D. Mart., Corriere della Sera 17/02/2012, 17 febbraio 2012
COSI’ SCALFARO EVITO’ IL COLPO DI SPUGNA —
Le 72 ore in cui (forse) cambiò il corso dell’inchiesta su Tangentopoli — tra venerdì 5 marzo e lunedì 8 marzo del ’93 — rimangono ben impresse nella memoria dell’allora presidente del Consiglio, Giuliano Amato, che dopo 19 anni ricostruisce la nascita e la rapida scomparsa del decreto firmato dal Guardasigilli Giovanni Conso con cui il governo intendeva cancellare il reato di finanziamento illecito dei partiti. Il «pool» di Milano andò anche in tv per denunciare il «colpo di spugna», ma ancora oggi Amato è convinto che quella fosse la «soluzione politica» necessaria: «Non era un colpo di spugna, era una trasformazione da penale ad amministrativo di un illecito che rimaneva illecito». Ma poi arrivò il gran rifiuto di Oscar Luigi Scalfaro.
Amato ha consegnato il racconto con la ricostruzione minuziosa di quei 3 giorni a Mixer di Giovanni Minoli («Tangentopoli» andrà in onda mercoledì 22 alle 23.30 su Raidue): «Il venerdì, a un certo punto, il consiglio dei ministri io lo interruppi per rispondere a una telefonata del presidente della Repubblica che stava a Ciampino. Quindi io ho parlato con Scalfaro 5 o 10 minuti per telefono...». Però questa versione non collima con quella fornita allo stesso programma dall’ex ministro dc Cirino Pomicino. Che racconta: «Amato, per prudenza, lasciò il consiglio dei ministri in riunione e andò dal capo dello Stato per definire con la virgola e con il punto il testo del decreto Conso». Eppure l’ex premier conferma che quella mattina non lasciò Palazzo Chigi: «Non ho messo il punto e la virgola con il capo dello Stato perché lui sosteneva, in quella telefonata, la stessa cosa di Andreatta che riteneva importante la sospensione della carica per i parlamentari pizzicati col finanziamento illecito».
A quel punto, ricorda Amato, la telefonata con Scalfaro prese un’altra piega: «Gli dissi: "Guarda, questo non lo possiamo mettere in un decreto legge, il governo non può decidere delle vicende dei parlamentari ma lo faremo mettere nella legge di conversione". Capii dalla sua risposta che ne prendeva atto ma un po’ malvolentieri e rientrai in consiglio con la sensazione di quel "malvolentieri"». Pomicino, però, insiste che poi ci fu un «ritardo fatale» a Palazzo Chigi: «Approvammo il decreto ma l’avvocato Freni, capo del legislativo, invece di mandarlo subito alla firma del capo dello Stato ritardò la notte perché voleva verificare sul piano lessicale il testo». E così si arriva alla domenica nei ricordi di Amato: «La mattina si presentò in tv il dottor Borrelli, capo del pool...». Ma quella domenica anche Scalfaro si muove: «Mi chiese di andare a casa sua per dirmi che la gestione del decreto sarebbe stata difficile e preoccupante. E aggiunse anche che lui aveva un argomento costituzionale — l’imminente referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico — che gli consentiva di non firmare il decreto». E così andò: lunedì 8 marzo il Quirinale comunicò il no di Scalfaro.
La puntata di Mixer — curata da Massimiliano De Santis, Carlo Durante e Marco Fiorini — propone anche un’intervista a Massimo D’Alema che ribatte la tesi — sostenuta anche dall’ingegner Carlo De Benedetti nel libro intervista di Marco Damilano — sulla disparità di trattamento ricevuta dai partiti durante Tangentopoli. Sul punto — il Pci-Pds fu aiutato dai magistrati? — D’Alema non fa passi indietro, anzi: «Forse avrei voluto intervistarlo io De Bendetti... Gli avrei detto la verità e cioè che a carico dei nostri dirigenti sono state fatte decine di indagini. Anche io fui indagato a Roma su denuncia di Craxi e poi prosciolto perché il fatto non sussiste. Io e Occhetto fummo sottoposti a 7-8 anni di indagini da parte di Nordio a Venezia. Tutto si concluse con il proscioglimento e noi denunciammo il magistrato per avere ritardato l’opera della giustizia».
D. Mart.