Francesco Erbani, la Repubblica 18/2/2012 (Dagospia), 18 febbraio 2012
LO PORTARONO
in processione al Tg1 allora diretto da Augusto Minzolini. Gli fecero girare l´Italia, dalla sala della Regina di Montecitorio a Trapani, da Napoli a Palermo. Quindi a Tokyo. Ora la Corte dei conti ha deciso che qualcuno deve pur rispondere dell´infatuazione per un Crocifisso del tardo Quattrocento che alcuni studiosi attribuirono a Michelangelo.
Per molti altri non era suo. Eppure nel 2008 fu comprato dallo Stato. I giudici contabili hanno ora rinviato a giudizio per danno all´erario l´allora direttore generale del ministero per i Beni culturali, Roberto Cecchi (adesso è sottosegretario), la soprintendente al Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, un altro direttore generale del ministero, Bruno De Santis (in pensione), e (sebbene con altre responsabilità) i membri del comitato di settore, gli storici dell´arte Marisa Dalai, Carlo Bertelli, Caterina Bon Valsassina e Orietta Rossi.
Fu proprio Cecchi a portare il Crocifisso in tv con l´allora ministro Sandro Bondi. Il Crocifisso venne pagato 3 milioni 250 mila euro, ma nella comunità degli storici dell´arte si levarono molti dubbi. Troppo poco, si disse, se l´opera fosse stata effettivamente di Michelangelo, troppo se opera seriale tardoquattrocentesca, di buona fattura, ma non del maestro della Sistina. La scultura misura 41 cm per 39 ed è in legno di tiglio. Proprietario ne era un antiquario torinese, Giancarlo Gallino. Nel 2004 venne esposta in una mostra a Firenze e nel catalogo tre studiosi (Giancarlo Gentilini, Luciano Bellosi e Massimo Ferretti) si espressero, con sfumature diverse, a favore dell´attribuzione al giovane Michelangelo. Una convinzione ribadita da Antonio Paolucci, che reggeva la soprintendenza al Polo museale fiorentino. Due anni dopo Gallino propose la vendita del Crocifisso alla Cassa di Risparmio di Firenze, che però, su suggerimento di un´altra illustre studiosa, Mina Gregori, rifiutò l´acquisto, il cui costo sarebbe stato di 15 milioni.
La proposta fu girata al ministero, retto (siamo nel luglio 2007) da Francesco Rutelli, e supportata da lettere di Cristina Acidini e Paolucci. Si avviò un´istruttoria. Fu investito il comitato di settore che si espresse per l´acquisto con una formula dubitativa: si proceda «purché avvenga a condizioni economiche compatibili con la sua non documentabile attribuzione a Michelangelo». Caduto il governo Prodi la palla passò al ministro Sandro Bondi. Il nuovo direttore generale Cecchi in un battibaleno propose a Gallino una cifra molto più bassa di quella richiesta, 3 milioni 250 mila euro, appunto. Che fu subito accettata. E così lo Stato italiano che nel frattempo tagliava brutalmente i fondi per soprintendenze, biblioteche e archivi, entrò in possesso di una statua la cui attribuzione era messa in dubbio da un numero crescente di studiosi. E la cui procedura d´acquisto meritava forse maggiore cautela.
Dopo la Gregori fu la volta di Paola Barocchi, poi di Francesco Caglioti e di Tomaso Montanari. Quindi di Alessandro Nova, Claudio Pizzorusso e di Antonio Pinelli. Intanto Ferretti precisava: «Non ho mai detto che era di Michelangelo». Uscivano due libri (Come si diventa Michelangelo, di Claudio Giunta e A cosa serve Michelangelo? di Montanari) che raccontavano la funambolica giostra messa in piedi dai vertici del ministero. Da allora sul Crocifisso si sono spenti i riflettori. Ma si sono aperte le inchieste, una della Procura di Roma, un´altra, contabile, sul perché si decise quell´acquisto senza avere la garanzia che fosse di Michelangelo.