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 2012  febbraio 17 Venerdì calendario

FINMECCANICA MEDITA LO STRAPPO: «MENO BUROCRAZIA O CE NE ANDIAMO»

Pago e pretendo. Viste le origine lombarde del presidente e amministratore delegato della Finmeccanica, Giuseppe Orsi, potrebbe essere questa la sintesi del documento di 7 cartelle che quello che si definisce «il primo gruppo high tech italiano» e «uno tra i 10 player mondiali del settore aerospazio» ha inviato ai candidati alla presidenza della Confindustria, Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi. Orsi che ha scelto di non andare tanto per il sottile scrive: «Ad oggi i benefici che Finmeccanica trae dall’appartenenza a Confindustria non sono proporzionati al suo rilevante impegno economico, quattro milioni di euro». E allora, come Finmeccanica «ha attivato un processo di revisione allo stesso modo è fondamentale che anche Confindustria si predisponga a cambiar pelle». Più chiaro di così si muore. Non è un ultimatum ma è sicuramente un richiamo che non lascerà insensibili Bombassei e Squinzi. Anche perché Orsi alla fine del documento tira le conclusioni: «L’aderenza del programma di Confindustria ai principi sopraindicati determinerà negli anni futuri la presenza attiva di Finmeccanica nella associazione ed il pieno appoggio al gruppo dirigente chiamato a garantirne l’attuazione». Non siamo al Marchionne-bis ma l’avvertimento è secco. Ci si può stupire caso mai che sia un gruppo pubblico, anche se quotato in Borsa, a fare la voce grossa e a indicare la rotta per gli industriali. La Confindustria, che Orsi vuole, «dovrà essere più associazione e meno struttura burocratica». E anche in questo caso se qualcosa fa difetto al manager lodigiano non è certo la sincerità.
Partendo da queste premesse la lettera prosegue elencando sei-punti-sei per il rilancio. Una sorta di manifesto dal titolo «la Confindustria che vogliamo». Al primo punto «il ruolo della grande impresa» introdotto da qualche numero sul peso di Finmeccanica: 71 mila dipendenti, 16 mila ingegneri e 21 mila tecnici specializzati, in totale compreso l’indotto il gruppo dà vita «a oltre 100 mila posti di lavoro». I numeri servono a Orsi per sostenere che senza grandi imprese l’Italia non va da nessuna parte e la Confindustria si deve impegnare a fondo per favorire «l’aggregazione delle Pmi». Al secondo punto Orsi mette l’internazionalizzazione. E parte da una considerazione polemica: chiede «una profonda revisione del concetto di made in Italy che vada oltre il fashion e il food per rafforzare la credibilità delle nostre produzioni high tech rendendo esplicita la posizione dell’Italia quale secondo Paese industriale europeo».
Al terzo punto il manifesto della Finmeccanica parla di ricerca e sviluppo e chiede un potenziamento dell’attività a supporto dello sviluppo dei distretti industriali di settore. Al quarto il capitale umano e propone «l’istituzione di atenei industriali che favoriscano un network internazionale in grado di preparare i giovani ad affrontare le sfide della competizione globale». Per centrare quest’obiettivo Confindustria e i suoi associati dovranno avere «un ruolo di indirizzo e collaborazione molto più determinante di quello attuale». Il quinto punto è dedicato alle relazioni industriali. L’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 rappresenta «un importante, ma non ancora sufficiente, passo in avanti». Infatti, in troppe parti si limita a dichiarazioni di principio che, sottolinea Orsi, «non hanno ancora avuto riscontro nella concreta azione dei sindacati in azienda». Non basta quindi una condivisione generale di principi se non è accompagnata da «norme cogenti e inoppugnabili» sulla cui applicazione Confindustria deve farsi garante. Il contratto nazionale di lavoro va salvaguardato, ma snellito e deve «rappresentare una cornice per la contrattazione aziendale o di gruppo che dovrà quindi prevalere su quella nazionale».
Il sesto e ultimo punto del manifesto riguarda la vita interna della Confindustria che deve essere orientata al contenimento dei costi. E Orsi suggerisce: a) accorpamento delle associazioni provinciali in strutture territoriali evitando duplicazioni; b) semplificazione delle strutture «attraverso la soppressione di posizioni non essenziali per il funzionamento del sistema»; c) semplificazione del sistema delle federazioni di categoria, in coerenza con l’accorpamento dei contratti collettivi esistenti.
Fin qui Orsi. Ora non resta che aspettare le reazioni.
Dario Di Vico