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 2012  febbraio 17 Venerdì calendario

LA BALLATA DEGLI «SFUTURATI»

Il miglior romanzo degli «sfuturati» d’Italia, i giovani adulti d’oggi sfruttati e senza futuro, è un romanzo in versi. Una formidabile ballata generazionale, lirica e punk insieme, contro le false vie d’uscita di questo Paese. Si intitola Perciò veniamo bene nelle fotografie, è in libreria da ieri, e l’autore è Francesco Targhetta, trevisano classe 1980, assegnista di ricerca all’università di Padova, al suo esordio per Isbn (casa editrice che ha pubblicato anche il romanzo di Michela Murgia Il mondo deve sapere da cui Paolo Virzì ha tratto il film Tutta la vita davanti). Sono 248 pagine divise in 30 capitoli dove le righe si rompono in versi che donano suoni, ritmi e sensi nuovi a parole stantie, prosaiche, grigie, creando scintille e cortocircuiti con quelle auliche: fango e fosforo. Una irresistibile poesia del quotidiano, sulle orme de La ragazza Carla di Elio Pagliarani, ma con più febbre e rabbia, e con un respiro epico, sebbene umile. Per la dimensione collettiva dei protagonisti, raccontati a viva voce, e per il contrappunto che alle loro vicende offre la rievocazione della Battaglia del Piave, cui il protagonista, voce poetante, dedica la tesi di dottorato. Lezione di storia militare che suggerisce all’autore un’idea di «resistenza» spietata, pure con se stessi. Quando la mitraglia falcidiava i commilitoni che battevano in ritirata e non tenevano la posizione.
Veniamo bene, nelle fotografie, scrive l’autore, perché «non si muove nessuno,/ qua», dal 1983. Come dimostra la scritta «Saldi» sulla vetrina di una bigiotteria che, per chi non ha soldi, significa solo stai fermo, ben saldo. Preclusa o quasi, infatti, è una fuga reale — che sia l’auto-sequestro dell’Erasmus, una puntata inutile nella Milano modaiola, la missione spietata a Torino o una sperduta città del Belgio — da Padova. Anzi Padòva, come dice sdrucciolando un loro amico tedesco, a sovietizzare anche nel suono una città sovietica da sé, nei quartieri periferici dove all’imbrunire le etnie si mescolano, in una fratellanza disperatamente piena di vita. Rumeni, russi, indiani, pakistani, con i loro lavori di tenace manovalanza e la babele alimentare di insegne, risto-pub (africani) e pizze-kebab (turchi). Sangue, suoni, lingue, odori.
I protagonisti sono una mezza dozzina abbondante di anime a perdere. Vivono in un appartamento da 120 euro mensili a testa, mangiano pizza, cibo fritto, bevono vinaccio o Fanta. C’è l’aspirante sindacalista che, orfano di fabbriche, lavora in un Brico center e si dà da fare per il comitato contro le vittime del tram monorotaia. C’è l’operatore telefonico. E la studiosa di cinema che lavora, sbagliando i numeri, al Bingo. C’è una tipa che sembra la protagonista della Ragazza di Bube e spera di sfondare nel cinema, ma tra le strade che portano a Roma, tutte, non trova quella che porta a Cinecittà. C’è il cacciatore di pre-pensionati, che mobbizza i più deboli e infelici dipendenti. C’è il cantante di musica punk che punta a un dottorato per prolungare il limbo in cui vive: «Momentanea soluzione/ fino a saperne, poi, talmente tanto/ da non poterci più fare niente». Per questo vengono tutti bene nelle fotografie.
Quello che viene meglio, allora, è il protagonista, l’io poetante. Di famiglia umile, di provincia, laureato in Storia, alle prese con la Battaglia del Piave, prova invano a ottenere l’assegno di ricerca che finirà alla velina universitaria di turno. Per colpa di uno dei tanti «baroni antiberlusconi» che leggono «Alias» de «il manifesto» ma poi portano avanti il dipartimento come un feudo medioevale. Ce ne è anche per le fobie anti-moschea e altri leghismi sotto-culturali, ma il colpo a segno contro gli accademici di sinistra è da cecchino. La difesa di diritti del lavoro non era roba loro? Il protagonista non riesce neanche a entrare in ruolo a scuola, dopo che da supplente precario si è augurato qualche accidente alla titolare di cattedra.
La sua è la voce di un bardo metropolitano, anti-cortigiano. Proletario ma senza prole, più che precario. Accusa ferocemente quanti hanno consegnato la sua generazione alla Repubblica del non lavoro, alla società dei consumi che ti consumano l’anima finché hai da spenderne. Antropologicamente, una generazione condannata a non crescere, allevata a terra da merendine con «apporti calorici/ come Pil di paesi asiatici», mentre quello italiano crolla. La ferocia dell’accusa, però, non rinuncia alla tenerezza, inzuppando la madeleine (con coloranti) nel tè della memoria ricca di sinestesie. «Colpevoli tutti» — inveisce il protagonista contro la famiglia, gli amici e se stesso — «se adesso/ dipendo dagli orsetti gommosi/ da Haribo fucsia e liquirizie flessibili/ da marshmallows verdi al sapore di nichel e coccodrilli fruttati/ prodotti in segreto in armerie/ colombiane coi tetti di eternit,/ da banane imbottite di zucchero/ e chupa-chups alla panna e fragola/ alla mela cotogna, alla Coca Cola,/ che è il massimo dell’astrazione/ chimica raggiungibile dall’uomo» e poi «le Big Babol al gusto uva,/ un aroma semisiderurgico/ che poi sfociava nell’indistinto/ dopo un paio di minuti goduti/ con una furia quasi animale».
Se l’uomo è ciò che mangia, un bambino che mangia prodotti pubblicitari cosa diventerà da adulto? Un uomo-sandwich, una commessa in un centro solarium, un centralinista, un rappresentate alimentare che procaccia raccolte punti per le tessere, un cliente/operaio di Ikea, un insegnante precario che si porta la merendina nella borsa. Tutti vittime della nostalgia «sponsorizzata» della propria infanzia. La generazione degli «sfuturati» eredita i sensi di colpa dai compaesani, se viene dalla provincia, altrimenti ne acquista di nuovi da sé, non potendo permettersi i rimorsi, troppo costosi rispetto ai rimpianti.
Sono ventenni che fanno appena in tempo a mettere da parte sprazzi di felicità, alcolici e lirici, musicali ed erotici, prima del grande freddo. Momenti di «gioia collettiva, di quelle che/ ti restano prima dei trenta, quando/ ancora non ti allevia le piaghe/ il malcontento generale,/ un condiviso senso di andare/ alla deriva, a incontrare vecchi amici/ e dire il peggio di te, per strada, avendone/ in cambio il peggio di loro». E ci si trova a «inorridire» di fronte al proprio istinto «reazionario» verso adolescenti «tredicenni/ incerti sulle scuole superiori», che appaiono ignoranti e già stranieri, per anagrafe e modelli sociali, benché connazionali.
Il finale, crudele come un mandorlo in fiore ad aprile, non va svelato. Si passerà mai dall’onta di Caporetto alla rivincita di Vittorio Veneto? La stagione cambierà mai di segno? Al lettore, giovane fante di questa Italia, o genitore che per lui trepida, i versi del libro sono luminosi e dolorosi. Razzi segnalatori per comunicare le proprie posizioni e non sentirsi soli. E raffiche di mitra per chi si tradisce.
Luca Mastrantonio