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 2012  febbraio 18 Sabato calendario

Non è mai troppo tardi, ammoniva una gloriosa trasmissione della tv in bianco e nero. E infatti, eccola: una legge sui partiti, promessa all’unisono da Bersani e Casini

Non è mai troppo tardi, ammoniva una gloriosa trasmissione della tv in bianco e nero. E infatti, eccola: una legge sui partiti, promessa all’unisono da Bersani e Casini. Dopo 64 anni tondi tondi dal battesimo della Costituzione, dopo 54 anni dal primo progetto di legge firmato da don Sturzo. E mentre una disciplina normativa sui partiti ha via via messo radici in Germania, Spagna, Austria, Grecia, Regno Unito, nonché in varie altre contrade. Ora, a quanto pare, è la volta dell’Italia. Dobbiamo crederci? A rigor di logica, sì. L’autoriforma dei partiti per loro è l’ultima scialuppa, prima che li sommerga l’onda del discredito. Ma logica e politica non sono affatto sorelle: ce lo insegnò Aristotele, che per l’appunto ne ha trattato in due opere distinte. In secondo luogo, il lieto evento era già stato annunciato molte volte, nell’arco di questa legislatura. Per la precisione, 11 volte al Senato e 12 alla Camera: altrettante proposte di legge per un’iniezione di democrazia sul corpaccione dei partiti. Nel caso del Pd, peraltro, si tratta di un annuncio al quadrato, o meglio al cubo. Il 25 ottobre 2010 Ugo Sposetti, in compagnia di altri 55 deputati, aveva depositato un’analoga proposta; il 18 marzo 2011 gli ha fatto eco Veltroni, anche lui circondato da una cinquantina di colleghi. Ma adesso soffia un vento nuovo. Non per nulla i segretari di partito ci mettono la faccia, convocano conferenze stampa, pigiano sull’acceleratore. Nel frattempo fioccano gli incontri al vertice sulla riforma dello Stato, nonché sulla modifica della legge elettorale. I due vecchi poli parrebbero fusi in un unico cartello: lavori in corso, scusate il disagio. Bene così, per cambiare le regole del gioco tocca coinvolgere tutti i giocatori. E infatti Pdl e Pd hanno appena presentato, sotto la firma congiunta di Quagliariello e Zanda, una bozza di riforma del regolamento del Senato; non succedeva dai tempi della Bicamerale. Tuttavia, affinché i buoni propositi possano generare ottimi fatti, è necessario rispettare una doppia condizione. Primo: il metodo. C’è il rischio che affastellando legna s’intasi il camino. Riforma del bicameralismo, del numero dei parlamentari, della forma di governo, del sistema elettorale, del finanziamento pubblico ai partiti, infine della loro vita associativa. Riforme costituzionali, legislative, regolamentari. Con quale ordine? Cominciando dai rami alti dell’ordinamento, dicono i leader della politica italiana. Ma se l’esperienza significa qualcosa, sarebbe meglio invertire l’agenda dei lavori. Sono trent’anni che i partiti discettano di grandi riforme, senza cavare mai un ragno dal buco. E d’altronde la Costituzione va aggiornata, ma va pure applicata. A partire dall’articolo 49, che fin qui ha evocato invano la democrazia all’interno dei partiti. Secondo: il merito. Nella proposta del Pd s’incontrano garanzie per le minoranze e per gli iscritti; un regime d’incompatibilità per i dirigenti; la trasformazione dei partiti in associazioni sottoposte al Codice civile; una purga ai finanziamenti dello Stato per chi rifiuti le primarie; trasparenza per i finanziamenti privati; conti certificati; anagrafe pubblica dei militanti. In tutto 9 articoli, che a leggerli ti strappano un bel 9 in pagella. Ma il diavolo s’annida nei dettagli. Uno su tutti: il limite dei mandati. Il progetto Pd tace sulla durata massima, affidandola alla scelta dei singoli partiti. Se decidono che puoi fare il segretario per non più d’un secolo, hanno le carte a posto. D’altronde anche il finanziamento pubblico è tutto in un dettaglio: basta un eletto e s’aprono i cordoni della borsa. E c’è infine una regola non scritta che sarebbe bello rovesciare per iscritto: quella che distribuisce posti, incarichi, prebende. Scriviamo che ci si arriva per competenza, anziché per appartenenza. Una rivoluzione. Michele Ainis