezzamento dei parlamentari», si è passati in mezz’ora alla più realistica conclusione di tagliarne al massimo 200 su 945, poco più di uno su cinque. E poteva andare peggio, viste le ipotesi che giravano nei giorni scorsi di tagliare solo un centinaio di onorevoli per essere sicuri di poterlo fare. Un problema serio, tanto che il più politico tra i ministri, aveva anche suggerito agli esperti dei partiti di sciogliere il rompicapo con un taglio a rate, sulla falsariga di quello proposto negli Anni 80 dal democristiano Mario Usellini: se fosse passata la sua teoria di 50 parlamentari in meno ad ogni legislatura, è l’argomento usato nei suoi conversari, oggi avremmo 500 parlamentari invece di un migliaio. Ma alla fine è spuntata la mediazione: dai report dei presenti al sommo vertice di ieri sulle riforme, sembra acclarato che l’ordine di scuderia sia di togliersi il dente in un colpo solo, senza diluire la pratica in più legislature; e di far sopravvivere circa 500 deputati su 630 e 250 senatori su 315. Una prima sforbiciata - commentano i buonisti su twitter - che in teoria trova tutti d’accordo, Pd-Pdl-Terzo Polo; e forse anche i duri e puri dell’Idv, così come quelli della Lega, che fino a pochi mesi fa si battevano per dimezzare il numero degli onorevoli. Giovedì scorso, uno dei massimi dirigenti del Carroccio, tirava fuori il suo iPhone, apriva la calcolatrice e concludeva che «sì, se si fissa un rapporto eletto-elettore di uno a 120 mila, si può arrivare ad avere circa 500 deputati». Peccato che la riforma depositata in settembre da Calderoli a nome del governo Berlusconi, prevedesse 250 deputati e 250 senatori, uno «zac» che li riduceva alla metà.
Ma quando si arriva all’osso della questione che infiamma di più le chiacchiere da bar, tutti i leader devono fare i conti in casa propria e addivengono a più miti consigli. Consci di quanto sia difficile convincere peones e dirigenti di ogni ordine e grado a votare il dimezzamento delle probabilità di tornare in Parlamento. Ecco perché stavolta, ben sapendo che lo scoglio più grande di tutta la partita delle riforme sia questo, i pezzi da novanta dei partiti confidano che le truppe ingoino l’amaro boccone riducendo loro il rischio della non rielezione. Facendo filtrare un argomento che suona così: se tagliamo di un quinto il nostro numero ci va di lusso, se invece non facciamo neanche questo, l’ondata di anti-politica ci travolgerà e saremo obbligati a dimezzarci. Della serie, scegliamo il male minore.
Tecnicamente, il taglio dei parlamentari richiede la modifica di due articoli della Costituzione, il 56 che fissa le regole per eleggere la Camera e il 57 per il Senato. E dunque, come per le altre riforme messe in campo, bisognerà far ingoiare ai mille «tacchini» per quattro volte questa pillola, due volte alla Camera e due al Senato. Tutto questo proprio mentre nei collegi impazzerà l’antico e nobile sport di prendersi a gomitate per trovare posto nelle liste elettorali del 2013. Quattro giri di boa in cui bisognerà per forza garantire alle riforme una maggioranza di due terzi per evitare la Spada di Damocle di un referendum abrogativo. Che con l’aria che tira potrebbe esser promosso non certo dai sostenitori delle virtù della democrazia parlamentare e del bicameralismo paritario. A mettere in guardia sui rischi insiti nelle «false promesse» è un grillo parlante del Palazzo come Arturo Parisi, il più veloce di tutti ad accorgersi del potenziale effetto boomerang: «Non vorrei che dopo che si era partiti quest’estate con la richiesta ineludibile di ridurli alla metà, dopo aver arrotondato in pochi giorni il taglio ad uno su cinque, si finisse a tarallucci e vino tagliando un parlamentare su dieci». Perché se pur partiti con l’intenzione di voler «placare l’antipolitica si può finire all’opposto per alimentarla, dunque è meglio misurare le promesse...», avverte il professore. Non è un caso se il prudente Bersani non si è mai impiccato ad un numero, ma ha sempre parlato di «riduzione». Consapevole che alla fine il dimagrimento potrebbe pure essere minore: se si decidesse di concedere alle forze minori il cosiddetto «diritto di tribuna», il numero finale dei deputati potrebbe lievitare da 500 a 530. E come si sa, legge elettorale e numero dei seggi, sono questioni strettamente collegate...

DALLA STAMPA DI STAMATTINA. INTERVISTA A MASSIMO DONADI
I punti su cui si è trovato l’accordo nel vertice di ieri sono stati discussi e condivisi da tutti i gruppi parlamentari, puntualizza il capogruppo alla Camera dell’Idv, Massimo Donadi. «Pd, Pdl e Terzo Polo si stanno vendendo come loro intesa qualcosa su cui siamo tutti d’accordo. Facciano pure, l’importante è che siamo contenti tutti».

