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 2012  febbraio 18 Sabato calendario

DAL NOSTRO INVIATO

EYL (Somalia Centrale) — Nell’immaginario collettivo, costruito attraverso le dichiarazioni di improbabili testimoni riprese dai grandi giornali del mondo, Eyl non sarebbe più quel villaggio di pescatori che era in passato, ma una cittadina dove i pirati somali, grazie agli ingenti riscatti ottenuti per liberare le navi catturate, hanno costruito ville hollywoodiane, corrono su enormi gipponi giapponesi, sono attaccati a computer ultramoderni e si godono la vita. Così, mentre la 4x4 si arrampica su un sentiero sassoso verso Eyl, un brivido corre lungo la schiena. Sarà proprio vero che i bucanieri hanno lasciato la «loro capitale», o saranno ancora lì pronti a sequestrare la prima preda che capita sotto mano?
Quando si arriva, Abdirizak Ahmed, direttore dell’agenzia antipirateria del Puntland (la zona nord-orientale della Somalia e Stato autonomo della Repubblica Federale), rassicura: «Molti sono stati arrestati, altri sono scappati a Sud, fuori dal nostro controllo». Nel povero villaggio di pescatori, la popolazione è oltre tutto seccata perché ha ricevuto benefici marginali dalla presenza dei pirati. «I banditi — racconta il sindaco Mossef Osman Yussuf — non si erano stabiliti realmente in paese. Portavano le navi qui davanti e facevano la spola con le loro barche, compravano qualcosa nei negozi e si approvvigionavano d’acqua. Niente di più; lasciavano pochi spiccioli rispetto ai riscatti milionari che pretendevano per le navi». Parlare di negozi a Eyl è un eufemismo. Sono misere botteghe che vendono aranciate, scatolette di tonno, scampoli di stoffe sintetiche, sigarette, sapone e poco di più. Per l’acqua, invece, non c’è problema: Eyl è un posto incantevole, situato alla foce del Nugal, un fiume limpido e pulito sulle cui rive cresce una foresta tropicale che spezza la monotonia di un inospitale deserto. Se esiste un paradiso terrestre è proprio qui.
«Il Nugal — dice Mohammed Abdulle Aidid, un vecchio che ostenta i denti d’oro e parla uno stentato italiano — ha dissetato decine di ostaggi. La sua acqua è così pulita che non va neppure bollita». «Ora — conferma il sindaco — i pirati si sono trasferiti a Sud, a Garaad, dove il governo non ha controllo ed è ancorata l’ultima nave italiana presa in ostaggio, la Enrico Ievoli. Poi si sono spostati a Obbio e Harardere, in Somalia. Lì comandano bande armate al soldo dei signori della guerra».
Eyl è divisa in due quartieri: il primo si trova nell’entroterra, a 400 metri d’altezza. Il secondo sulla costa sabbiosa. Nessuna traccia del porto dei pirati con le navi sequestrate descritto in tanti reportage. Perfino la Bbc scriveva che in quel porto «c’era un gran traffico». Gli italiani, durante l’occupazione coloniale, avevano costruito un palazzo per il prefetto e un edificio per le scuole. Nel centro del villaggio resta traccia di un parco meraviglioso, con un torrente perenne e enormi alberi. Sulla strada verso il mare, sono visibili i resti della presenza militare italiana. Qualcuno, poco meno di un secolo fa, ha scolpito su una grossa pietra: «III battaglione».
«Tutti pagano i riscatti — spiega Abdirizak Ahmed, che mi ha accompagnato a Eyl —. I pirati sono criminali che rischiano la galera. Per loro il sequestro delle navi non è un gioco, ma un lavoro. È impensabile che qualche nave sia stata rilasciata senza pagare un centesimo. I versamenti sono milionari». Vengono in mente tutte le smentite — «non abbiamo pagato alcun riscatto» — pronunciate dai ministri succedutisi alla Farnesina, al momento della liberazione delle navi italiane: la Buccaneer (catturata nell’aprile 2009), la Savina Caylin (febbraio 2011), la Rosalia D’amato (aprile 2011). Purtroppo il calvario non è finito e ora toccherà agli armatori dell’Eugenio Ievoli (presa il 27 dicembre) trattare con i pirati l’ammontare del riscatto.
Massimo A. Alberizzi

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BOSASO (Somalia) — Abshir Boyah è considerato uno dei fondatori della pirateria in Somalia. Per l’Onu è l’organizzatore delle bande che si sono arricchite con il sequestro di una quarantina di navi in vent’anni. Nato e cresciuto a Eyl, capitale della pirateria somala, Boyah, pizzetto nero, occhiali da sole, qualche mese fa è stato arrestato nel Puntland e ora è in carcere a Bosaso. «Sì è vero — confessa — ho organizzato per primo i sequestri, una ventina d’anni fa. Siamo stati costretti. Il nostro mare era pieno di pescherecci stranieri senza permessi che hanno intimidito i nostri. Così sono cominciati i sequestri di barche da pesca straniere. Con riscatti da 5 o 10 mila dollari». «Per difendersi — continua Boyah — gli stranieri hanno chiesto la protezione dei signori della guerra locali e imbarcato uomini armati. Ci sono stati scontri a fuoco e i nostri pescatori hanno avuto la peggio. E allora ci siamo chiesti: perché non attaccare navi commerciali che sono disarmate?».
Alla domanda se siano state mai rilasciate navi senza riscatto, scoppia in una risata: «Ma ti pare... dopo le prime navi per la cui liberazione abbiamo chiesto uno o due milioni di dollari abbiamo capito che potevamo salire a 10 o 20». Ma dove finisce quel denaro? «Parte del denaro resta agli avvocati che negoziano, ai mediatori». I pirati non sono gente istruita, non si rendono conto di cosa si può fare con 20 milioni di dollari. Perciò quando ricevono 200, 300 mila dollari si sentono già in paradiso. I soldi dei riscatti non rimangono in Somalia. Un avvocato britannico impegnato nelle trattative per i rilascio delle navi — che chiede di restare anonimo — spiega: «Con quei soldi i padrini somali stanno comprando interi quartieri a Nairobi, palazzi e grattacieli a Dubai, Londra, New York, perfino in Svizzera. Credo non sia risparmiata neppure l’Italia. A Nairobi arrivano con la valigetta piena di contanti. Nei Paesi, per così dire, più rispettabili, usano insospettabili società finanziarie».
M. A. A.