Stefano Bartezzaghi, la Repubblica 17/2/2012, 17 febbraio 2012
DAI VITELLONI A BOSSI LA STORIA IN CANOTTIERA
DAI VITELLONI A BOSSI LA STORIA IN CANOTTIERA –
È qualche anno, ormai, che lo scrittore e saggista Marco Belpoliti ha fatto convergere i suoi disparati interessi per la letteratura, le arti figurative, la fotografia e la saggistica contemporanea (in campi che vanno dall´antropologia e dalla semiotica alla filosofia e alla psicoanalisi) e ne ha fatto una chiave di decodificazione della politica italiana. Intellettuale anomalo ed eclettico, come spesso sono gli eredi delle avanguardie degli anni Settanta, tra le molte altre cose è stato uno dei primi allievi di Umberto Eco al Dams, nonché uno dei "narratori delle riserve" riconosciuti da Gianni Celati (amico e maestro a cui lo legano decenni di continiana "fedeltà"), nonché il principale animatore dei nuovi studi su autori come Alberto Arbasino e Giorgio Manganelli (ma anche Primo Levi). Ora, oltre a scrivere e per Stampa ed Espresso e a insegnare all´Università di Bergamo, dirige con Elio Grazioli la rivista-libro Riga (ne è appena uscito il numero monografico dedicato all´artista e scrittore John Berger) e con Stefano Chiodi il sito www. doppiozero. com, divenuto in un anno o poco più il principale crocevia culturale dell´Internet italiano (e ora aggiunge una libreria digitale).
Nei saggi pubblicati da Belpoliti per Einaudi (L’occhio di Calvino, Settanta, Crolli, Doppio zero) il focus era ancora sugli autori, sui testi e sui segni e i detriti della storia e della contemporaneità. Nei più recenti libri per Guanda e Nottetempo sembra essersi deciso ad affrontare direttamente la questione del potere politico italiano. Sono libri più brevi, eccedenti non di moltissimo la misura del reportage culturale à la Hans Magnus Enzensberger, che sorgono dall´analisi di testi e soprattutto di fotografie e disegnano il perimetro del potere italiano, affondando puntelli negli angoli di svolta: il trauma del caso Moro (La foto di Moro, Nottetempo), la mythologie barthesiana del carisma berlusconiano (Il corpo del Capo, Guanda), l´evoluzione della morale contemporanea nella società dello spettacolo (Senza vergogna, Guanda), la presenza ossessiva di Pasolini sulla scena pubblica italiana (Pasolini in salsa piccante, Guanda).
A questa collana si aggiunge ora, con la necessità di un passaggio sillogistico, La canottiera di Bossi (Guanda, pagg. 110, euro 10). Dall’etimologia sportiva della parola canottiera e dall´archeologia mediatica della relativa icona (Mussolini, Marlon Brando, Bettino Craxi al congresso di Bari) sino alla pernacchia e al dito medio, dal gesto dell´ombrello a Margherita Boniver sino alla carezza parlamentare datagli da Silvio Berlusconi, Marco Belpoliti rintraccia tutti i frammenti identitari di Umberto Bossi e li ordina, dimostrandone la perfetta corrispondenza a precisissimi caratteri antropologici italiani. Alla sua comparsa sulla scena politica italiana Bossi, invece, pareva un marziano. Uno dei primi a cercare di comprenderlo fu il fotografo Ferdinando Scianna, in un reportage del 1991 rimasto pressoché inedito e di cui Belpoliti (che è anche un sagace cacciatore di documenti dimenticati) ha recuperato un´immagine eloquente.
Recuperando le radici dei misteriosi atteggiamenti dell´Uomo di Gemonio, Belpoliti ne scopre l´uso del microfono nei comizi (da cantante più che da politico); il gesto che non indica e sottolinea i passaggi logici, ma incita; il turpiloquio come apice di un uso non affermativo ma performativo del linguaggio; i rituali leghisti (giuramenti, ampolle) come liturgie per unire nel fare persone che sarebbero diversissime nel (oltre che poco interessate a) pensare; l´abbigliamento sciatto e i gazebo come retaggi rispettivamente movimentisti e da Partito Radicale. La soluzione dell´enigma bossiano è frammentata come nel bosco le briciole di Pollicino, e Belpoliti ne segue le piste sino alla radura che gli viene indicata da una luminosissima intuizione del mentore Gianni Celati. La figura di Bossi è perfettamente coerente con quell´antropologia del maschio e del provinciale italiano che esce dai film di Federico Fellini, in particolare I vitelloni e Amarcord, ma almeno in parte rimonta sino ai caratteri italiani descritti già da Giacomo Leopardi. La provincia come leopardiana "società stretta", priva non solo di "buon tuono" (cioè bon ton) ma di apertura nei confronti dell´altro, del diverso e del nuovo: le diverse sfaccettature che Belpoliti disegna a partire da questo nucleo sono convincenti e, ognuna a sua volta, illuminanti.
Con un discorso tanto chiaro da apparire elementare (e non lo è affatto) Belpoliti ha finalmente fornito un kit concettuale agile ed efficiente per capire come mai l´ennesima, mal riuscita rivoluzione italiana di vent´anni fa ha avvantaggiato e compattato le diverse destre italiane (con esclusione di quella schiettamente liberale) anziché un´opinione pubblica progressista, evidentemente mal rappresentata ma probabilmente anche svantaggiata proprio dal carattere nazionale. Che tale carattere sia immutabile, e ne derivi immutabilmente lo stesso inesorabile destino, è ciò che la cultura non sa ancora dirci. Resta materia di speranza, oppure di pessimismo, e comunque di superstizione.