Franco Bechis, Libero 17/2/2012, 17 febbraio 2012
Niente tagli agli stipendi dei dirigenti pubblici – Sono bastati tre giorni di passaggio in Parlamento, e il sospetto è già diventato realtà: è destinato ad essere buttato ancora una volta nel cestino il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, che stabiliva un tetto massimo di 304
Niente tagli agli stipendi dei dirigenti pubblici – Sono bastati tre giorni di passaggio in Parlamento, e il sospetto è già diventato realtà: è destinato ad essere buttato ancora una volta nel cestino il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, che stabiliva un tetto massimo di 304.951,95 euro lordi per tutti i dirigenti pubblici, senza alcuna deroga. La certezza ormai è che Attilio Befera, il gran capo di Equitalia e della Agenzia delle Entrate, salverà la sua bustapaga dal dimezzamento,così come riusciranno a tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo dirigenti pubblici superpagati come il capo di gabinetto dell’Economia, Vincenzo Fortunato, il Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, il direttore dei Monopoli dello Stato, Raffaele Ferrara, i presidenti di tre Autorità di garanzia: Corrado Calabrò (Agcom), Giovanni Pitruzzella (Antitrust) e Guido Pierpaolo Bertoni (Energia), il presidente della Consob, Giuseppe Vegas e decine di altre autorità pubbliche. I loro stipendi resteranno intatti. Nelle commissioni congiunte affari costituzionali e lavoro che da martedì esaminano il dpcm Monti sono state sollevate una sfilza di osservazioni critiche e di paletti sia dai relatori che dai rappresentanti di quasi tutti i gruppi politici, dal Terzo Polo al Pd e al Pdl (ma qualche paletto è venuto perfino da Lega e Idv). Sulla base di un appunto “tecnico” preparato dagli uffici della Camera, è stato sollevato l’argomento principale che mette un bel salvagente agli stipendi di alti dirigenti e boiardi: la Corte Costituzionale con le sue sentenze impedirebbe la “reformatio in peius” dei trattamenti economici dei lavoratori. Tradotto in parole povere: non si possono toccare i contratti - anche individuali - vigenti, riducendo gli emolumenti. Su questo punto sembrano tutti d’accordo, tanto da pensare che nel parere sul dpcm (che sarà approvato martedì prossimo) verrà chiarito che il nuovo tetto potrà essere certamente applicato ai contratti che fossero firmati dopo l’entrata in vigore della norma. Si salverebbero tutti dalla mannaia di Monti, quindi. Ma non basta. Perché secondo i parlamentari dovrebbero essere esclusi anche in futuro i presidenti e i componenti delle autorità di garanzia (nelle quali per altro siedono molti ex politici). Questo per due motivi: il taglio si applica ai dipendenti, e loro sono nominati dal Parlamento, ma non sono dipendenti dalle autorità che guidano; il taglio si applica a tutti i soggetti che ricevono soldi dallo Stato, ma le autorità si fanno pagare anche dai privati su cui vigilano. Di riffa o di raffa, tutte le scuse sono buone per non avere contro i grandi dirigenti e i nuovi boiardi di Stato a cui il Parlamento vuole regalare questo favore. L’unica incognita nasce da un particolare: nessuno vuole mettere apertamente la faccia su questo no ai tagli. Nelle commissioni sia martedì che ieri è andato in scena un balletto fra i deputati che mettono i paletti e il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, che dovrebbe difendere i tagli. Con i deputati che gli si rivolgono così: «A noi sembra improponibile dimezzare lo stipendio di Befera & c, tu che dici?». E lo scopo è chiaro: se a Patroni Griffi scappasse un «beh, forse avete ragione, bisogna chiarire… », sarebbe il governo ad affossare il suo decreto. Ma Patroni Griffi nella trappola non cade. Guarda i deputati e attonito dice: «Ma come, il decreto l’ho fatto io. Non chiedete a me un parere: è il testo. Sono io ad essere venuto qui per chiedere il vostro parere, a cui mi atterrò». Il risultato è stato quello di prendere tempo. Martedì scorso è stato rinviato tutto a ieri. Ieri è stato rinviato a martedì prossimo. Ma alla fine qualcuno dovrà prendersi la responsabilità di dire sì o no. Anche il governo tecnico però ha fatto i suoi bei pasticci. Quel decreto lo dovrebbero difendere tutti uniti i membri dell’esecutivo. Invece non si sono nemmeno parlati fra loro e così ognuno in una commissione di merito dice una cosa diversa dall’altro. Ad esempio, Monti firma il dpcm e dice che i dirigenti devono avere lo stipendio massimo identico a quello del primo presidente della Corte di Cassazione. E specifica: «Per il 2011 quel tetto è quindi di 304.951,95 euro ». Nel primo pomeriggio di ieri è arrivata in commissione Bilancio della Camera una nota del ministro della Giustizia, Paola Severino, che dice un’altra cosa: «Per il 2011 lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione è di 293.658,95 euro». E cioè 11 mila euro di meno di quel che aveva scritto Monti, che avrebbe almeno potuto informarsi prima di varare il suo decreto. Nella stessa commissione Bilancio della Camera è intervenuto il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo. Che ha candidamente dato ragione ai deputati sul fatto che non si poteva tagliare lo stipendio ai boiardi in carica: «Sicuramente l’estensione delle nuove disposizioni a rapporti giuridici in corso determinerà la presentazione di un rilevante contenzioso anche di natura costituzionale». Sempre Polillo ha spiegato che mai la norma passasse come l’ha scritta Monti, bisognerà mettere in conto «prepensionamenti, dimissioni ovvero rinunce all’incarico». Al sottosegretario è sembrata anche che la norma mancasse di equità, limitando il taglio ai soli dirigenti dello Stato centrale, e ha così suggerito di valutare l’ipotesi di «estendere l’ambito applicativo ai soggetti che ricevono emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro intercorrenti con tutte le pubbliche amministrazioni, ivi compreso, quindi, il sistema delle autonomie locali e degli enti del servizio sanitario nazionale». Benedetti governanti tecnici, ma non potevano parlarsi prima di fare tutto questo pasticcio? C’è da pensare che sia questo il metodo Monti: le cose basta annunciarle, non c’è bisogno di realizzarle. Basta dire «il Pil crescerà del 10%», e poi chissenefrega se siamo in recessione. Basta dire: «Ho convinto Wall Street a investire in Italia», e poi chissenefrega se la borsa cade e lo spread sale. Basta scrivere «ho tagliato gli stipendi dei dirigenti pubblici», e poi chissenefrega se quelli prendono più di prima? Tanto gli italiani applaudono…