Accordo condiviso anche da voi, quindi, benché esclusi dal vertice di ieri...

«Dalla riduzione dei parlamentari al passaggio al “bicameralismo eventuale”, sono i temi di cui negli ultimi 10 giorni tutti i gruppi hanno parlato, trovandosi concordi, compresi Idv e anche la Lega, sia pure con qualche remora perché vuole il Senato federale».

Pensa siano possibili tempi celeri?

«Anche questo fa parte di una riflessione condivisa: abbiamo convenuto tutti di accelerare per avere il tempo di occuparci della legge elettorale».
Altro punto delicato: dica la verità, temete un accordo tra loro che possa svantaggiarvi?
«Siamo molto preoccupati ma non perché temiamo una legge che possa svantaggiarci. Il fatto è che quello di cui si sta parlando - una legge proporzionale che faccia finire il bipolarismo e porti ad alleanze dopo le elezioni - sarebbe una sciagura per il Paese. Non è bello, ma è in atto un baratto».
Cioè?
«I due partiti maggiori barattano con il Terzo Polo la fine del bipolarismo, in cambio di un sistema non esattamente proporzionale, che sovrarappresenti i partiti più grandi. I quali sperano di allearsi poi col Terzo Polo».
Questo non vi avvicinerà all’alleato Pd...
«Prendiamo atto che non si ragiona più in termini di alleanze: con la legge che vogliono loro, tutti avranno le mani libere per decidere dopo le elezioni».

INTERVISTA A GIANPAOLO DOZZO (LEGA) DALLA STAMPA DI STAMATTINA
Ha sentito onorevole Dozzo, presidente dei deputati leghisti, Pd, Pdl e Terzo Polo sono d’accordo per ridurre il numero dei parlamentari...
«Perfetto, per noi è prioritario. Però dire “riduciamo” vuol dire tutto e nulla: quanto, in che modo, in che termini? E poi noi poniamo un’altra questione: il Senato federale. Gli altri cosa vogliono?».
Al vertice hanno deciso di superare il bicameralismo perfetto.
«Non so se ci siano novità che noi non conosciamo, ma mercoledì ci siamo visti col Pd e la sua posizione era quella di lasciare a Camera e Senato le stesse funzioni: se non è bicameralismo perfetto è imperfetto, ma il Senato federale è tutt’altra cosa».
Pd, Pdl e Terzo Polo annunciano un testo condiviso. E tempi celeri: sarà così?
«Io dico che quando si inizia a mettere mano alle riforme, si sa dove si inizia e non dove si finisce. Vedo che ora Pd, Pdl e Terzo Polo sono stretti in un unico abbraccio: non so quanto potrà durare, ho l’impressione che qualcuno ne uscirà stritolato».
E qualcun altro magari fregato?...
«Che ci sia un tentativo di farci fuori è indubbio, poi che ci riescano è un altro paio di maniche».
Farvi fuori con una nuova legge elettorale?
«Certamente. Ma se anche avessero intenzione di estromettere la Lega dal Parlamento con un artifizio della legge elettorale, non ci strapperemmo i capelli. Come contraltare a Roma abbiamo la nostra forza nel Nord, la parte del Paese dove si tira la carretta».
Al vertice di ieri hanno parlato anche di sfiducia costruttiva e maggiori poteri al premier, voi che ne pensate?
«Penso: perché non hanno parlato di premio di maggioranza? E’ lì che casca l’asino...».

DAL SOLE24ORE.IT
...Casini cerca di non farsi trovare impreparato: «Destra, centro e sinistra sono etichette che rappresentano ancora la gente? Dobbiamo essere i primi a capire che è finita una stagione politica, che i partiti così come sono organizzati non servono più». L’ex presidente della Camera dice ad alta voce quel che altri temono: andare «oltre i poli», anche «oltre il terzo Polo», per dar vita a «un contenitore diverso» che sia capace di porsi «come elemento guida dell’Italia e degli italiani».
A distanza, segue con attenzione l’evolversi degli eventi il Capo dello Stato. «È molto presto ma il dialogo è sempre positivo», così può riassumersi il giudizio del Colle su quanto avvenuto nelle ultime ore. Giorgio Napolitano più volte ha richiamato le forze politiche ad uno sforzo comune per rinnovare le istituzioni. Lo ha fatto nei suoi discorsi pubblici così come negli incontri con le singole forze politiche. Adesso attende che dai buoni propositi si passi ai fatti.

“Facciamo un armistizio e cerchiamo di evitare che l’Italia faccia la fine della Grecia: questo è il governo Monti”. Così il leader dell’Udc, Casini, che al congresso regionale del partito a Bari ripete: “Basta liti, basta impiegare tutte le nostre energie nel combatterci tra italiani e tra partiti”.
Poi in vista delle prossime elezioni rilancia: “Dobbiamo dar vita ad una grande forza popolare nazionale; una forza capace di riunificare gli italiani e di porsi come centro di stabilità e di guida per il nostro Paese”.